02.04.2022 – 07.01 – Un dimenticato legame connette il paese delle pagode e dei mercati galleggianti, cioè il “Siam” meglio noto oggigiorno come “Thailandia“, a una città mediterranea quale Trieste; ed è la storia d’un architetto innamorato dell’oriente che proprio nella Thailandia ottocentesca rinvenne quel riconoscimento che mai avrebbe guadagnato in Europa.
I rapporti risalgono alla metà dell’ottocento, quando una ditta che rivendeva granaglie, la “Grassi“, iniziò ad intessere rapporti commerciali col sud est asiatico.
Antonio Grassi si trasferì a Trieste a metà ottocento; dopo l’apertura del canale di Suez nel 1869, il figlio Joachim scelse di tentare la fortuna a propria volta nel Siam.
Joachim Grassi, avendo studiato architettura a Venezia, sperava di seguire le orme di un suo predecessore veneto, Costantino Yerakis-Phaulkon. Yerakis si era trasferito nel Siam tra il ‘600 e il ‘700, divenendo rapidamente il consigliere del sovrano Narai, col nome thailandese di Phaulcon. Un avventuriero caratteristico dell’età moderna, a cavallo tra seicento e settecento. Il nome greco celava in realtà le origini venete da parte di madre. Joachim a propria volta, un secolo dopo, seppe conquistare la fiducia del monarca, ricevendo l’incarico di realizzare due edifici identici sul canale Bangkokyai, riservati ai figli del Ministro degli esteri del Siam. Successivamente il Ministro Chao Phyabbhanuwongse gli commissionò quanto oggi definiremmo delle “grandi opere”, garantendo a Grassi un futuro quale architetto triestino alla corte del Siam, dove lavorerà per ventitré anni. Tra le costruzioni realizzate da Grassi, le quali meriterebbero uno studio approfondito, occorre ricordare il palazzo Bhurphaphirom, destinato al fratello del re e il palazzo Miramar, modellato sull’esempio del gotico quadrato di Massimiliano d’Asburgo. Ne scrive Aldo Colleoni, citando a propria volta un testo di Walter Tips, Siam’s struggle for survival:
“Lunedì 3 luglio 1893 […] io mi reco agli uffici amministrativi delle Ferrovie, che si trovano in Sapa Toum Road, in un palazzo chiamato Miramar. È un edificio eseguito dal Grassi ad imitazione del palazzo di Massimiliano“.

Grassi, il quale nel frattempo aveva fondato una propria ditta di costruzioni, realizzò poi a “Bang Pa – In” un tempio buddhista modellato sull’esempio del neogotico europeo. Successivamente, nell’ambito di quegli scambi culturali che caratterizzavano la Cina imperiale e il Giappone Meiji, anche il Siam mandò il principe Swast Sobhon in Europa, con Joachim quale interprete; mentre a propria volta l’ormai famoso architetto introdusse i fratelli minori Antonio e Giacomo alle meraviglie della Thailandia.
La ditta di costruzioni era nel frattempo cresciuta e, dalle dimensioni puramente famigliari, si era trasformata in un’azienda internazionale, la Grassi Brothers & Co, con la compartecipazione del viennese Egon Muller. I fratelli Grassi trovarono nel piccolo stato del Siam opportunità economiche che mai avrebbero sognato in madrepatria; e presto fondarono una segheria, la società dei tramvai di Bagkok e un ente per i battelli a vapore, il cosidetto “Siam River Steamboat & Co“.
Una frazione non indifferente della moderna Thailandia deve allora le sue fortune a un gruppo di triestino-istriani, i Grassi; la stessa ditta di costruzioni non smise di ricevere commesse, edificando il Palazzo di Giustizia, il Ministero della Difesa (1884), la Dogana (1888), l’ospedale Sirirat e il carcere della capitale (1891). Tutt’oggi, seppure con le distruzioni novecentesche, il cuore della capitale thailandese conserva numerosi edifici europei che devono all’infaticabile attivismo dell’architetto Joachim Grassi la propria origine.
