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martedì, 4 Ottobre 2022

Approvazione delle terapie domiciliari: mossa sottovalutata?

02.05.2021 – 10.00 – Sebbene la notizia sia passata un po’ sotto traccia, l’8 aprile il Senato ha approvato a larga maggioranza un ordine del giorno per lo ‘sdoganamento’ delle terapie domiciliari dei pazienti Covid. Si inizia a parlare quindi in modo serio, oltre che di vaccini, anche di terapie e di un protocollo unico nazionale per la gestione domiciliare dei pazienti. Un tassello fondamentale, che da una parte porta a limitare nelle fasi iniziali il rischio di peggioramento del virus (e di conseguenza a ridurre future ospedalizzazioni), e dall’altra affronta finalmente l’argomento salute sotto una visione più ampia e non relegata al solo ambito ospedaliero.

Innanzitutto, si conferma necessario dare la possibilità ai medici di base di prescrivere i farmaci ritenuti più opportuni per ogni singolo caso (nel quadro delle indicazioni validate). Attivarsi tempestivamente nelle prime 72 ore, quindi, senza aspettare il tampone. Questo è un passo avanti rispetto alla “vigile attesa” con somministrazione di tachipirina consigliato fino a pochi mesi fa dall’AIFA. Consultato a riguardo, il dott. Picerna, medico di famiglia di Trieste e responsabile della prima USCA sottolinea: “In realtà non è cambiato molto da prima: abbiamo sempre cercato di essere il più possibile presenti consultando le linee guida AIFA. Attenzione, però, a non fare l’errore di applicare il trattamento su vasta scala: ciò vuol dire che non tutti i pazienti necessitano dello stesso trattamento. Ad esempio, il cortisone è riservato a chi ha importanti insufficienze respiratorie o a quando si ha iperattività del sistema immunitario. L’utilizzo precoce è causa di ricovero. Discorso similare si fa con l’eparina o con antibiotici, da usare solo nei casi in cui il paziente risponde a delle caratteristiche specifiche (ad esempio per chi è allettato ed è a rischio specifico di coagulazione del sangue nel primo caso o per chi si sovrainfetta con qualche tipo di batterio nel secondo). In altri casi, peggiorerebbero solo le cose”.

Ad essere valutato è inoltre anche il possibile risvolto morale di questa decisione: la valutazione della malattia in “toto”, tenendo in considerazione lo stato d’animo del paziente e l’ambiente che lo circonda. Il dott. Picerna a tal proposito chiarisce: “La visione della ‘malattia’ come separata dal resto non appartiene più alla medicina dagli anni Settanta. Il contesto della persona e la qualità di vita sono già da un po’ fattori da considerare, soprattutto negli anziani con più patologie”. Nonostante ciò, però, troppo spesso ancora oggi i pazienti si sentono considerati parte di una macchina: consulti veloci e fatti ‘in serie’ deumanizzano la persona che necessita di essere considerata, appunto, nel suo complesso (anima-mente-corpo). Gestire un sintomo, quindi, andare alla radice del problema ma anche creare delle condizioni che possano aiutare il paziente a guarire. Proprio per questo motivo, sentirsi al sicuro in un ambiente familiare ed essere circondati d’amore sono input fondamentali come indicato anche nei documenti dell’Odg che parla de «la casa come luogo primario di cura» e quale «punto cardine di una nuova visione della medicina di prossimità che attenua il senso di allontanamento e di perdita delle relazioni quotidiane e apporta una dimensione non solo farmacologica ma anche relazionale al trattamento sanitario». Da evidenziare, quindi, una “nuova visione della medicina” che potrebbe finalmente apportare un cambiamento mirato alla ricerca del benessere della persona.

Se da un lato, dunque, sembra si stia aprendo uno spiraglio positivo, la situazione appare però comunque ancora “nebulosa” per certi aspetti: manca infatti un dialogo chiaro tra medici ospedalieri e medici del territorio ma, soprattutto, fa riflettere la “spaccatura” tra istituzioni sul tema: se il Senato, da una parte, ha infatti dato indicazioni chiare sull’effettiva necessità di un nuovo e più immediato intervento, dall’altra il Ministero della Salute con l’AIFA, pochi giorni fa, ha voluto impugnare il ricorso al TAR per cui veniva a decadere la stessa nota AIFA con le vecchie linee guida indicate precedentemente (‘Paracetamolo e vigile attesa’). Ricorso che è stato vinto il 24 aprile proprio da Speranza, giorno in cui il Consiglio di Stato ha accolto l’appello. Una linea divergente, quindi, che rischia di alimentare incertezze nei piani alti, che si ripercuotono a loro volta a cascata tra la popolazione.

Vi è, in ultima analisi, una grande confusione in merito alla linea da seguire: cosa cambierà di fatto con questa decisione rispetto alle linee guida approvate dal Senato? In realtà, sembrerebbe che la motivazione del ripristino del protocollo AIFA sia da ritrovarsi nell’impossibilità di attendere fino alla data in cui vi sarà la trattazione in merito dinnanzi al Tar (prevista per il 20 luglio) senza avere delle linee guida ministeriali in vigore. Nel concreto, l’ordinanza vuole precisare quindi che la libertà di cura dei medici resta comunque garantita ed ammessa, risultando così non vincolanti le linee guida.

Quel che è certo, ora, è che la sfida primaria resta quella di applicare in modo omogeneo i protocolli nazionali su tutto il territorio, ponendo però attenzione allo stesso tempo a valutare attentamente le condizioni di ogni singolo paziente. Il tutto, possibilmente, sotto un parere compatto e unitario dello stato italiano stesso.

m.p

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