Il Forte Kressich: una fortezza prussiana nel cuore di Barcola

15.09.2018 – 08.25 – Il rapporto paradossale tra la città di Trieste e Napoleone viene bene simboleggiato dal portone d’ingresso di Via Lazzaro n. 15, dov’è possibile ammirare la scultura, posta sopra il portone, di un gigantesco serpente, attaccato dagli affilati becchi di tre aquile.
Il “gruppo” scultoreo, dei primi dell’ottocento, presenta una chiara simbologia: il serpente è ovviamente Napoleone, che strangola i “liberi” popoli d’Europa, attaccato dalle tre nazioni della Santa Alleanza, ovvero Russia, Prussia e Austria.
La composizione scultorea, spesso ammirata dai turisti di passaggio, presenta però una sorpresa: scolpite nel portone di legno, ci sono due formelle intagliate, riproducenti due aquile napoleoniche. Nessuna lettura metaforica, in questo caso: sono aquile francesi e come tali apologetiche del regime del “piccolo caporale”.
La difesa e la riprovazione verso Napoleone simboleggiate da queste due diverse sculture triestine possono essere considerate un’efficace metafora per l’atteggiamento ambivalente della città nei confronti del generale corso. Formalmente Napoleone incontrò una gelida accoglienza a Trieste quando occupò la città in tre diverse occasioni (1797; 1806-1807; 1809-1813), obbligando la popolazione alla leva obbligatoria, abolendo il porto franco e involontariamente causando un grave ristagno economico a causa del blocco navale inglese. Appare tuttavia innegabile come la città conoscesse in quegli stessi anni un fermento culturale all’interno di quella classe mercantile e borghese fino ad allora largamente apolitica e rozza: vengono inaugurati i primi salotti letterari d’una certa importanza, vengono fondate le prime logge massoniche e i primi gruppi che potremmo definire genericamente “liberali”. La legislazione napoleonica, condensata poi dal codice civile, completa e approfondisce quelle riforme illuministe iniziate di malavoglia da Maria Teresa e proseguite con vigore giovanile da Giuseppe II. Tra le diverse iniziative, merita ricordare la completa emancipazione degli ebrei (27 novembre 1810), già parzialmente realizzata con il Toleranzedikt di Giuseppe II (1781).
La lungimiranza del governo austriaco della Restaurazione dimostra in questi frangenti il proprio valore: nonostante un innegabile conservatorismo, l’ossatura amministrativa, la riforma giudiziaria e molte delle conquiste in campo “legale” di Napoleone permangono. Oltre a riconoscere la fedeltà di Trieste all’Austria, il cancelliere Metternich abilmente sfrutta la centralizzazione napoleonica come una mossa a suo esclusivo vantaggio, volta a rafforzare l’autorità di Vienna e a irrobustire un sistema amministrativo già formidabile sotto Giuseppe II.
La scusante della tradizione monarchico-illuminista dell’Austria nel ‘700 garantisce così a Metternich la scusa perfetta per conservare quanto giudica di “buono” della dominazione francese. Troviamo così a Trieste la propaganda austriaca, con il serpente e quella francese, con le aquile.
Si confronti, a questo proposito, le condizioni dei territori italiani sotto l’Austria con gli altri staterelli “restaurati” nella penisola, dal Piemonte dei primi dell’ottocento, allo Stato pontificio: il ritorno alle anacronistiche forme dell’ancient regime appare in questi casi tanto assoluto quanto soffocante.

