Trieste città di commercianti? Roberto Rosini: “Sopravvive chi ha personalità e spirito di adattamento”

14.10.2021 – 08.00 – Trieste città di commercianti. Lo è ancora oggi? Si può dire senza aver paura di sbagliare che lo è stata, lo è e lo rimarrà (in fondo, è dal commercio che la città prende il nome), e che ancora una volta, come ha già fatto molte altre volte, dovrà cambiare e adattarsi. Facciamo un salto all’indietro e andiamo nella Trieste degli anni Venti del Novecento: esattamente cent’anni fa. Nell’immediato primo dopoguerra, con l’abbandono della città da parte degli austriaci e il trasferimento delle loro attività, per la prima volta si creò un vuoto in termini di mercato. Un vuoto che venne colmato dagli italiani che affluendo da tutto il Paese giunsero a Trieste, riscoprendosi qui artigiani commercianti. Fu una prima grande trasformazione a cui ne fece seguito un’altra, quella del 1945: con il secondo dopoguerra in cui Trieste fu una sorta di “isola felice”: mentre il resto d’Italia soffriva la fame, la città, in quegli anni contesa, si era ritrovata in una sorta di limbo, una zona (quel “territorio libero” di cui ancora oggi si discute) in cui i contraccolpi della guerra e della spaventosa crisi economica venivano attutiti da un’economia foraggiata dall’amministrazione Alleata, quindi dagli americani e dagli inglesi e, proprio in virtù di questo e della loro presenza, si creò un nuovo mercato. Era un’economia “falsa”; benessere, certo, ma effimero, perché con la partenza degli Alleati nel 1954, arrivò anche il crollo economico: non ci fu un mercato di sostituzione e la crisi morse anche Trieste. Poi, qualche anno dopo, il fenomeno della Jugoslavia, che guardando con Tito al di fuori dei suoi confini negli anni Cinquanta iniziò ad aprirsi al resto del mondo, cambiò di nuovo le carte in tavola: Trieste ebbe un nuovo mercato, non più composto da un migliaio di abitanti ma, negli anni Sessanta-Settanta, da milioni di persone. Un fenomeno ancora oggi oggetto di studio, che fece fiorire l’economia locale, con un’intera nazione che si riversava in città per acquistare beni e prodotti altrimenti non reperibili. Con la disgregazione della Jugoslavia negli anni Novanta, tuttavia, i mercati cambiarono di nuovo e in quei paesi che prima vedevano Trieste come loro mercato, di mercati ne nacquero di “autoctoni”. Di Trieste non c’era più bisogno. Come la storia insegna, quindi, i mercati si trasformano, il mondo del commercio cambia adattandosi o scomparendo. Le attività che prima erano indispensabili mutano. Ne parliamo con l’imprenditore triestino Roberto Rosini. 

Con il tempo sempre più negozi a Trieste, in particolare quelli storici, chiudono i battenti. È un destino comune?

“Oggi siamo in un momento di grande trasformazione. Negli anni Trenta, quando nacque nell’abbigliamento il prêt-à-porter, l’abbigliamento preconfezionato che sostituì gli abiti fatti a mano, in città c’erano tantissimi sarti, camiciaie, bustaie, calzolai. Tutto questo lentamente tra gli anni Trenta e Cinquanta si trasformò. Il mercato divenne industriale, sparì l’artigianato che oggi è stato a sua volta sostituito dal commercio. Ora siamo in un momento dello stesso genere, in un’epoca di cambiamento che è stata a suo modo anche accelerata dal Covid”.

Cos’è cambiato? 

“Ci sono principalmente due fenomeni contemporanei. Il primo è quello dei produttori che vendono i propri prodotti direttamente: questi produttori hanno negozi monomarca o di proprietà, o in franchising, e saltano il passaggio che vede invece il commerciante tradizionale acquistare dalla fabbrica la merce, rincararla e venderla al consumatore. Il produttore non ha bisogno di questo secondo passaggio, perché il suo guadagno si trova già alla fonte della produzione industriale e il negozio gli serve solo come estensione per poter vendere. Significa che è imbattibile da parte del commercio tradizionale, che per forza di cose deve guadagnare sulla vendita e risulterà meno competitivo.
Il secondo fenomeno, su cui ha influito soprattutto il Covid, è che c’è stata un’accelerazione enorme della vendita online dei prodotti: si compra via Internet e questo è stato un massacro per le vendite tradizionali in negozio”.

È un processo irreversibile?

