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sabato, 3 Dicembre 2022

Il Giro dopo il Giro: Bernal, Caruso e la sfortuna (degli altri)

31.05.2021 – Dopo tre settimane ricche di emozioni, il Giro d’Italia – alla sue 104ª edizione – si è concluso ieri (domenica 30 maggio) con la cronometro finale con arrivo a Milano. Vinta, neanche a dirlo, dal campione del mondo della specialità Filippo Ganna, la crono di ieri ha però anche certificato la vittoria finale di questa edizione del Giro del colombiano Egan Bernal, compagno di squadra di Ganna alla Ineos e già vincitore nel 2019 del Tour de France. Per la seconda volta nella storia del Giro, dunque, è un colombiano ad aggiudicarsi il Trofeo senza Fine, che ogni anno viiene consegnato dall’organizzazione al ciclista che si aggiudica la maglia rosa alla fine delle 21 tappe di corsa. Prima di lui, l’unico connazionale a vincere la Corsa Rosa era stato Nairo Quintana, che aveva tenuto la maglia rosa fino a Trieste, sede di arrivo dell’ultima tappa nel 2014, succedendo nell’albo d’oro dei vincitori allo Squalo dello Stretto Vincenzo Nibali.

Bernal, un Giro a più facce ma sempre onorato alla grande

Il corridore colombiano ha disputato un Giro d’Italia 2021 strepitoso, correndo da vero padrone della corsa soprattutto nella seconda settimana, dopo essersi preso la maglia rosa sullo sterrato di Campo Felice e averla consolidata con una serie di prove di forza da vero campione sulle vette alpine con la vittoria di Cortina d’Ampezzo dopo aver fatto sua anche la Cima Coppi (ovvero il GPM alla maggior altitudine) di questo Giro d’Italia e arrivando sul traguardo dopo essersi sfilato la mantellina negli ultimi metri per mostrare con orgoglio a tutti la maglia rosa. Certo, il capitano della Ineos ha potuto giovarsi del grande lavoro di una squadra composta da atleti che solo nello squadrone britannico possono essere considerati gregari: a trainare il campione colombiano, infatti, sono stati nel corso del Giro corridori come Puccio, Moscon, Ganna, Castroviejo, Narvaez e – soprattutto – Martinez, colombiano come il capitano e fedele ultimo uomo di Bernal in salita, capace di fornire un supporto fondamentale al proprio connazionale nell’unica tappa in cui questi è andato davvero in difficoltà.

Bernal ha onorato in tutti i sensi la corsa: oltre alle tante azioni nel corso delle tappe di montagna per legittimare la vittoria (cose non sempre viste da altri vincitori del Giro negli anni passati, che si accontentavano spesso di lasciarsi trainare dalla squadra fino all’arrivo per non prendersi rischi), il leader della Ineos ha sempre onorato con gli atteggiamenti la maglia e la corsa, dimostrando un grande amore per il Giro (corsa in cui era al debutto) e per l’Italia, paese in cui si è formato ciclisticamente sotto l’attenta guida di Giovanni Savio. Solo una volta Egan è andato in difficoltà, nella diciassettesima tappa, quando però – grazie al proprio connazionale Martinez, anche lui autore di uno straordinario Giro chiuso al quinto posto della generale – ha saputo contenere il ritardo da Yates ad appena 50″, dopo aver cercato di rispondere allo scatto del britannico ed essere andato pesantemente fuori giri.

Yates ci ha riprovato due giorni dopo, andando a vincere sull’Alpe di Mera e rosicchiando qualche altro secondo a Bernal che, stavolta, memore del rischio corso due giorni prima, non ha risposto all’attacco del rivale, salendo del suo passo e arrivando comunque sul podio con appena 28″ di ritardo dal britannico, che però ha pagato dazio il giorno dopo, nella tappa vinta magistralmente da Caruso e conclusa da Bernal al secondo posto (ennesimo podio di tappa a questo Giro per lui). Nella cronometro conclusiva, Bernal ha dovuto soltanto gestirsi, limitando il ritardo da Caruso, secondo in generale, ad appena 30″ e guadagnando altri 50″ su Yates, portando a casa una maglia rosa conquistata da dominatore, onorata da uomo vero e difesa da leone.

Caruso, un grande Giro da capitano e un grande cuore da gregario

Ecco, Caruso. Il corridore della Bahrein, che nella sua carriera ha sempre fatto il gregario, ha indossato per la prima volta della sua personalissima storia ciclistica i panni del capitano in un grande giro dopo la caduta di Landa nei chilometri conclusivi della quinta tappa. L’Aquila degli Iblei ha saputo gestire con grande intelligenza l’improvviso cambio di ruolo e, pur non potendo contare su un parco di gregari attrezzato come quello di Bernal, ha corso un grande Giro2021, gestendosi sempre con grande intelligenza, andando sempre avanti del suo passo. E di fatto è l’unico corridore tra i primi della classifica a non essere mai incappato in una giornata no e a non aver mai preso paga né da Bernal né da nessun altro dei big della classifica, andando a prendersi uno splendido secondo posto (primo podio in un grande giro per lui) e la bellissima vittoria dell’Alpe Motta, ottenuta dopo aver risposto a un attacco di Bardet e dopo aver imposto al francese un ritmo impossibile sulla salita finale, andando a vincere in solitaria nonostante il tentativo di rimonta di Bernal. Negli occhi e nel cuore di tutti gli appassionati non può non rimanere la pacca di ringraziamento data al compagno di squadra Bilbao, che lo aveva riportato su Bardet e scortato nelle prime fasi della salita.

