Il diario di Stipan Milasich

09.01.2022 – 09.00 – [Nota dell’autore] In un’afosa giornata di agosto, mi trovavo a percorrere le vie di Tinjan, in italiano Antignana, un comune nell’entroterra dell’Istria. Il cielo era terso, il caldo insostenibile. Mi inerpicai lungo un vicolo stretto, per trovare un po’ di refrigerio all’ombra delle case basse che lo stritolavano ai lati. Con curiosità, notai l’insegna, piuttosto malconcia, di un’antica bottega incassata tra le altre costruzioni. Decisi di visitarla, scoprendo fin da subito che si trattava della bottega di un antiquario. Vi entrai, godendo fin da subito della penombra che aleggiava nel luogo. La mia attenzione fu subito attratta dagli scaffali pieni zeppi di libri, di varie dimensioni e fatture.
Un ometto basso e tarchiato, con dei grossi baffi scuri e ispidi, mi accolse chiedendomi in che cosa potesse essermi utile. Gli chiesi se, tra tutti quei libri e manuali, avesse una storia in particolare che riguardasse quella terra. L’uomo sembrò stringere gli occhi a fessura, parlò poi piano, a bassa voce, raccontandomi di possedere l’unica e rara copia di un particolare diario, il diario di Stipan Milasich.
Quel nome non mi diceva assolutamente nulla. Perciò, fui morso dalla curiosità e spinto a comprarlo. Era un libretto sottile, dalla copertina in cuoio chiaro; le pagine risultavano ingiallite dal tempo e appiccicose in più punti.
Ringraziai l’ometto e uscii nel vicolo. Lo seguii fino in cima, cullando l’idea di leggere quel libretto quanto prima. Giunto su un punto rialzato, dacché quel capoluogo è sito in posizione panoramica, presi posto su un muretto di cinta, mentre sotto di me si estendeva la Draga o Vallone, la profonda e lunga depressione che fende, come una ferita, il territorio istriano, fino a trasformarsi, nell’ultimo tratto, nel Canale di Leme, che sfocia nell’Adriatico.
Lì, in quel punto impervio, spirava una brezza che mi accarezzava i capelli e faceva frusciare le pagine del diario che andavo ad aprire.
Raccolgo, qui di seguito, i tratti salienti di questo straordinario diario, sicuro che poi, una volta appresa la vicenda, me ne sarete riconoscenti.

22 giugno 1672: Kringa. In questi giorni, la zona del paese è turbata da una serie di avvenimenti abbastanza strani e inquietanti. Negli ultimi quattro giorni, è capitato diverse volte che bambini piccoli si siano allontanati da casa o non vi abbiano fatto ritorno dopo i loro giochi nel vallone. In tutti questi casi, i bambini erano troppo piccoli per giustificare in maniera adeguata e attendibile la loro assenza, ma tutti si sono dimostrati concordi nel dichiarare di essere stati con un “signore gentile”. I bambini sono scomparsi tutti verso sera, e due di essi sono stati ritrovati soltanto la mattina successiva.
È possibile che in tutta questa vicenda vi sia qualcosa di più serio, perché alcuni bambini, per l’esattezza quelli che sono stati assenti per un’intera notte, presentano piccoli graffi o minuscole ferite alla gola. Le lesioni sembrano quelle che potrebbe provocare un ratto o un cagnolino, e tenderebbero a dimostrare come l’animale che le infligge, qualunque esso sia, abbia un suo particolare metodo o sistema.

25 giugno 1672: Ho appena ricevuto la notizia che un altro bambino, scomparso la scorsa notte, è stato ritrovato soltanto nella tarda mattinata sotto un cespuglio nel vallone sottostante il paese, in una zona meno frequentata rispetto alle altre. Il bambino presenta la stessa minuscola ferita alla gola, che era stata osservata negli altri casi. Era tremendamente debole, e appariva emaciato. Non appena si è un po’ ripreso, anche questo bambino ha raccontato la stessa storia, ossia di essere stato assieme a un “signore gentile”.

