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sabato, 28 Maggio 2022

Ucraina, una guerra diventata pantano perfetto. “A pensar male, ma spesso”

23.03.2022 – 08.26 – “C’è un sostrato di filo-putinismo nel nostro paese che io trovo impressionante”. Lo dice Enrico Letta ospite in televisione, mentre su un giornale si legge “Guerra-Ucraina, Mosca: armi nucleari se la nostra esistenza è minacciata” (nel titolo), e contemporaneamente “Il Cremlino: armi nucleari solo se minacciata esistenza russa” (all’interno). Suona diversa, come frase, e molto più normale (Joe Biden non direbbe nulla di diverso riferendosi al suo paese), ma nel titolo, forse, non andrebbe altrettanto bene oppure qualcuno si è sbagliato (dopo la foto del bombardamento non russo ma ucraino), dopo qualche ora si corregge, e il giornalismo italiano scende ancora di livello. Si può non gioire, da cittadino, per la standing ovation del Parlamento nei confronti di Volodymyr Zelensky, senza vedersi gettata addosso la croce di filo-putiniano? Vedremo.

Nel frattempo, mentre l’Italia che ripudia la guerra si ritrova sempre più attratta verso di essa, il “vedremo, vedremo” atlanticamente spavaldo di Mario Draghi, con un prezzo della benzina alla pompa di 2 euro, l’aumento del 100 per cento del gas e del 130 per cento dell’energia elettrica, non riesce a rassicurare nessuno. La difesa, supposta efficace fatta così come la stiamo facendo, dell’Ucraina, val bene una bolletta, e anche due (e anche molte): sono pronti, gli italiani, ad abbassare la temperatura delle loro case a sedici gradi, e a stare senza il pranzo vegano preferito, per tacere della Green economy, delle auto elettriche e del benessere degli animali domestici? Vedremo anche questo. La Camera, nel frattempo, approva l’aumento delle spese per la difesa e gli armamenti, fino al 2 per cento del PIL, e gli investimenti e i sostegni promessi a chi ha sofferto per la pandemia mal si conciliano con i missili da crociera e gli elicotteri d’assalto di Leonardo. Non è una percentuale uscita dal cilindro, questo 2 per cento, ma l’impegno di spesa che ciascuno dei paesi NATO dovrebbe avere nei confronti degli altri membri dell’Alleanza, invocato già da Donald Trump in tempi meno sospetti e da tempo immemorabile disatteso (anche se si potrebbe argomentare a lungo sul significato, nella guerra moderna, di quel numero netto, e sullo squilibrio fra le varie nazioni). Il problema è che, per l’Italia, il 2 per cento significa “prepararsi alla pace” (mentre Draghi aumenta l’invio di armi a sostegno dell’Ucraina) aumentando la spesa corrente di 104 milioni di euro al giorno, con uno squilibrio di 13 miliardi di euro l’anno, nel momento in cui il “governo dei migliori” ha previsto per il prossimo biennio 2023-2024 un taglio di 6 miliardi di euro dalla spesa sanitaria, una riduzione generalizzata del welfare e ammortizzatori contro la povertà energetica piuttosto risibili, finiti a far pari con molte delle inutili, a volte persino al di sotto della soglia di decenza, misure di sostegno di Giuseppe Conte nel periodo di pandemia.

