La crisi “Samb” e il fallimento del calcio

25.03.2021 – 16:15 – La terza serie del calcio italiano non conosce pace. Se non bastasse la pandemia, con annessi danni per le società sul lato economico (ovviamente, in questo caso, non solo nel mondo del calcio) e sportivo, con la sequela di partite rinviate che rendono difficile un regolare svolgimento del campionato, ci si mettono anche le crisi societarie delle diverse squadre che militano in Serie C a mettere in crisi il regolare svolgimento delle attività sportive. L’ultima vittima di questa crisi è la Sambenedettese, amorevolmente chiamata Samb o Samba dai propri tifosi, che sta vivendo un vero e proprio incubo.

Certo, nel corso di questi anni di fallimenti societari a stagione in corso se ne sono visti parecchi, purtroppo, nei campi della terza divisione del calcio italiano: solo per citare gli ultimi e più illustri precedenti, si ricordano il Matera, la Pro Piacenza (quest’ultima protagonista di una delle farse più grottesche avvenute negli ultimi anni su un campo di calcio professionistico), il Trapani all’inizio di questa stagione e perfino il Catania, salvato in extremis da una cordata di imprenditori locali, dopo aver disputato i playoff della scorsa stagione in condizioni a dir poco precarie. Anche l’altra società del capoluogo piacentino, lo storico Piacenza che ai tempi d’oro calcava i terreni di gioco aurei della Serie A con atleti del calibro di Eusebio Di Francesco e Dario Hubner, in estate ha dovuto smantellare la squadra e rinunciare ai playoff promozione per potersi garantire un futuro in questa categoria.

Insomma, la Serie C non naviga nell’oro e non è in una bella situazione e l’esigenza di riformare sotto tutti gli aspetti, da quello giuridico a quello fiscale, oltre che ovviamente quello sportivo, è ormai indifferibile, anche se al momento sembra che questo argomento sia stato accantonato, per lasciare spazio al campo e ai risultati sportivi (quanto contino poi sul campo in un campionato che prevede la partecipazione ai playoff della decima classificata in un girone, poi, è tutto da dimostrare). Proprio questi ultimi, però, rischiano di essere gravemente compromessi dalle vicende extracampo delle varie società coinvolte in pesanti crisi economiche, come, per l’appunto, la Sambenedettese del presidente Domenico Serafino.

Serafino rilevò la Sambenedettese nell’estate scorsa, acquistandola dal precedente proprietario Fedeli. Imprenditore che si era fatto strada in Argentina anche attraverso la musica, essendo un musicista, Serafino possiede, oltre al sodalizio marchigiano, anche il Bangor City, squadra gallese acquistata nel 2019 e in cui giocava il figlio Francesco, che Serafino ha riportato a Sambenedetto del Tronto. Il progetto sembra serio, visto che Serafino, sostenuto da una cordata di altri imprenditori, ha investito capitali importanti per portarlo avanti, risistemando tra le altre cose il manto del terreno di gioco della città marchigiana e portando in squadra giocatori dal passato (e dal costo) importante, come Maxi Lopez e Ruben Botta, gente che ha giocato in Serie A e in Europa, oltre ad accollarsi i debiti accumulati dalla precedente proprietà. Sul campo, i risultati iniziano ad arrivare: con Paolo Montero in panchina, i rossoblù si installano in zona playoff e non ne escono più, salendo addirittura perfino in quarta posizione. Siamo a fine gennaio.

Poi, qualcosa si rompe: i risultati iniziano a latitare, Zironelli (che nel frattempo era subentrato a Montero in panchina) viene allontanato e al suo posto torna l’ex stopper uruguagio. La Sambenedettese rimane in zona playoff, certo, ma inizia a perdere posizioni, anche a fronte dei soli 11 punti messi a referto in altrettante partite. Se sul piano sportivo la squadra rallenta, su quello societario qualcosa sembra essersi proprio rotto: i calciatori non percepiscono gli stipendi (e si ricorda qui che, al contrario di quanto avviene in Serie A, in cui i calciatori percepiscono stipendi milionari, in Serie C le cifre percepite dagli atleti sono spesso appena sufficienti a pagare affitti, mutui e mantenere le famiglie) e molti di loro vengono sfrattati dagli alberghi dove alloggiano perché impossibilitati a pagare; Maxi Lopez e mister Montero devono pagare le trasferte di tasca loro; Serafino, che nel frattempo aveva annunciato di voler cedere la propria quota al socio Kim Dae Jung, promette che i pagamenti (non solo verso i tesserati, ma anche verso i fornitori) arriveranno presto (un po’’ come faceva Giampietro Manenti, ex proprietario del Parma nei mesi che accompagnarono il glorioso sodalizio ducale al fallimento del 2015). Il socio coreano, nel frattempo, si defila e Serafino rimane solo nella gestione dell’intricata vicenda. I tesserati, stufi delle promesse continuamente disattese, mettono in mora la società, annunciando la propria decisione con una lettera all’Associazione Italiana Calciatori.

Si arriva così all’oggi; il Presidente Serafino, dal momento della messa in mora da parte dei suoi tesserati, ha venti giorni per saldare le pendenze, pena la possibilità per i giocatori di svincolarsi a costo zero dalla società. Il rischio, concreto, è quello del fallimento (il quinto, per la Samb, negli ultimi trent’anni) con conseguente perdita della categoria. Situazione triste, ma che – come si è già ricordato poco più in alto – i seguaci della Serie C e i tifosi delle squadre che popolano questa bistrattata categoria sono abituati a vivere. In una situazione simile, al momento, c’è anche il Livorno, nel Girone A, che per il momento sopravvive a suon di penalizzazioni. La Sambenedettese dovrebbe affrontare la Triestina nel prossimo turno, ma bisogna vedere se, visto l’aumento dei positivi al Covid nello spogliatoio alabardato, l’incontro si disputerà o meno.

Nel frattempo, partita o meno, sorge spontanea una domanda: perché ogni anno si permette che avvengano questi scempi sportivi? Perché si permette l’iscrizione al campionato a società che non dimostrano di potersi permettere a livello economico di disputare l’intera stagione, senza rischiare di far saltare il banco a metà, falsando di fatto i risultati sul campo? Perché si permette che delle tifoserie calde, che hanno fatto la storia di questi campionati, vengano umiliate così, vedendo calpestata la storia dei propri colori? Perché si permette che ragazzi di 20, 25, 30 anni che di mestiere fanno i calciatori e non hanno la fortuna di essere fuoriclasse da Serie A vengano sfrattati perché i loro datori di lavoro non li pagano?

La Federazione Italiana Giuoco Calcio, specie ora che è presieduta da un uomo che viene dalle categorie minori come il Presidente Gabriele Gravina, dovrebbe intervenire in modo netto, con i fatti (leggasi: riforma seria e ponderata dell’architettura del calcio italiano) piuttosto che con le parole (che quelle, spesso spese in circostanze simili, hanno dimostrato più volte di avere un’efficacia alquanto limitata). Ma purtroppo, gli interessi sembrano essere altri.

Nel frattempo il calcio minore agonizza, in attesa solo dell’ennesimo colpo di grazia.