Locking down Christmas, secondo Natale sottovuoto. Auguri 2021

25.12.2021 – 08.58 – La promessa fatta, trasformatasi in speranza in primavera e arrivata quasi alla certezza quest’estate, era che il Natale 2021, quello di quest’anno e quello di oggi, sarebbe stato meno cupo, meno blindato e, anche se non del tutto normale, più gioioso di quello di un anno fa. Una fine anno che ci prefiguravamo non certo con la pandemia alle spalle, ma almeno con il panettone tagliato assieme agli amici e in famiglia, (amici e familiari in gran parte vaccinati), e con i fuochi d’artificio e qualche saluto in piazza, vista l’immunità conferita dalla vaccinazione stessa. Promesse da marinaio, o da politico che naviga in cerca di consenso: la (niente affatto inattesa, in quanto ampiamente predetta, non nello specifico ma nel merito, dalla scienza) variante Omicron del virus Sars-CoV-2 meglio noto come Coronavirus ha spazzato via di colpo panettoni, cenoni e brindisi (si parla di un secco settanta per cento di cancellazioni dell’ultim’ora, e il conto salato del nuovo disastro economico arriverà nei prossimi mesi) in un susseguirsi di decisioni e contro-decisioni imbarazzanti, fra la triste canzone dei virologi (avremmo potuto, in un clima di maggiore sobrietà, farne decisamente a meno: non è certo così che si conquista la fiducia di chi non si vaccina) e le liste di prenotazione che parlano di terze dosi a marzo, se andrà bene, e se no si vedrà, con i Green pass che inizieranno a scadere prima della data di possibile booster (e lo si sapeva). Tamponi obbligatori (che non spingono affatto alla vaccinazione gli irriducibili: chi fa la terza dose è lo stesso che aveva già fatto la prima – e chi non l’ha fatta, la prima, se ne sta a casa, anche dal lavoro in permesso o malattia, ma non la fa), prenotazioni da rimborsare (se si potrà), biglietti d’aereo e di treno già staccati e da buttar via, forniture di generi alimentari nei ristoranti che finiranno nei cassonetti: “Di fronte a queste restrizioni siamo increduli”, dice il gestore. “Eravamo pronti a un inverno con la pandemia, ma decisioni così non ce le aspettavamo”. Nazioni come l’Austria, in cui senza passaporto vaccinale non si può neppure uscire di casa a meno di stretta necessità (con buona pace della libertà come diritto fondamentale), eppure il vaccino non ferma l’epidemia, grafici alla mano, alla faccia dei primi ministri che avevano celebrato l’alto tasso di somministrazione come una vittoria e ora sentono scricchiolare il terreno sotto di sé: succede un po’ di tutto, nell’amletica Europa, compresi i falsi certificati di vaccinazione in Francia (a Nizza, il 30 per cento dei ricoverati in terapia intensiva ne aveva uno). Amsterdam vuota, con negozi e mercati che rimandano indietro la merce invenduta e invendibile ai loro distributori, che di quella merce non sapranno che farsene: dalle scarpe da donna, all’abbigliamento, al trucco e a tutto quello che non è di prima necessità. Niente musei, niente teatri. Un nuovo disastro: nel turismo, che a inizio dicembre di quest’anno aveva visto tornare (ed era la seconda volta) un po’ di speranza con un aumento rapido delle vendite di viaggi, è piombato tutto a zero e ora si parla, per il 2022, di non provarci nemmeno e di puntare al 2023: “Ogni tre o quattro mesi mi sembra che il peggio sia passato e si possa ripartire, la gente torna e ha voglia di vacanze; poi arrivano le regole, e le brutte notizie distruggono tutto in un attimo”.

Oggi, 25 dicembre 2021, abbiamo una soglia di immunità al virus SarS-CoV-2 molto maggiore di un anno fa, e una maggiore resilienza agli effetti peggiori del Covid-19: un po’ per il vaccino, pochissimo per le mascherine portate nel modo in cui siamo tutti abituati a portarle (ovvero come ridondante ornamento temporaneo), un po’ perché chi si è ammalato e sta bene si è lasciato, per ora e forse per sempre, il Covid alle spalle. La soglia di sopportazione però è crollata e la reazione più diffusa sembra essere quell’apatia che aspetta l’occasione per sfogarsi in qualcos’altro. La situazione reale di rischio Covid non è quella percepita (purtroppo, spesso alimentata ad arte): il rischio c’è e ignorarlo sarebbe da pazzi ma non si sta, nel complesso, così male come un anno fa. Il booster è efficace, e previene l’ospedalizzazione in una percentuale fra l’80 e l’86 per cento, così dicono le prime statistiche. Le vie poco popolate nelle quali il bicchiere con gli amici si limita ai pochi coraggiosi, fra un passa e ripassa dei controlli delle Forze dell’ordine (in qualche bar, è vero, si è in venti e forse trenta: due anni fa si sarebbe stati però in duecento), il veto ai concerti, le curve di salita della nuova variante Omicron che in alcuni paesi europei conta ora 4 su 5 contagiati (e in crescita) fanno capire come mai chi ci passa a fianco, infagottato e avvolto dalla pioggerellina di dicembre, si lasci sfuggire un: “Non vedo l’ora di prenderlo: almeno così metto fine a questa storia”. E Omicron, che è rapido, rimette in discussione l’efficacia dell’intero sistema di prevenzione e le capacità non solo dei servizi sanitari, ma delle strutture amministrative e operative delle nazioni: a Londra, una settimana fa, un terzo delle squadre dei Vigili del fuoco si è ritrovata fuori combattimento non per malattia, ma per mancanza di personale dovuta agli auto-isolamenti di chi risultava positivo. E fermiamoci, con gli esempi, al solo popolo d’Oltremanica: più significativo che l’immaginare una Londra in difficoltà con le sue squadre antincendio in uno dei mesi più complessi dell’anno, o una linea della metropolitana ferma, poco altro c’è, se non pensare a scuole e ospedali senza metà degli addetti e insegnanti (e forse non è neppure fantascienza). Chi governa, di fronte a Omicron, si trova a dover prendere decisioni nell’incertezza: meglio il picco di contagi subito, passato il quale le cose inizieranno ad andar meglio, o meglio la curva piatta, che si può ottenere con nuove restrizioni e nuovi lockdown ma che certo non farà scomparire l’epidemia e anzi ci farà uscire dal pantano in modo più lento del picco?

