Tre modi di dire papà. Diritto 4.0 d’opinione

14.06.2021 – 16.45 – Oggi cominciamo dalla recensione di un libro. Però, non voglio fare pubblicità e, pertanto, non ti dirò il titolo né l’autore. Né dove puoi comprarlo. Il libro però è interessante e risponde a uno dei grandi quesiti della vita. Non un quesito classico del tipo “chi siamo?” e “dove andiamo?”, ma un quesito attuale, frutto della società moderna: “Se un bambino ha tre padri e chiama il papà, chi deve rispondere”?
È la storia di una battaglia legale vinta da tre uomini che hanno ottenuto, tutti e tre, di essere legalmente riconosciuti padre del medesimo bambino. Poiché i tre hanno costituito un nucleo familiare, giustamente hanno ritenuto che il figlio lo fosse di tutti i componenti della famiglia moderna. Si tratta di un nucleo di tre uomini? Nessun problema: vuol dire semplicemente che il pargolo avrà tre padri.

I più attenti avranno notato che, pur essendoci apparentemente ben tre genitori, ne manca uno: la madre. Ma il bambino è nato tramite la pratica dell’utero in affitto, cioè quel meccanismo per cui delle coppie sterili commissionano ad una donna il concepimento di un bambino e, tramite il pagamento dei relativi costi, acquistano il diritto di esserne genitori. Ho scritto “coppie”, ma oggi sappiamo che il numero dei partecipanti non è un limite.
Fare ciò in Italia è un reato (legge 40/2004), ma il mondo è grande e l’umanità è varia. La pratica di generare quello che potrebbe essere un “orfano sintetico” è diffusa e chi può affrontarne i costi può agevolmente superare i limiti che la natura ci ha imposto (mentre scrivo mi giunge la pubblicità di una formula “tutto compreso” per euro 39.700,00).
Un piccolo chiarimento: un “orfano sintetico” è un bambino che, al concepimento, è programmato a non avere uno o entrambi i genitori. Un altro piccolo chiarimento: un “genitore” è chi ha generato il bambino, cioè il padre o la madre. Nel nostro caso, il bambino è nato già destinato a non avere la madre che, tramite la tecnica dell’utero in affitto, ha dato in locazione il proprio corpo a terzi, cedendo poi il frutto del suo grembo. E qui intervengono alcuni parlamentari italiani. Cos’hanno fatto? Innanzitutto, si sono resi conto che affittare un utero per generare un figlio, affinché poi venga ceduto magari dietro compenso, è una prassi che potrebbe lasciare interdetto qualcuno. Immagino le persone troppo sensibili, o quelle che sono succubi della propria coscienza o quelle che hanno dei principi etici troppo “sclerotizzati” per adattarsi ai tempi in continuo mutamento. Quale ragionamento viene sviluppato nei nuovi “disegni di legge”? È molto semplice: ogni giorno tantissime donne partoriscono. E ciò avviene da tanto tempo. Dunque, possiamo affermare che il fatto che una donna partorisca un bambino è un fatto socialmente accettabile. E allora dov’è il problema? Il problema è che, nel caso particolare dell’utero in affitto, la donna partorisce il bambino dopo aver dato in affitto il proprio utero. Cioè, l’aspetto criticabile della questione non è la generazione di un bambino, ma il mercimonio.
Qualcuno potrà spingersi a ritenere che è un problema anche il fatto che il pargolo sia un “orfano sintetico” e che è stato fatto mercato dei suoi “diritti genitoriali” (che non sono una mia invenzione ma, ad esempio, sono scritti nella Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia del 1989). Ma questo punto diventa secondario perché i nuovi “disegni di legge” debellano, eliminano, cancellano, estirpano radicalmente, fanno piazza pulita in modo integrale dell’utero in affitto. Come? Cambiandogli nome. Se l’utero in affitto era criticabile per l’aspetto economico della vicenda, cioè l’affitto, il problema viene risolto rimuovendo la parola “affitto”. L’utero in affitto non si chiama più così e diventa “gestazione per altri” o “maternità surrogata”. Potenza delle parole: alterando il nome, muta la nostra percezione. Dunque, dimentichiamoci dell’aspetto economico, dell’affitto dell’utero e del bambino. Si tratta di “maternità surrogata”, che sarà pure surrogata, ma sempre di maternità si tratta. Cosa c’è di più bello della maternità? Oppure si tratta di “gestazione per altri”, che contiene in sé il concetto di “altruismo”, cioè del fare qualcosa per favorire o rendere felici altre persone. Chi? In questo caso i committenti, cioè coloro che hanno pagato per generare il miracolo della maternità ed il balsamo dell’altruismo.

Se, nonostante il neo linguaggio, continui ad essere perplesso, è perché non hai ancora pensato alle infine applicazioni di questo meccanismo economico. Ti faccio un esempio: la prostituzione porta con sé una connotazione negativa: il “sesso a pagamento” viene criticato in molte realtà ed è spesso ritenuto socialmente riprovevole. Ma l’attività sessuale non è, in sé, riprovevole. Avviene da tanto tempo. Dunque, possiamo affermare che sia un fatto socialmente accettabile: ciò che è riprovevole è, semmai, il “pagamento”. E allora, chiamiamola “elargizione di felicità”. Così facendo, il concetto sgradevole del “pagamento” scompare dalle nostre menti ed il gioco è fatto. Le applicazioni di questo meccanismo sono infinite. Ad esempio, da tanto tempo la gente muore. E, per quanto la gente normalmente non voglia morire, non si è mai trovato un rimedio: direi pertanto che anche la morte, nella sua ineluttabilità, è un fatto socialmente accettabile. Però, in alcuni casi genera riprovazione sociale. Pensiamo al caso dell’omicidio. In cosa consiste? In un evento assolutamente naturale, qual è la morte di una persona, caratterizzato dal fatto che è morta perché un’altra persona l’ha ammazzata. Dunque, il fatto non è odioso in sé (tutti dobbiamo morire) ma lo è perché è intervenuta un’altra persona, che ha causato la morte. Per rabbia, negligenza, gelosia o addirittura per soldi.
E allora, invece di omicidio, perché non lo chiamiamo “viaggio verso l’infinito” commesso da un “distributore di eternità”? Se invece di soffermarci sul cadavere cambiassimo prospettiva e, invece di rimanere a contemplare il presente, alzassimo lo sguardo verso il futuro, non toglieremmo la connotazione negativa ad un fenomeno tutto sommato naturale?
Allora si che utilizzeremmo un linguaggio nuovo, una neo-lingua al passo coi tempi, la lingua del progresso e del futuro. Quella così potente che ci farà legalizzare ciò che solo la nostra arretratezza culturale e linguistica ci fa ritenere ancora dei “reati”. E non mi sono dimenticato della domanda iniziale: “Se un bambino ha tre padri e chiama il papà, chi deve rispondere”? Il figlio che ha tre padri e nessuna madre chiamerà uno “daddy”, uno “dada” e uno “papa”, e così non ci sono rischi di fare confusione.

[g.c.a.]