“Secondo me sì, sia per una questione economica – c’è bisogno di risparmiare – ma non solo. Credo sia anche, e soprattutto, una questione di mentalità, che riguarda la clientela cosiddetta media: non si ritiene più concepibile spendere più di tanto per vestirsi; certo, c’è ancora una nicchia che lo fa, ed è un fenomeno a cui si sta assistendo soprattutto nei paesi emergenti dell’est Europa e asiatici, dove l’abbigliamento è ancora associato allo status e alla posizione sociale. Ma oggi, in Italia, e più in generale nei paesi occidentali, questa filosofa di pensiero non c’è quasi più. Tutto è standardizzato e questo porta automaticamente a un disinteresse culturale verso l’abbigliamento, perché la moda è, a tutti gli effetti cultura. E la cultura del vestirsi credo sia venuta negli anni a mancare: ci si accontenta, gli abiti non si fanno più aggiustare perché ci cadano bene addosso, se non ci piacciono li restituiamo, ne compriamo di altri, vestiamo più o meno tutti alla stessa maniera e via dicendo”.

Più che cercare di contrastarlo, l’e-commerce, il negoziante non dovrebbe sfruttarlo? 

“Certo. Infatti, un altro passaggio di trasformazione dei negozi in questo momento è che molti si stanno attrezzando per fare vendite online. C’è però un problema: se il negoziante vende il prodotto di un certo produttore, deve avere l’autorizzazione di quest’ultimo per poterlo vendere su Internet, e questo non sempre va molto bene al produttore stesso, perché nella maggior parte dei casi ha già un sito commerciale, che spesso fa anche concorrenza al negoziante non applicando gli stessi prezzi ma andando in competizione con prezzi più bassi. A questo si aggiunge un problema di struttura: per vendere online bisogna anche avere un’organizzazione di un certo tipo: serve ad esempio manodopera che prepari e spedisca i pacchi, e soprattutto serve il magazzino: mentre il produttore ha la disponibilità di rimpiazzare il prodotto costantemente e finché vuole, il negoziante, che invece compera dal produttore – per fare un esempio pratico – se in un certo periodo vende tutte le taglie medie deve toglierle dall’offerta perché non ne avrà più in negozio, fintanto che il produttore non le rimpiazzerà. Perché non è che il produttore abbia la merce pronta: oggi nessuno tiene la merce ferma in casa, si produce solo quando serve”.

Cosa rimane, allora, al commerciante tradizionale?

“L’unica carta vincente dei negozi tradizionali è il servizio: la cura del cliente, la personalità, quando c’è naturalmente. Cosa che su Internet è difficile avvenga”.

C’è il rischio concreto che con le nuove generazioni, ormai abituate ad acquistare online, negli anni scompaiano del tutto i negozi tradizionali?

“Credo diminuiranno drasticamente. Penso rimarranno i negozi che hanno una personalità particolare, unica, per una questione di gusto e di offerta, che non sono ripetibili e quindi non sono sostituibili da altri che vendano. E questi negozi rimarranno e ci saranno sempre. Ma quelli che hanno un po’ di tutto, merce assortita di vario tipo e cose più comuni, hanno i giorni contati. Così come c’è stata la vecchia trasformazione – da artigiani a commercianti – ora i commercianti si trasformeranno di nuovo, in qualcos’altro. Il mestiere di commerciante così come lo intendiamo oggi non ci sarà più”.

Una perdita e un danno enorme…

“Non è tanto una questione di danno. Il mercato è sempre in trasformazione e sopravvivono le ditte e le realtà che sanno adattarsi al cambiamento. L’azienda quando va in crisi? Quando non riesce ad adattarsi ai mutamenti del mercato; perché è il mercato che comanda, non è il singolo che lo può condizionare. Tranne veramente pochissimi casi”.

Adattarsi quindi è la parola chiave?

“L’unica. Con il Covid, nel commercio al dettaglio c’è già stata una grossa selezione: moltissime aziende hanno chiuso, quelle che rimangono devono attrezzarsi, adattarsi e cercare di sostenere le esigenze del mercato, che è indubbiamente cambiato. Devono cercare di strutturarsi in modo nuovo, e soprattutto di avere il più possibile una loro personalità, perché oggi il negozio vende anche un’immagine di sé stesso, non solo il prodotto. Trovare quindi una propria linea di sopravvivenza e di sviluppo è la sola risposta possibile”.

Per chi è rimasto, oggi si parla di ripresa. I negozi sono però stati chiusi per lungo tempo. Nel concreto, quanto servirà davvero per riprendersi?