Con la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale e con il crollo del muro di Berlino nel 1989, abbiamo pensato che la politica fatta di atti di forza che aveva dominato il Secolo breve (il periodo 1914-1991, violento e rapido nei cambiamenti) fosse per sempre alle spalle. Avvolti dalla NATO, emanazione degli Stati Uniti, e poi dall’Unione Europea, ci siamo convinti di essere entrati in un’epoca moderna nella quale l’economia del mercato globale aveva rimpiazzato gli eserciti e il diritto internazionale creato un ordine mondiale conveniente a tutti; perlomeno, dalle nostre parti, perché in altri continenti, quelli da cui arrivavano i barconi, si stava peggio. Oggi, con la guerra in Ucraina che si trasforma per davvero nel temuto pantano, tutto questo viene rimesso in discussione: vogliamo lo scontro con la Russia (e non uno scontro fatto a colpi di sanzioni, che in questo contesto a poco sono servite e a poco serviranno, ma di missili)? La Russia vuole davvero sfidare la NATO e oltrepassare le frontiere dei suoi paesi membri? E se dovesse alla fine farlo, come dovrebbe rispondere l’Unione Europea? Fino ad ora, queste domande, e le risposte a esse, erano state delegate agli Stati Uniti, lasciando da parte l’idea di un’Europa politicamente unita e di una forza comune di difesa. Sarà ancora possibile, dopo la standing ovation italiana e in attesa della prossima in Giappone, per Zelensky, lottando contro il fango del pantano, raggiungere una tregua o addirittura una pace in Ucraina attraverso l’iniziativa diplomatica? Il presidente ucraino combatte una guerra difensiva che non può militarmente, vincere, e fa gran uso delle armi mediatiche che ben conosce, invocando di continuo l’intervento diretto dei paesi occidentali, che scatenerebbe la Terza guerra mondiale e non potrebbe risolversi se non con l’uso dell’arma nucleare (sarebbero forse i primi lanci di bombe atomiche tattiche a fermare poi di colpo la guerra; ma a quale prezzo); questo Zelensky lo sa molto bene, però ha poco altro da dire, trascinare altri paesi in guerra è la sola cosa che sia per lui alternativa all’umiliazione di una pace raggiunta facendo alla Russia proprio le concessioni che Putin chiedeva prima dell’aggressione (e allora, perché i morti e la distruzione)? Per Zelensky, cedere sarebbe la fine politica, e il drammatico e repentino passaggio da eroe a traditore del suo popolo. Vladimir Putin combatte una guerra d’aggressione che non può vincere senza aumentare il volume della pressione militare, che vorrebbe dire ancora più distruzione e più morte (e di vecchie armi da consumare, la Russia ne ha veramente tante); per Putin sarebbe più facile, forse, rinunciare silenziosamente a qualcuno degli obiettivi che ha proclamato (non certamente alla Crimea o alla neutralità dell’Ucraina), però dovrebbe essere l’Occidente stesso a permettergli di salvare la faccia, facendogli conservare quel numero di conquiste sufficiente a poter dire di fronte al popolo della Federazione Russa di aver vinto. Per il momento però l’Occidente e la NATO sono ben lontani dal consentirglielo (anzi focalizzano su di lui, per evitare di farlo contro il popolo russo, lo sforzo di demolizione della figura umana: “è pazzo, è malato”), e quindi neppure Putin, oggi, può fermarsi. Uno dei motivi dell’imbarazzo occidentale che nessuno vuole ammettere (e che siede dietro alle standing ovation, nelle stanze dei palazzi) è Zelensky stesso, che rappresenta ora un potenziale ostacolo a una soluzione diplomatica nonostante ripeta quotidianamente di volerla (ripete però quotidianamente anche di volere la No-fly zone, che non vuol dire pace ma altra guerra, e lo sa). Sui giornali, della Russia e di come ci si sta e di cosa ci si pensa si legge pochissimo o niente, ed è una situazione senza precedenti, che porta enormi rischi e non consente valutazioni corrette ma trasforma l’informazione in propaganda: pochi giornalisti indipendenti che ancora parlano di Russia ci fanno capire che di là il sentimento è diverso da quello che immaginiamo e che i russi sono ben lontani dal voler rovesciare Putin, e c’è qualche messaggio sui Social network che resistono, ma quasi nulla più.

L’annessione della Crimea e ora l’invasione dell’Ucraina hanno ridisegnato la mappa geopolitica dell’Europa che l’Occidente si era immaginato dopo il 1991, in maniera illusoria nel momento in cui ha scommesso su una eterna “non reazione” nei confronti della propria espansione a Oriente. L’unica persona, in ultima analisi, che può sapere quanto spazio abbia una soluzione diplomatica al conflitto, è probabilmente Putin stesso: con ogni probabilità, le decisioni sull’invasione dell’Ucraina erano già state prese un anno fa, e la richiesta, respinta, dell’impegno formale alla non adesione alla NATO dell’Ucraina stessa era una linea rossa attraversata la quale non restava altro, per evitare il suicidio politico, che attaccare, se la sua è per davvero la visione di una Russia che torna grande dopo la Guerra Fredda. E la sfida di Putin all’Ovest è iniziata forse il 4 dicembre 2011, dopo le contestate elezioni, i problemi politici interni alla Federazione Russa, e le accuse agli Stati Uniti di aver favorito le proteste di piazza e aver agito per sfavorirlo: da quel momento in poi, infatti, la Russia ha iniziato a smantellare pezzo per pezzo le relazioni di fiducia costruite precedentemente con l’Occidente, e si è arrivati al primo confronto sull’Ucraina, quello del 2014, e alla costruzione di un’alleanza eurasiatica con la Cina messa al centro del programma politico del terzo mandato elettorale. L’attacco all’Ucraina ha colto comunque gran parte degli analisti di sorpresa, e il suo discorso del 18 marzo, in cui ha parlato di una Russia come della più internamente divisa fra le nazioni del mondo, ha steso lunghe ombre sulle sue intenzioni future nei confronti degli altri paesi precedentemente parte dell’URSS e ora membri della NATO. Vada come vada, la possibilità di una cooperazione fra Mosca e l’Unione Europea, cosa che dieci anni fa sembrava ormai una realtà, se n’è andata non per sempre ma per molti, molti anni a venire.