Landa, Ciccone, Evenepoel, Nibali: è stato anche il Giro della sfortuna

Se i due corridori hanno corso un giro meraviglioso, qualcun altro ha dovuto lottare contro una grande sfortuna: è il caso di corridori come il già citato Landa, messo ko da una clavicola rotta dopo pochi giorni, ma anche di Mohoric (protagonista suo malgrado di una bruttissima caduta nel corso della nona tappa), di De Marchi (anche lui messo ko da una caduta dopo aver indossato per due giorni la maglia rosa), di Ciccone, di Evenepoel (messi fuori gioco da una caduta di gruppo nel corso della diciassettesima frazione). Se Mohoric e De Marchi erano al Giro in veste di gregari (per Landa prima e Caruso poi lo sloveno, per Martin il friulano), altrettanto non si può dire per Ciccone ed Evenepoel, partiti con ambizioni di classifica – forse per il belga, al ritorno alle corse dopo nove mesi di stop a causa della terribile caduta al Lombardia 2020, un po’ troppo velleitarie – che avevano portato i rispettivi direttori sportivi a relegare al ruolo di scudieri corridori affermati come Nibali e Almeida.

Ciccone ha dovuto alzare bandiera bianca, perché oltre ai problemi alla schiena dovuti al colpo dopo la caduta (che lui aveva evitato, venendo però colpito da un altro corridore) è stato vittima anche di un attacco febbrile che, dopo aver firmato prima della partenza, lo ha spinto a ritirarsi. Evenepoel, che aveva già lasciato la corsa dopo l’arrivo, aveva per la verità alzato bandiera bianca da qualche giorno, limitandosi a portare la bici al traguardo nelle tappe di montagna dopo aver stretto i denti nelle prime due settimane; per il giovane talentino belga, è stato un Giro estremamente probante, ma il talento c’è e saprà gestirlo meglio in futuro. Nibali, invece, nonostante un Giro partito con i peggiori auspici sin dalla preparazione, con un infortunio al braccio che lo aveva costretto a operarsi, ha saputo restare con i migliori fino all’inizio delle tappe alpine, rivelandosi una guida importantissima per il compagno di squadra Ciccone e staccandosi solo sulle salite più dure. Nel corso di questo Giro, il siciliano della Trek è stato coinvolto in tante cadute, che ne hanno debilitato una condizione che non poteva essere al meglio già in partenza e influenzando il suo Giro. Tuttavia, il suo orgoglio gli ha imposto di stringere i denti e onorare la corsa fino all’ultimo, portando la bici a Milano e portando al termine un Giro in cui ha comunque provato a dire la sua nonostante tutto.

Se è stato un gran bel Giro, il merito è anche dell’organizzazione che, al netto di qualche piccola pecca, ha saputo disegnare un percorso in grado di esaltare lo spettacolo e di entusiasmare il pubblico fino all’ultima tappa. Bravissimi anche i corridori italiani: sono state ben sette le vittorie di tappa tricolori nel corso delle tre settimane, con Ganna protagonista a crono (quinta cronometro vinta di fila al Giro, record storico) e con altri corridori (Marengo, Albanese, Tagliani, Rivi, Covi) capaci di animare la corsa con numerose fughe. Nizzolo ha finalmente centrato il suo primo successo di tappa al Giro, mentre Fortunato si è preso la cima dello Zoncolan. Poi Vendrame, Bettiol e tanti podi (soprattutto con Cimolai…): un grande Giro per gli italiani, dopo anni vissuti da comprimari.

Infine, male, invece, qualche corridore che ha preso la corsa rosa come una sorta di passerella: la tirata d’orecchi è per Tim Merlier, vincitore della volata della seconda tappa che ha lasciato la corsa all’inizio delle tappone alpine. Nessun problema, se fosse solo questo, visto che diversi velocisti hanno da sempre usato fare così – e durante questa edizione Nizzolo e Ewan, tra gli altri, hanno fatto lo stesso – se non fosse che, a Giro ancora in corso, il belga della Alpecin ha corso (e vinto) la corsa belga Ronde von Limburg, probabilmente grazie a una deroga dell’organizzazione del Giro (visto che senza, da regolamento, sarebbe vietato), dimostrando mancanza di rispetto verso la corsa rosa.

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