UniTs con Samantha Cristoforetti indaga la microgravità sulle donne nello spazio

26.04.2022 – 08.30 – L’esplorazione dello spazio ormai non è solo territorio maschile da vari decenni. La prima donna a dirigersi nello spazio – a bordo del Vostock 6, una navicella del programma sovietico per le mission con equipaggio – fu Valentina Tereshkova il 16 giugno del 1963. In piena guerra fredda, gli Stati Uniti pareggiarono questo evento nel 1983 con Sally Ride a bordo dello space shuttle Challenger.
In seguito, Helen Sharman a bordo della Mir, Susan Helms, la prima donna sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2001.
Viaggiare nello spazio è un’avventura dell’intelletto e del corpo. In condizioni di microgravità, il nostro corpo non è più sottoposto ai vincoli della gravità terrestre; non cade, non inciampa, non cammina: fluttua. Quali conseguenze può avere sui muscoli, sulle ossa, sul nostro modo di respirare un lungo periodo passato in microgravità? Non molto tempo fa, Alessia Famengo sul Bo Live aveva scritto un pezzo sulle conseguenze della permanenza nello spazio sul corpo umano, a partire da uno studio Twins Study pubblicato dalla NASA poco tempo prima. L’obiettivo dello studio era “verificare le variazioni fisiologiche, biologiche, cognitive e comportamentali del corpo umano in condizioni di volo spaziale per più di sei mesi”.

Lo studio era assai curioso: condotto su due gemelli omozigoti, entrambi astronauti, era consistito nello spedire uno dei due sulla ISS per 340 giorni e nel lasciare l’altro sulla Terra. Al termine del periodo, le condizioni fisiologiche dei due gemelli astronauti furono confrontate. Come aveva spiegato Andrea Porzionato, docente di Anatomia umana a Padova, “la gravità è un ostacolo alla nostra motricità, e questo ne fa una forza allenante per i muscoli”: è per questa ragione che in microgravità tenderemmo a perdere massa muscolare. I muscoli non attuerebbero più quella forza necessaria sulla Terra per contrastare la gravità e raggiungere un punto diverso delle nostre città, muovere oggetti e manipolare il mondo sottoposto alla gravità terrestre che ci circonda nella nostra vita terrestre. E questo è anche il motivo per cui gli astronauti nello spazio si sottopongono a rigorosi programmi di esercizio fisico e a integrazioni di nutrienti come vitamina D e calcio. 

Gli studi della NASA sui gemelli, come tutti gli altri studi condotti per esplorare le profonde trasformazioni del nostro corpo in un ambiente gravitazionale diverso, sono stati condotti finora su corpi maschili. Lo scorso 22 aprile l’Università degli Studi di Trieste ha dato notizia di un nuovo studio sugli effetti della microgravità; questa volta, sul corpo femminile. Lo studio, condotto dal professor Gianni Biolo, docente di Medicina Interna dell’Università degli Studi di Trieste, va sotto il nome di NUTRISS e si inscrive nel programma di sei esperimenti italiani previsti nel corso della missione “Minerva” dell’European Space Agency (ESA). Dopo aver analizzato l’attività metabolica degli astronauti Luca Parmitano e Matthias Maurer nel corso di precedenti missioni ESA, lo studio ripeterà le stesse analisi su Samantha Cristoforetti, in partenza per Minerva sulla ISS per la sua seconda missione. “L’obiettivo dello studio”, come spiega lo stesso Biolo, “è arrivare a definire, insieme al team medico ESA, un protocollo nutrizionale di riferimento per missioni spaziali di lunga durata”. Per elaborare il protocollo alimentare, la ricerca parte proprio dalla perdita di massa corporea subita in condizioni di microgravità, e analizza l’impatto della microgravità sui processi metabolici e sulla composizione corporea, con particolare attenzione all’acquisizione di grasso e alla perdita muscolare. Come riportato nello studio, per effettuare queste misurazioni verranno posizionati degli elettrodi su polsi e caviglie di Cristoforetti. Le misurazioni in orbita avverranno una volta al mese, la mattina a digiuno, fino al termine della missione. Gli elettrodi consentiranno di determinare la percentuale di massa grassa e di massa magra del corpo e di operare un confronto con i dati raccolti a terra. 

L’idea che il corpo umano abbia delle specificità associate al genere non è più tanto nuova: ormai sono in molti a studiare e comunicare i risultati sempre più rilevanti condotti nell’ambito della cosiddetta medicina di genere, una branca in rapida espansione focalizzata sulle differenze biologiche tra uomo e donna, ma anche sugli aspetti esterni e contestuali (le condizioni socio-economiche, i paradigmi culturali) che, nell’influenzare in maniera diversa la vita dell’uomo e della donna, producono impatti differenti sulla salute e sull’insorgere di malattie. Lo studio dell’Università di Trieste, riconoscendo l’importanza di studiare le specificità di genere anche nelle attività umane nello spazio, non solo dà pieno riconoscimento alle donne astronaute, ma rimarca una volta in più l’urgenza di studiare i meccanismi biologici dell’uomo e della donna con approcci e strumenti differenziati.

r.m

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