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mercoledì, 29 Giugno 2022

Caccia grossa

17.04.2022 – 08.00 – Alex e Kevin erano amici da un’infinità di tempo. Si conoscevano fin da bambini, erano cresciuti assieme nel piccolo villaggio di montagna. Fin da giovani, avevano esplorato ogni singola porzione di foresta, ogni singolo sentiero, nei pressi del paese. Poi avevano affiancato i rispettivi padri nelle varie battute di caccia, principalmente a cervi e camosci. Con l’avanzare dell’età adolescenziale, i due avevano deciso di intraprendere una loro strada personale, divenendo cacciatori provetti. In breve tempo, la coppia fece parlare di sé in tutta la vallata. Facevano poche domande, erano forti e agili, dalla mira infallibile. I colpi delle loro doppiette echeggiavano tra le montagne: procuravano la maggior parte della carne per i vari paesi.

Non sembrava esistere creatura in grado di salvarsi o di metterli in difficoltà.

Una sera di fine maggio, alla loro baita nella foresta, ricevettero la visita di una signora anziana. Reggendosi su un bastone nodoso, la donna venne fatta accomodare all’interno dell’abitazione; tremava in modo vistoso, ma non erano tremiti dovuti all’età, piuttosto erano di paura. Parlò con voce bassa, resa roca dal terrore. Raccontò della comparsa di una bestia enorme, insaziabile, che aveva fatto visita al suo villaggio: la creatura aveva distrutto un pollaio, s’era cibata dei poveri pennuti, poi, come se non bastasse, aveva divelto le gabbie con i conigli e se li era divorati avidamente. Chiamò questo mostro “Lo Sfregiato”, perché aveva una grossa cicatrice che gli deturpava il lungo muso, all’altezza dell’occhio sinistro.

Alex e Kevin lo avevano già sentito nominare. Quel nome echeggiava nella vallata quasi quanto la loro fama, ma si pensava fosse una creatura leggendaria perché prove della sua esistenza non erano mai state confutate. Dal resoconto dell’anziana, i due compresero che quella bestia esisteva veramente e lei li pregava, in vece di tutti i paesani, di ucciderla in cambio di una lauta ricompensa. Dal suo tono di voce, dal tremolio di quelle mani rugose, dalla luce cupa emanata dai suoi occhi, i due compresero che non si trattava di uno scherzo di pessimo gusto e accettarono subito l’incarico.
Così, verso i primi di giugno, Alex e Kevin caricarono le loro doppiette. Raccolsero solo l’essenziale per il viaggio: due sacche con dentro acqua e viveri. Poi partirono alla volta della foresta, mentre il cielo a est del loro villaggio si schiariva in pallide sfumature e le ultime stelle stavano per venire cancellate da un azzurro di ghiaccio.

Kevin aveva due anni meno di Alex e lo seguiva nell’avanzata. Si trovarono presto circondati da mura verdi degli abeti rossi e dei larici. Si sentiva il rumore emesso dai loro passi pesanti e dei loro respiri profondi. In alto, oltre le vaste chiome degli alberi, risuonava il grido del corvo imperiale, che avvisava gli animali della presenza dell’uomo.
Per un attimo, Kevin chiuse gli occhi. Gli odori della foresta erano vivi e intensi almeno quanto il suo verdeggiare: essenze di muschi e infiniti profumi, come quelli del legno degli abeti rossi e bianchi o quello delle resine del pino nero, così come quello delle frasche del tasso. Kevin li inalò a pieno, sentendosi rinvigorire l’anima. Sembrava strano, irreale, che in tutta quella serenità potesse celarsi una minaccia come Lo Sfregiato.

Continuarono a camminare lungo un sentiero che scorreva nella foresta, semi divorato dall’erba alta.

Il mattino si fece più maturo. Il sole percolava dalle alte chiome dei pini in fasci di raggi che sembravano cilindri di luce bianca. Sapevano dove andare e avanzavano sicuri. A un certo punto, le montagne circostanti svanirono e si ritrovarono immersi in una boscaglia scura, dove i riferimenti erano scomparsi e le tonalità di verde sembravano più spente e scolorite. Lì non si udiva nessun uccello cantare. Persino la luce del giorno faticava a penetrare nel groviglio di alberi nodosi e irti in cui erano finiti.

Si fermarono. Era parecchio buio.

Dal terreno, attorno a loro, spuntavano decine di tignose appassite e qualche teschio di capriolo. Kevin si accorse che lì faceva caldo, più caldo che sotto i raggi del sole. Annusò l’aria: c’era uno strano odore, come di marcio e di stantio. Gli abeti si aggrovigliavano tra loro in un’infinità di rami secchi e bassi: sembrava un bosco di ragnatele. 

Alex lo intimò di tenere gli occhi ben aperti. Ora iniziava il bello.

Spianarono le doppiette. Avanzarono nella boscaglia fosca e compatta fischiando per segnalare la loro presenza.
Il terreno era ripido, umido e scivoloso. Kevin scivolò un paio di volte stracciandosi i pantaloni su un cespuglio di rovi.
Superato un piccolo promontorio si ritrovarono in una macchia ancora più intricata e selvaggia. Alex si fermò a guardare il terreno. Quando Kevin lo affiancò e fece lo stesso, sgranò gli occhi dalla sorpresa: ai loro piedi vi erano, infatti, delle impronte gigantesche, a forma di zoccolo. Dal terriccio, inoltre, sbucavano alcuni teschi e vertebre di grossi mammiferi, probabilmente cervi.