“Io penso ci vorranno dai due ai tre anni per tornare ai ritmi di prima, sempre se non succede qualcos’altro nel frattempo. Viviamo un po’ tutti in sospeso, alla fine, e la maggior parte delle strutture commerciali, se dovessero richiudere ancora una volta, non ce la farebbero; tutti sono andati in perdita con le chiusure e le restrizioni del 2020 e 2021, adesso si cerca pian piano di risalire la china, ma non è semplice. E poi il settore moda è particolare: adesso si acquista già la merce per la prossima estate, ma con quale certezza? Nessuna. Il rischio quindi è altissimo: all’inizio dell’epidemia, a marzo 2020, tutti i negozi del settore moda si sono ritrovati con tantissima merce in casa e nessuna possibilità di venderla, ma l’obbligo di pagarla. Questo ha causato una perdita e un danno enorme. Non tutti, poi, potevano pagare, e sono entrati in crisi con altre aziende, che a loro volta non incassando non hanno potuto pagare i fornitori. È una catena, e per poter ricostruire questa catena ci vorranno come minimo almeno altri due anni. Poi oggi si parla tanto di ripresa, ma bisogna anche considerarla in proporzione a quella che è stata la perdita complessiva, non solo osservare l’ultimo periodo”.

Lei come ha cominciato?

“Mio nonno era stivalaio, e tutti gli uomini che fossero ufficiali, all’inizio del Novecento, avevano bisogno di stivali: e, considerata la grande concentrazione di truppe, a Trieste ce n’erano tanti, ecco quindi che si era creato un mercato – e, da Roma, venne a Trieste. Quando eravamo ragazzi, valeva la regola che il sabato pomeriggio si lavorava in negozio per dare una mano. Poi ognuno, in famiglia, ha fatto i suoi studi: io ho fatto la facoltà di interpreti e quando ho terminato, alla fine ho deciso di entrare in azienda e vi sono rimasto fino al 1974. Poi sono uscito dall’azienda, e mi sono messo in proprio: avevo una agenzia di rappresentanze, inizialmente in piccolo, poi di più, fino a lavorare su tutta l’Europa. E a un certo punto sono rientrato a Trieste, perché ero sempre assente: il lavoro era diventato vita. Ho chiuso questa azienda, e mi hanno chiesto di collaborare alle attività che la famiglia gestiva da generazioni e ho cominciato con “La Nouvelle”, in Piazza della Borsa. Li sono stato qualche anno, impegnato a dare un nuovo volto al negozio: abbiamo deciso di rifare il negozio in modo veramente drastico: visto che aveva, allora, un’immagine molto stanca, abbiamo deciso di fare qualcosa di completamente diverso, così tanto diverso che… la gente aveva paura di entrare”.

Perché?

“Era il momento storico della trasformazione dei negozi: da negozio con le sole vetrine esterne messe sul marciapiede e molto vicine a chi passava, a un negozio con l’esposizione interna che si apriva verso i clienti e li portava dentro. Di negozi così, con l’esposizione interna e vetrine molto grandi, a Trieste non c’è n’erano: era un momento di transizione. Inizialmente ha creato titubanza da parte del pubblico, poi ha affascinato; così del resto era accaduto in tutta Europa.
Oggi quel modo diverso, ormai vecchio, di accogliere i clienti è ad esempio anche uno degli handicap che ha il negozio di via Dante, nato alla fine del secolo: è un negozio che ha gli scaffali a vista, cosa che non si faceva più già negli anni Sessanta, e non ha nessuno spazio espositivo interno, né la possibilità di farlo perché è vincolato alla tutela delle Belle Arti”.

Consiglierebbe ad un giovane di aprire oggi una propria attività commerciale nel settore della moda?

“Intanto quello della moda è un mestiere in cui ci vogliono… voglia ed entusiasmo. Non si fa un mestiere come questo, se non piace molto quello che si fa: e se non piace, la moda, allora meglio non lavorare in questo campo. Forse chi è nuovo ed entra nel settore adesso vi arriverà già con una mentalità diversa rispetto a quella che c’era in passato, quindi più disponibile alle innovazioni; e forse per questo sarà più vincente. Ma ripeto, la moda è qualcosa che si deve sentire, al di là poi dell’essere capaci anche di gestire un’attività dal punto di vista amministrativo. È un settore che va sentito dentro, e se qualcuno ha questo tipo di sentimento e questa voglia di rischiare, perché no: il settore della moda ci sarà sempre, ed è bellissimo”.

 

[n.p.]