26 giugno 1672: Onde evitare che si ripetano questi strani fenomeni, è stato vietato ai bambini di allontanarsi dalle loro abitazioni al crepuscolo. Tutti i genitori sono concordi nel vietare loro di addentrarsi nei meandri del vallone. È stato poi richiesto di allertare subito gli uomini del paese nel caso vi sia l’avvistamento di uno straniero, in modo da capire le generalità di questo “signore gentile” che adesca i bambini e li tiene con sé per tante ore.

30 giugno 1672: Le precauzioni messe in atto per evitare che altri bambini scompaiano nella notte stanno dando i loro frutti. In questi quattro giorni nessun altro bambino ha incontrato questo fantomatico “signore gentile” e una certa serenità sta ritornando in paese. Mi chiedo che fine ha fatto questo uomo. Se ne sta forse al riparo nei meandri del vallone? È in attesa di trovare qualche nuova vittima?

2 luglio 1672: Stamani, all’alba, mi sono recato di persona nel vallone. Ero assieme al mio amico Nikolo Nyena. Abbiamo setacciato i sentieri principali, scrutato negli anfratti più tenebrosi, perlustrato le aree meno battute, alla costante ricerca di questo “signore gentile”. Ma, nonostante le ore di ricerca, non abbiamo trovato anima viva. Il vallone è risultato essere un luogo silenzioso e tranquillo. Nel terreno fangoso e nelle zone in terra battuta, non abbiamo rilevato nessuna traccia od orma del passaggio di un uomo. Che non sia stata una trovata dei bambini stessi? Forse, si tratta solo di un loro gioco.

5 luglio 1672: Più passa il tempo, più la figura del “signore gentile” si allontana dalle nostre menti. Per prudenza, i bambini sono ancora costretti a rimanere in paese e a non uscire di casa col calare delle tenebre. Di un forestiero qualsiasi, nemmeno l’ombra.

10 luglio 1672: Albeggia. Stanotte è successo un fatto alquanto inquietante e straordinario. Non so dire che ora fosse, perché stavo dormendo, quando un bussare concitato alla porta ha turbato il mio sonno. Mi sono trascinato ad aprire e mi sono sorpreso nel ritrovarmi davanti il volto spaventato del mio amico Nikolo. L’ho fatto accomodare per riprendere fiato. Non l’ho mai visto così agitato in vita sua. Tremante, mi raccontò di aver veduto uno straniero poche ore prima. Si era attorno a mezzanotte e lui si stava coricando a letto quando, dalla finestra aperta, ha visto un uomo alto, robusto, avanzare lungo il vicolo. Il forestiero arrancava lungo la via, indossava degli stracci lunghi e laceri, coperti di terra. La luna, una falce nel cielo, gli rischiarava metà volto. E in quelle sue fattezze, Nikolo ne era certo, aveva riconosciuto il contadino Jure Grando.
Sentendo quel nome, lo guardai inebetito. No, non poteva assolutamente essere!
Quell’uomo, un contadino del nostro stesso paese, era morto per malattia nel 1656!
Ma Nikolo ne era convinto, a tal punto da strabuzzare gli occhi, quasi gli stessero uscendo dalle orbite. Secondo lui, poteva essere proprio Grando il “signore gentile” tanto citato dai bambini.
Cercai di consolare il mio amico, certo ch’egli avesse avuto un incubo lucido, ma non volle darmi ascolto. Come sotto ai deliri di una febbre sconosciuta, mi ha strappato la promessa di recarmi con lui stanotte, nel cimitero locale dove giace il contadino. Vuole essere sicuro di non esser divenuto preda della pazzia. E io, da buon amico, ho accettato di assecondarlo.
Ora mi corico per un riposo più profondo, devo avere l’energia necessaria per affrontare il piano assurdo di Nikolo.