La dominazione francese viene inoltre ricordata per un evento meno conosciuto, ma altrettanto importante: Trieste subisce per la prima volta un blocco navale, con tanto di assedio dal mare.
È infatti il 1813 quando la flotta di Sua Maestà Britannica, agli ordini del Controammiraglio Thomas Freemantle, bombarda la città e sbarca diverse truppe – marines inglesi – alle porte della città, dove si battono contro le truppe francesi asserragliate a San Giusto.
Ne rimangono ancora le cicatrici sugli edifici, a oltre due secoli di distanza: cinque palle da 32 libbre sulla facciata del Teatro Verdi, altre due da 32 libbre su quella della cattedrale di San Giusto, una palla da 48 libbre incastonata nella casa di Chiadino n. 5, un’altra in via Bazzarini n. 20, altre due nella casa di Via Rota n.1 e infine un’ultima incastrata in una casa di via Commerciale.
La minaccia dal mare si riaffacciò a Trieste con la Primavera dei Popoli del 1848 e la cosiddetta Prima Guerra di Indipendenza. La rivoluzione divampò inizialmente violenta e talmente rapida da sorprendere austriaci e rivoluzionari nello stesso momento.
Il Lombardo-Veneto fu liberato talmente in fretta da stupire lo stesso Radetzky, che ebbe tuttavia l’accortezza di conservare il “Quadrilatero” (Peschiera, Mantova, Legnago e Verona) dal quale scatenerà poi un vendicativo contrattacco.
La proclamazione della Repubblica di San Marco (22 marzo 1848) non seguì tuttavia a un’altrettanto rapida azione navale contro la flotta austriaca, che riuscì a sfuggire largamente indisturbata. Gorizia rimase fedele agli Asburgo, fatta eccezione per un breve scambio di opuscoli liberali verso il 1849, tra i quali intervenne un giovanissimo Graziadio Isaia Ascoli, mentre Trieste a sua volta si mantenne fedele all’Austria.
Il tentativo d’instaurare la Repubblica di San Giusto con Giovanni Orlandini non fa che confermare la fedeltà all’Impero: un tentativo abortito sul nascere, guidato da un gruppuscolo di studenti senza legami con le classi borghesi e popolari e malmenato ai primi “moti” addirittura dai facchini del Porto. La città si contenterà poi della Costituzione (25 aprile 1848), in seguito abolita (1852) da uno Franz Joseph ancora giovane e cresciuto sotto gli insegnamenti di Metternich.
Intanto la flotta austriaca, dopo aver dichiarato il blocco navale di Venezia (3 maggio 1848) si ritirava all’arrivo della flotta napoletana.
In quel momento si ritrovavano nell’Adriatico tre diverse flotte nemiche dell’Austria, ovvero la piemontese, guidata dall’ammiraglio Albini, la flotta veneziana e quella napoletana, tuttavia incerta sull’agire a causa degli ordini contraddittori di Ferdinando II delle Due Sicilie.
Il 23 maggio 1848 le flotte assediavano brevemente Trieste, con scarso successo: fino al 28 infatti non si sparò un singolo colpo di cannone, in quanto i consoli della Confederazione Tedesca avevano informato gli italiani che la città era sotto la loro protezione e che ogni atto di guerra sarebbe valso come un attacco nei loro confronti. L’11 giugno veniva proclamato il blocco navale di Trieste, ma la flotta austriaca, al sicuro nella baia della città, rimase pressoché indisturbata, mentre la flotta napoletana si ritirava dall’arena dello scontro. L’armistizio di Salasco (9 agosto 1848) poneva fine a un blocco tragicomico nella sua inefficacia.

Forte Kressich, 1910

La dominazione napoleonica e i due assedi navali risvegliarono tuttavia l’attenzione dell’Austria per la difesa di Trieste, annosa questione già largamente finanziata nel ‘700 con le batterie di cannoni e il progetto poi completato nel 1833 del faro della Lanterna.
L’Alto Comando Austriaco si decise così per la costruzione di una moderna fortezza, destinata a essere la punta di diamante di un rinnovato sistema di difesa costiero.
Il forte, chiamato “Kressich”, dal nome di un comandante di fanteria divenuto governatore di Trieste, venne costruito tra il 1854 e il 1857 sul Poggio di Gretta, a 60 metri sul livello del mare.
Il responsabile del progetto era un altro militare, Karl Moering (1819-1870): Tenente Colonnello del Genio, poeta dilettante e particolare essenziale per il forte, di discendenza prussiana.
La cittadinanza austriaca del Moering non gli aveva infatti impedito di studiare a fondo le ultime novità militari dalla Prussia, con speciale riguardo alle tecniche fortificatorie. Non appena ne ebbe la possibilità, il Moering riversò pertanto nel forte tutte le sue conoscenze ingegneristiche, trasformandolo in un’inamovibile costruzione irta di artiglierie, cunicoli e muri corazzati.

Forte Kressich sul Poggio di Gretta sullo sfondo, cartolina, inizio ‘900.