L’Ucraina, anche quando pacificata, rimarrà in una situazione estremamente lontana dalla stabilità da un punto di vista politico, e disastrosa, se non ci sarà un successivo sostegno dell’Europa (che però è, oggi, povera di risorse) da un punto di vista economico: nella “guerra fra ricchi”, come qualcuno giustamente ha scritto, a soffrire per il confronto con un avversario diventato “nemico in famiglia”, che ha un territorio estremamente più vasto ed è estremamente più forte, sarà l’uomo qualunque. Siamo appena (non “già”: qualsiasi guerra nella storia ha portato alla rapida realizzazione di come le guerre non siano mai brevi) alla quarta settimana di guerra, e gli effetti sulla catena logistica e di approvvigionamento mondiale, già messe a dura prova dal Covid-19, stanno appena iniziando a mostrarsi, eppure si fanno sentire già in maniera fortissima. Può far sorridere leggere degli aerei di linea finlandesi costretti a rotte artiche per raggiungere l’Asia, ma di divertente non c’è proprio niente, perché riguarda anche i cargo e il trasporto delle merci, incluso il costo (già sensibilmente aumentato nei traffici marittimi, e ora in corsa verso il triplo rispetto al periodo pre-pandemia). Nella stagnazione economica che la guerra sta portando, l’inflazione reale rispetto a febbraio 2020 è oltre il 6 per cento e più probabilmente al 10, nel momento in cui gli interessi bancari sono a zero (un anno fa, il dato era 0,6): ovvero, se una famiglia ha 20mila euro su un conto in banca, perde altri 100 euro al mese, che si aggiungono ai soldi in più che servono per il gas, la corrente elettrica, il carburante, le automobili (tanto introvabili da aver dato in pochi mesi una spinta verticale verso l’alto al mercato dell’usato), l’alluminio, l’acciaio, l’olio di semi, i semiconduttori e l’elettronica. Il termine che gli economisti anglosassoni usano è “stagflation”: lunghi periodi di stagnazione economica assieme a lunghi periodi d’inflazione molto alta, qualcosa che avevamo dimenticato ma che chi ha vissuto gli anni Settanta ricorda. La Russia e l’Ucraina (tutt’e due, non solo l’Ucraina citata da Zelensky) producono il 30 per cento del grano a livello mondiale; i prezzi sono già alle stelle, e se non ci sarà presto la pace salteranno i raccolti, e questo, oltre a farsi sentire, e non in modo lieve, anche sulle nostre tavole, provocherà una tragedia umanitaria di proporzioni tali da far presto dimenticare i teatri da ricostruire, a meno che non si chiudano le porte a chi viene dal Mediterraneo per tenere aperte quelle verso i popoli slavi. Sia Ucraina che Russia hanno delle scorte, ma è difficile pensare che l’Ucraina possa mettere le proprie a disposizione dell’Africa e del Medio Oriente, e quelle russe stanno andando verso l’Asia. Ultimo (non c’è spazio per parlare di tutto), ma non per importanza, il mercato della tecnologia: i due paesi oggi in guerra sono fra i principali produttori di gas Neon, cruciale per l’alimentazione dei laser utilizzati nella stampa dei microchip, e di palladio, componente importantissimo nell’elettronica. Alcune industrie, per cercare di tamponare la crisi e visto che le avvisaglie del problema erano arrivate già con la pandemia, hanno già iniziato a cercare di riciclare altri materiali; è però un processo complicato e ancora una volta costoso, che farà costare il nuovo Smartphone di provenienza statunitense forse un 40 per cento in più e costringerà moltissimi a passare ad Android, molto probabilmente a quello cinese perché costa meno, e con buona pace delle paure per la sicurezza. Di positivo, se vogliamo vederla così, ci sarà un ritorno alla produzione domestica, con un incremento dell’offerta di lavoro: a tempo debito. Nel frattempo, la sofferenza della catena si trasferirà sul suo anello più debole, i consumatori.