Qualche istante dopo, avvertirono un odore tremendo: un tanfo pestifero e denso che, in pochi secondi, si propagò nell’aria tutt’intorno. I due si misero all’erta. Gli indici a pochi millimetri dai grilletti.
Poi si levò un ringhio, seguito da un basso grugnito gutturale, che si riversò su di loro come un vento tenebroso e riverberò sugli alberi circostanti.
Sobbalzarono come grilli, si girarono di colpo, nella direzione da dove erano arrivati quei versi.

E finalmente lo videro.

Stava a una trentina di metri da loro. Era un animale mostruoso ed enorme, ritto sulle quattro zampe a mostrare tutta la sua possanza: gli occhi sembravano due biglie di fuoco, il pelo era folto, ispido, di un grigiore scuro, con una striscia nera che gli attraversava il garrese. La famosa cicatrice splendeva spettrale all’altezza dell’occhio sinistro, in contrasto col grigio del pelo. Dalle fauci spalancate fuoriuscivano i canini lunghi e affilati; la bocca era ricoperta di bava schiumosa che gocciolava a terra. Attorno al suo grande corpo ronzavano fitte nuvole di insetti. 

Alex e Kevin si fecero coraggio. Si distanziarono l’uno dall’altro. 

Lo Sfregiato emise ancora una volta quel suo grugnito selvaggio, come se si trattasse di un grido di battaglia.
Kevin si sentì le gambe tremare. Per un attimo, pensò di morire di paura. Era distanziato da Alex di una decina di metri, ed entrambi erano pronti a fare fuoco di lì a qualche istante.

Alex si accosciò. Kevin si stese a terra, prono.

A quel punto, la bestia grufolò rumorosamente il terreno, divelse un cespuglio di rovi che gli stava accanto e si lanciò alla carica emettendo un ringhio cavernoso.
Il bestione selvaggio correva come un ossesso. Più si faceva vicino, più il cuore di Kevin aumentava i battiti: sembrava un tamburo che voleva scoppiargli nel petto, nella gola, uscirgli dagli occhi. Solo attimi. Frazioni di secondo.
Lo Sfregiato era sempre più vicino, e Kevin era lì, fermo come gli aveva insegnato suo padre, col respiro trattenuto per prendere bene la mira. Gli sembrava di avere le gambe di frolla, le mani sudaticce e fredde, gelide.
Era solo una questione di istanti, poi quel bestione si sarebbe avventato su uno dei due. Quel mostro era a una decina di metri da loro, e decise di puntare proprio verso di lui. Kevin si sentì venir meno. Cadde come in un profondo stato di trance. Come un’eco lontana, avvertì la voce di Alex che gli intimava di mirare al muso, a quel grosso tartufo scuro.

Attimi che sembrarono un’eternità.

Lo Sfregiato gli stava venendo incontro come una furia, con la sua stazza gigantesca, le bave che colavano ovunque e gli occhi iniettati di sangue.

Non c’era più tempo.

Kevin premette il grilletto. Sparò due colpi. Ma quel mostro non rallentò la sua corsa. Sentì Alex sparare a sua volta. Colpì l’animale al fianco, deviò in qualche modo la sua traiettoria. Kevin ebbe un guizzo di lucidità. L’adrenalina gli schizzò nel sangue e nei muscoli. Si alzò, lanciandosi di lato, proprio mentre quegli zoccoli enormi calpestarono il terreno su cui si era disteso.
Corse verso Alex, lo raggiunse, lo affiancò, mentre Lo Sfregiato scuoteva il capo furibondo ed emetteva dei grugniti acuti, raggelanti.
Fischiando e gridando, i due lo spinsero a una seconda carica. Questa volta, l’animale batté la zampa anteriore sinistra, scavando solchi profondi nel terreno. Abbassò la grossa testa squadrata, dal muso allungato, e si scagliò contro di loro.
Alex afferrò una mano di Kevin. Lo spinse indietro, poi lo strattonò a sé, costringendolo a seguirlo.

Esclamò di avere un’idea, forse vincente. 

Corsero per alcuni metri, superarono a fatica una coltre di cespugli. Si fermarono di colpo, proprio sul ciglio di un dirupo. Alex puntò il fucile verso la macchia, pronto a fare fuoco. Kevin lo imitò.
Dopo pochi secondi, i cespugli si spalancarono e quel corpo enorme, grigio cenere, emerse dal folto. Puntò dritto contro i due.
Fecero fuoco all’unisono. Ma puntarono in alto, alle spalle del bestione. Questi, reso cieco dalla furia, sobbalzando dal frastuono delle doppiette, aumentò la velocità.
Alex spinse Kevin di lato, poi si gettò dalla parte opposta. E davanti al muso allungato di quel mostro si spalancò la voragine del crepaccio.
Lo Sfregiato non riuscì a fermarsi. Cercò di piantare le zampe anteriori nel terreno, ma non riuscì a rallentare la sua corsa furibonda. Emise un lungo e basso grugnito.

Cadde.
Il dirupo roccioso lo accolse.
Alex e Kevin si affacciarono dall’orlo del precipizio. Quel mostro enorme e tremendo era ridotto a un puntolino scuro, sul fondo, accerchiato da un’aureola di un rossore cupo.
I due si scambiarono un’occhiata radiosa. Si abbracciarono.
Era stata decisamente la loro missione più rischiosa. Ma ce l’avevano fatta.
Intanto il giorno stava lasciando posto alla notte e l’oscurità era prossima a coprire il cielo e la foresta. Alcune civette gridarono dal fitto del bosco.
E mentre seguiva Alex nel ritorno verso casa, Kevin si sentì scendere delle lacrime sul volto.
Era un pianto di gioia. Gioia per aver sconfitto quel mostro. Gioia per essere ancora vivi. Gioia per poter vivere nuove avventure sulle sue amate montagne, assieme all’amico di una vita.

[d.s]

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