I lockdown all’italiana (mai immaginati da nessun paese in nessuno scenario di epidemia, tranne forse per la febbre emorragica africana: ci abbiamo pensato lo stesso noi, a fare da modello per il mondo: c’è chi guarda ormai all’Italia per copiare i metodi di verifica e controllo dei trasporti, città e locali pubblici, e purtroppo non è la nostra prima volta), quei lockdown di questi due anni, non hanno fatto molto per impedire i decessi (qualcuno dice ancora che senza lockdown, fatto proprio così com’è stato fatto, sarebbe stato molto peggio: s’infila però in un percorso filosofico piuttosto arduo, e non presenta simulazioni statistiche credibili, e chi scrive ne dubitava prima e ne dubita adesso). Lasciano in compenso danni grandissimi che vanno dall’economia distrutta, a un trenta per cento di bambini e adolescenti con problemi psicologici e ritardo scolastico, ad anziani rinchiusi da due anni in strutture assistenziali con poche finestre di gioia e di incontri, a governi che prosegue nell’emergenza da anni Venti del Novecento a colpi di decreto senza che i cittadini abbiano potuto esprimersi sulle loro preferenze e senza aver avuto il coraggio di provare a convincerli con i fatti, della validità della strategia vaccinale, anziché obbligarli indirettamente lanciando sassi e nascondendo le mani. Danni enormi che rimarranno per almeno una generazione, e che hanno sdoganato molte possibilità, per un governo, di fare cose che con i diritti civili e fondamentali hanno avuto e hanno poco a che fare: oggi chi ha desiderio di libertà, di serenità e di festa è un egoista, perché non pensa agli altri (se poi il rispetto per chi sta male o non c’è più, e la libertà e il diritto di essere felice che ha chi sta bene, non hanno invece che un unico modo di esprimersi senza scontrarsi, ovvero andare di pari passo – non fa niente). Si prova persino a giustificare, sulle pagine dei giornali, chi ha sbagliato dagli schermi delle televisioni a promettere la libertà da vaccino entro novembre: ma certo che si sbaglia, errare è umano (perseverare però ci porta dove siamo oggi). C’è ancora una possibilità: quella che la connessione fra il contagio da variante Omicron, che ha tolto a tutti la certezza di poter stare tranquilli se si era vaccinati, e il finire in ospedale, sia così debole da lasciare moltissime persone a casa solo per qualche giorno con un po’ di febbre (e sta accadendo) per farle tornare rapidamente al lavoro e allo studio sane, salve e con il Super green pass e gli anticorpi derivanti da malattia superata. C’è però anche il rischio che i primi tre mesi del 2022 siano altrettanto cupi come quelli del 2021, e non è un bel modo di scambiarsi gli auguri. Facciamolo però lo stesso, provando a pensare al virus un po’ meno (prevenzione e attenzione sì e ossessione no) e ricordando che su 279 milioni di casi di contagio registrati nel mondo dall’inizio della pandemia a oggi 25 dicembre, 249 milioni si sono risolti con pochissime o nessuna conseguenza per i contagiati, e che lo stesso accadrà, con ogni probabilità, per più del 99 per cento dei 24 milioni di persone ancora contagiate. Solo lo 0,4 per cento dei contagiati è in condizioni serie, mentre la percentuale di chi non ce l’ha fatta è scesa nel complesso dal 4 per cento dei giorni più bui al 2 per cento medio ed è tuttora in discesa. E se Omicron è più rapido e più contagioso, non sembra essere più pericoloso, ma meno: i primi studi del London Imperial College, ancora da confermare ma molto strutturati, parlano di un rischio di complicazioni del 40-45 per cento inferiore a quello della variante Delta, e Hans Kluge, direttore della sezione europea dell’OMS, ha indicato in tre-quattro settimane ancora il tempo necessario per avere, su questo, dati certi: “Non c’è dubbio che l’Europa sia ancora una volta l’epicentro della pandemia, e siamo molto preoccupati”, ha dichiarato Kluge, “ma non ci sono ragioni per il panico. La buona notizia è che sappiamo cosa fare”. Ci sono molti elementi per poter dire che il peggio è per davvero alle spalle, per confidare nel fatto che questo sia l’ultimo inverno di pandemia e per augurare ai nostri lettori un Natale sereno. Anche se sottovuoto.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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