Il forte Kressich si presentava innanzitutto con un lato mare piuttosto esteso, essendo stato concepito come una prosecuzione della difesa costiera, più che un elemento difensivo a sé stante. Il fatto che fosse posizionato a 50/60 metri dal mare lo poneva a una tale altezza da non poter essere bombardato dalle navi dell’epoca, i cui cannoni, fossero posti sulle fiancate o sul ponte, non avevano un alzo sufficiente.
Il Moering tuttavia prevedendo un’evoluzione delle navi da guerra inserì a metà della linea di fortificazioni sul mare una “rondella”. Il termine – erroneamente riportato come “rondello” nelle guide, che è invece il camminamento di ronda – descrive una torre bassa e tonda, dalle mura pesantemente rinforzate per resistere ai colpi di cannone.
La rondella è quel genere di costruzione caratteristica del tardo 1400, nata come reazione all’evolversi delle prime artiglierie, letali contro le torri “quadrate” dei secoli precedenti. I prussiani a metà ottocento recuperarono e migliorarono la rondella, rendendola adatta a sopportare l’urto dei cannoni dell’epoca.
E il forte a sua volta non mancava di artiglieria: a partire da 12 cannoni a 48 libbre e 4 da 24 libbre, posizionati a difesa della costa, mentre 5 cannoni da 48 libbre sorvegliavano l’accesso via terra tramite la spiaggia di Barcola.
Mentre i cannoni a 48 libbre erano i più potenti del 1850, il forte abbondava anche di piccola artiglieria, rivolta alle forze di terra: 20 pezzi da 8 libbre, la maggior parte messa sulla rondella per offrire fuoco d’infilata contro le colonne di fanteria in marcia.
Con i decenni, si passò a rinnovare l’artiglieria con obici Paixhans a palla esplodente e in seguito, nel 1890, con i cannoni Cavalli a retrocarica e canna rigata.

Superate le mura e il rondello dalla zona mare, l’attaccante si sarebbe comunque ritrovato davanti a un ampio fossato asciutto protetto da una galleria di controscarpa, ovvero una galleria sotterranea presente nella sponda “esterna” del fossato, a sua volta fortificata. Era inoltre presente nella parte interna del fossato una “Caponiera”, ovvero una casamatta (basso edificio difensivo), per cogliere sul fianco i soldati che discendessero dentro il forte. L’ingresso, infine, era difeso con un ponte levatoio.

 

Schema di una “Caponiera” interna al fossato.

Leone Veronese Jr cita, a proposito del Forte Kressich, una serie di gallerie che avrebbero dovuto collegare il castello con la batteria costiera di San Bortolo (1841) e la batteria Lengo. Qualche tempo addietro un gruppo speleologico ha cercato di trovare tracce di questa galleria sotterranea, partendo da un corridoio di dodici metri presente tra le rovine di San Bortolo. Non mi sembra però ci siano prove concrete di questo collegamento, nonostante sia indubbio come il forte vanti un ampio sistema sotterraneo, quasi un labirinto. Il fatto poi che il forte e l’accluso faro della Vittoria siano zone della Marina Militare rendono impossibili le ricerche; un dato non da poco da considerare.
Il forte decadde a magazzino militare a fine ottocento e nel 1927 Arduino Berlam (1880-1946) vi costruì sopra l’attuale faro della Vittoria. La costruzione nascose il forte, sfruttandolo come fondamenta per il faro: la struttura venne conservata intatta a cinque metri dal terreno, mentre la rondella fu cementificata e sfruttata come basamento per la torre. Oltre a ottemperare alla necessità di un faro “moderno” l’impresa aveva carattere propagandistico: sopra le rovine della “vecchia” e “sconfitta” Austria, simboleggiata dal forte Kressich, trionfava il faro italiano, della Vittoria, appunto.
Lo spirito prussiano del fortilizio tornò tristemente di attualità quando verso la fine della Seconda Guerra Mondiale i tedeschi lo riadattarono per le difese della costa: vi si svolsero allora violenti combattimenti il 30 aprile 1945, tra elementi del CLN e le forze naziste. Ne parla brevemente Leone Veronese Jr nell’opera “Il Vallo Adriatico – storia delle fortificazioni tedesche del territorio di Trieste 1943-1945”.
Se pertanto vi accade di visitare il Faro della Vittoria, proprio in questo periodo ai suoi ultimi giorni di apertura (30 settembre), dedicate un pensiero alla fortezza Kressich, sotto i vostri piedi: dimenticata eredità austriaca altrettanto parte della storia di Trieste.