Faro della Vittoria di Trieste: 5 curiosità storico-architettoniche

22.11.2021 – 09.55 – Dopo la bianca rocca del castello di Miramare, il Faro della Vittoria di Trieste rimane tra gli elementi più immediatamente riconoscibili della scenografia triestina: la forma svettante, la monumentale statua dalle ali aperte nel cielo, il biancore marmoreo che si rispecchia nel mare. È, se vogliamo, un riflesso speculare della rocca di Miramar(e): la prima sopravvivenza austriaca di un Asburgo quale Massimiliano assai poco asburgico nella vita e nel pensiero; la seconda trionfo magniloquente italiano, a conclusione del primo conflitto mondiale.
Accomunati tuttavia – e sta qui il paradosso – dall’identico gioco di relazioni a livello di colori e architettura con il vasto azzurro che si estende uniforme dal mar Adriatico al cielo meridionale. Se vogliamo, due monumenti molto “mediterranei”. Lo stacco, a di là delle differenze ideologiche, con il mastodonte brutalista del Santuario mariano di Monte Grisa, alle proprie spalle, sfigurato da un uniforme grigiore cementizio, è evidente.
Il Faro, visitabile in alcune speciali occasioni previo accordo con la Marina Militare, è attualmente chiuso fino alla prossima primavera 2022, ma è possibile comunque ammirarne alcuni caratteri architettonici esteriori, accomunati da una forte ricerca simbolica.

Il primo dato tutt’oggi individuabile negli studi sul Faro della Vittoria è il suo sorgere ai piedi del nemico sconfitto, cioè sul basamento della Fortezza Kressich, tra i più importanti bastioni austro-ungarici triestini. Una fortezza progettata su modello prussiano che raggiunse il culmine della sua attività nella seconda metà dell’ottocento.
Il secondo dato curioso, levando lo sguardo, è il cosiddetto “Marinaio ignoto“, raffigurato con il classico copricapo da pioggia della Regia Marina e gli stivali di lavoro. Un ideale compagno del “Milite ignoto”, il Marinaio venne realizzato dallo scultore Giovanni Mayer. Le dimensioni statuarie, con 8 metri e 60 cm di altezza, denunciano il gigantismo proprio della struttura: le proporzioni appaiono naturali nel contesto di una nave che guarda all’orizzonte, ma appaiono sfigurate se ammirati a breve distanza.
Rientra invece all’interno della sacralizzazione del percorso prima risorgimentale e nazionale dopo la collocazione dell’ancora del cacciatorpediniere Audace, alla base della statua del Marinaio Ignoto. L’ancora è accompagnata dalla targa “Fatta prima d’ogni altra sacra dalle acque della gemma redenta, il 3 novembre 1918”.
Una quarta curiosità, coerente con l’assetto di un Faro che sorga sulle rovine del passato, sono i due proiettili collocati all’entrata, provenienti dalla corazzata austroungarica SMS Viribus Unitis, affondata a Pola in una delle ultime azioni di guerra (1 novembre 1918), ad opera degli ufficiali Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci. Una “impresa” oggettivamente coraggiosa, ma che rimane controversa, collocandosi all’alba dell’armistizio, rivolta nei confronti di una nave che non era più in assetto di guerra, la cui distruzione causò la morte di 300 marinai che ritenevano il conflitto ormai concluso.
Il quinto elemento che contraddistingue il Faro della Vittoria è la cosiddetta “Statua della Vittoria Alata“, sulla vetta del Faro: un’opera nuovamente dell’attivissimo Giovanni Mayer, scolpita in rame sbalzato, con una corona che possiede la particolarità “tecnica” di nascondere l’impianto di protezione dalle scariche atmosferiche.

[z.s.]