Propeller Club Port of Trieste, Porto franco: a 70 anni dal Trattato di Pace

16.03.2021 – 17.45 – Applicare in toto il regime di zona franca al porto di Trieste. A chiederlo sono gli operatori dello scalo a margine di un webinar organizzato ieri sera dall’International Propeller Club Port of Trieste. Una sessantina gli uditori, tutti protesi ad ascoltare gli interventi di Stefano Zunarelli, professore di diritto della navigazione dell’Università di Bologna, Enrico Samer, presidente e ad di Samer & Co. Shipping e Stefano Visintin, presidente dell’associazione spedizionieri FVG. «L’applicazione completa del regime di zona franca in realtà risulta ancora inattuata – ha sottolineato Zunarelli – poiché gli operatori, di fatto, non possono ancora sfruttare appieno le opportunità offerte sulla carta dalle normative che regolano questo principio». Su tutte l’allegato ottavo del Trattato di Pace del 1947, che unito ai decreti commissariali del 1955 e del 1959, dovrebbero garantire quelle franchigie doganali e quelle libertà di accesso, transito e sviluppo economico concesse al Porto Franco.

Un tema, quello dei benefici della zona franca, diventato non di rado fonte di polemiche, se non addirittura motivo di episodi anche imbarazzanti. «Il porto di Bari ha recentemente denunciato un concorrenza sleale da parte di quello di Trieste rispetto al resto dei porti adriatici – ha ricordato Samer – ma gli altri scali si dimenticano che il porto franco di Trieste non è privilegio esclusivo dei triestini, bensì un patrimonio di tutto il Paese. Ed è un fatto che mentre tutti, nel mondo, sognano la zona franca, l’Italia si dimentica di quella principale che ha al suo interno e, anzi, nel corso degli anni l’ha osteggiata apertamente. È un vantaggio che l’Italia deve sfruttare al massimo, perché altrimenti le merci se ne vanno in porti esteri non italiani». Parole alle quali si è unito Stefano Visintin, in rappresentanza degli spedizionieri, chiedendo «che il Governo di Roma inserisca il porto di Trieste nell’elenco delle aree extra territoriali. È un tema che va risolto dall’Italia e non dall’Unione Europea».

g.p