12 luglio 1672: Possano queste righe rimanere impresse nella Storia! Come monito per altri esseri umani, giacché vi sono orrori che superano ogni umana fantasia.
Stanotte, come da accordi, mi sono recato nel cimitero locale con Nikolo. Una brezza si insinuava tra le lapidi facendo ondeggiare i fili d’erba. La luna sembrava piena, i suoi lucori facevano rifulgere le lapidi di un biancore spettrale. Nikolo si era armato di pala e persino di un palo di biancospino. Non so esattamente a cosa potesse servirgli quest’ultimo, ma aveva un’idea sul primo arnese. Giunti alla lapide di Jure Grando, il mio amico piantò la pala nel terreno secco. Iniziò a scavare di buona lena, mentre io fungevo da guardia. I colpi di pala si alternavano agli ansiti di Nikolo. Ci vollero almeno quaranta minuti di scavo continuo, finché la punta metallica non toccò la superficie dura della bara.
Aiutai Nikolo a trascinarla fuori dalla fossa. La disponemmo tra l’erba, di traverso. Fu lui ad aprirla in modo lento, mentre io mi accingevo a deglutire un nodo di bile alla sicura vista di uno scheletro.
Furono vasti, senza confine, la mia sorpresa e il mio terrore quando la bara venne aperta del tutto. Al suo interno, non v’era lo scheletro che aspettavo di trovarvi. Ma una sagoma umana perfettamente conservata. Su quel corpo non v’era nemmeno la minima traccia di decomposizione. Per tutti i diavoli dell’inferno, sembrava fosse stato sepolto il giorno stesso!
La cosa più tremenda, fu vedere una sorta di ghigno bieco sulle labbra rosee. E la punta di due canini aguzzi sbucare all’infuori, come zanne di un mostro senza nome.
Nikolo, allora, con braccia tremanti, sollevò il palo di biancospino, posandolo all’altezza del cuore di questo strano e allucinante essere. Il mio amico emise un lamento flebile, e si ritrasse quasi subito piegandosi in due: spiegò di non farcela. Non riusciva nemmeno a muovere un muscolo tant’era teso e sopraffatto dal terrore.
Presi allora il palo di biancospino. E, per tutti gli esseri innominabili che popolano questo pianeta, spinsi verso il basso con forza, trafiggendo quel corpo beffardo.
Fu allora che i suoi occhi si spalancarono: due biglie giallastre nel lucore della luna. E un lamento acuto scaturì da quelle labbra contratte nel ghigno nefasto. Quel suo corpo si contorse come essere vivente.
Affondai il palo nelle sue carni, straziandogli il cuore. Ogni suono si spense. Quegli occhi infernali si chiusero con un fremito delle palpebre.
Quando sollevai il palo, vidi molto sangue disperdersi nella bara, avvolgendo Grando come fosse chiazza di inchiostro.
Forse, avevamo posto fine a quell’orrore. Decidemmo di chiudere la bara, non senza averla cosparsa di aglio. Fu Nikolo a compiere questo ultimo gesto. Lo aiutai a calarla nella fossa, poi toccò a me ricoprirla di terra.
Adesso, mentre stendo questo resoconto, il giorno ha divorato le tenebre. Sono seduto a casa, alla scrivania, mentre da oltre la finestra giungono risate di bambini, chiacchiericci delle madri in strada.
Non abbiamo ancora rivelato a nessuno la nostra avventura notturna. E credo che non lo faremo mai.
Che queste poche righe siano un monito a chi le leggerà in seguito, come testimonianza di un incubo reale, e non la farneticazione di una mente alterata dalla febbre. Perché quanto successo qui a Kringa non debba mai ripetersi in altre zone del globo.
Questa la mia preghiera, questa la mia più alta speranza.
Mi chiamo Stipan Milasich, sono un semplice contadino, ma stanotte ho sconfitto le forze di un male oscuro e senza nome.

[d.s]