La Russia, ora, in reazione alle sanzioni e alle prese di posizione delle nazioni europee, si isola e si rivolge esclusivamente verso la Cina (un forte segnale è l’interruzione delle trattative di pace con il Giappone, mai portate a termine dopo la fine della Seconda guerra mondiale: un gesto simbolico, del quale è difficile immaginare conseguenze pratiche, che però fa chiaramente capire a chi, fra Cina e Giappone, nazioni non amiche, vada oggi il sostegno russo). La Cina, che è vicina alla Russia anche sulla questione iraniana, guadagna in ogni caso: rifiuta di unirsi apertamente alle sanzioni contro la Russia, rifiuta di unirsi alla Russia nel proprio isolamento, e si offre di dare supporto a una soluzione diplomatica del conflitto. Le sanzioni dei paesi occidentali alla Russia, con le quali la politica si riempie la bocca, non contengono elementi capaci di essere, di per sé, risolutori: sequestrare gli yacht e intromettersi nella gestione di una squadra di calcio non porterà a un cessate il fuoco in Ucraina, e forse un giorno, se la pace arriverà, quegli yacht andranno restituiti con tanto di pagamento di danni. In più, la Russia è già preparata a resistere alle sanzioni: ha fatto esperienza, ed ha accumulato valuta straniera per oltre seicento miliardi di dollari, una riserva sufficiente per due anni mantenendo il livello di importazioni necessario: metà è bloccata, ma resta l’altra metà, e se la Russia andrà in default, non verrà in ginocchio da noi a dire che aveva scherzato. E se alla Russia servono i soldi dell’Unione Europea che arrivano in cambio del gas, l’Unione Europea, dal gas e dal petrolio russo, è attualmente completamente dipendente, e lo sarà ancora per un periodo non breve (nuovi gasdotti? Ci vogliono anni. Centrali nucleari? Ancora più tempo, specialmente se prima si dormiva sugli allori). La Russia, quindi (dopo l’Ucraina, che sta perdendo risorse economiche in modo incommensurabile e non può che caricarsi di altri debiti se vuole continuare a combattere), sarà nel lungo periodo la nazione che economicamente soffrirà di più; poi ci saremo noi (l’Europa), e poi, con un certo distacco, il resto del mondo. E ciò che si spende in difesa, anche se non intacca il prodotto interno lordo, riduce il denaro a disposizione per i consumi e le infrastrutture (dell’educazione e della sanità abbiamo già detto). Per un paese già più che indebitato come lo è l’Italia, rischio che l’inflazione sfugga e diventi incontrollata è remoto ma c’è, e tenerlo a bada renderà ancora più difficile il lavoro delle banche centrali, già impegnate a studiare come metter d’accordo le scelte politiche (dei governanti) fatte per punire la Russia con la necessità di non destabilizzare l’economia del mondo intero. Gli Stati Uniti, senza la presenza e leadership dei quali la NATO diventa un guscio vuoto, con un bilancio di spesa militare già di 800 miliardi di dollari l’anno, non hanno risorse per sostenere un’Europa in crisi e contemporaneamente finanziare i propri interessi in Asia: sperare in un piano Marshall degli anni 2020 sarebbe illusione, gli elettori americani semplicemente non l’approverebbero. E allo stesso tempo, pur se forse preferirebbe farlo visto lo spostarsi della bilancia di confronto decisamente verso la Cina, l’America, oggi, non può sfilarsi dallo scenario europeo, e da Aviano si alzano in volo caccia che vanno in Polonia.

Purtroppo per l’Ucraina, e per l’Europa, tutto questo potrebbe essere lo scenario migliore. Il Pentagono ritiene, dalle analisi fatte, che il conflitto possa restare contenuto, congelando il pantano già esistente, eppure esistono molte altre ipotesi che potrebbero causarne l’allargamento rapido, ad esempio quello che vede un paese NATO far di testa propria e inviare in “missione di pace”, unilateralmente, truppe, che verrebbero certamente attaccate dalla Russia. Ne esistono altri, di scenari, che analizzando questa guerra parlano di cose peggiori, e niente è certo; l’incertezza non è mai un bene per nessuna economia, e di sicuro c’è solo che questa guerra, con ogni probabilità, non finirà per niente presto, ed è il caso di averne paura. Possiamo quindi parlare, con Enrico Letta e con in mente Massimo D’Alema, di Articolo 11? Sarebbe una buona occasione.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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