Nel 1887 Antonio Grassi, uno dei fratelli minori di Joachim, si ammalò di tisi; rientrato a Trieste vi morì nello stesso anno. Sepolto nella natia Capodistria, dalla quale era originaria la famiglia, gli venne dedicata una tomba in stile siamese: uno stravagante capolavoro orientaleggiante, prescritto dallo stesso defunto.
La tomba, tutt’oggi esistente, è stata descritta dal centro di ricerche storiche di Rovigno:
“La tomba è forse l’unico esempio in Europa di un monumento costruito in puro stile siamese. La tomba di Antonio de Grassi è costituita da un basamento in pietra grigia preceduto da un recinto dentro il quale c’è una botola in pietra che dà accesso alla cripta, dove è stato deposto il defunto. Agli angoli del basamento troviamo quattro colonnine. La loro forma corrisponde esattamente ai più classici dei “Bai Sema”. Sono pilastrini, che possono essere molto semplici o molto complessi, fino ad essere collocati in padiglioni, e che si trovano ai quattro angoli, ma in Thailandia anche alla metà dei quattro lati, che delimitano l’area sacra dove dorge il Bot o Ubosot, che è l’edificio sacro per eccellenza del Wat. Entro quest’area sacra, tutti gli uomini uguali e nemmeno il re può darvi ordini. Qui a Capodistria ce ne sono 4, mentre nei Qwat tailandesi ne troviamo 8, ma la forma è identica“.

Nel frattempo, onde sopravvivere nel clima di rampante colonialismo del sud oriente asiatico, Joachim Grassi aveva ottenuto dal consolato di Bagkok la cittadinanza francese; quando l’Indocina divenne un protettorato, anche Grassi venne decorato col titolo di “Ufficiale dei Dragoni dell’Annam“.
L’impresa di famiglia continuava intanto a espandersi; venne fondata negli stessi anni infatti la “Siam Lands, Canal and Irrigation Co” (1889). Uno dei soci, il principe Sai Sani Twong, aveva insignito nello stesso anno l’imperatore Francesco Giuseppe a Vienna con l’onorificenza siamese dell’ordine Maha Chakri e Pra Nana Pithpasi.
Le fortune di Grassi intanto andavano esaurendosi, lo spazio d’azione diveniva sempre più limitato; anche il fratello Giacomo morì nel 1890, a causa di un caso di febbre malarica; e Joachim a propria volta si ritrovò tra l’incudine del colonialismo francese e il martello dell’indipendenza siamese, il cui risveglio nazionale si accompagnava a un desiderio d’indipendenza dalla Francia.
Joachim ritornò dunque, per un breve periodo, a Trieste; e dalla casa di via Stadion n. 14 chiese al monarca di poter ottenere la cittadinanza siamese, in virtù dei vent’anni di lavoro svolti nel paese. Tuttavia la cittadinanza non gli venne concessa; e il Grassi compì un errore diplomatico, rifiutando per ripicca il conferimento da parte del re del Siam dell’Ordine di quinta della Corona thailandese. Si trattò, va da sé, di eccessiva superbia: rifiutare un’onorificenza reale, da parte di un monarca assoluto orientale. Un’offesa che non andò inascoltata nel regno del Siam; e che decretò la brusca fine delle sue relazioni col paese.
Il Siam mantenne, anche nei decenni successivi alla morte dell’ultimo erede della famiglia Grassi, buoni rapporti con l’Austria-Ungheria, accomunati dall’avversione verso la Francia: durante la prima guerra mondiale il re del Siam inviò infatti al capo di stato maggiore Franz Conrad von Hötzendorf una decorazione militare, la Gran Croce dell’Ordine dell’Elefante Bianco.
Fonti: Aldo Colleoni, Il ruolo geopolitico dei consoli a Trieste dal 1732 al 2006, Trieste, Italo Svevo, Università di Trieste, 2006
https://degrassibangkok.com/ è un sito amatoriale in lingua inglese che traccia il percorso della famiglia Grassi in Thailandia, con un catalogo delle opere architettoniche.
[z.s.]


