Quando la strada è (anche) un fiume. La storia di Via del Torrente

27.02.2021 – 08.30 – Lo scorrere sotterraneo dei torrenti di Trieste passa inosservato per chi passeggia in città, se non fosse per l’occasionale cantiere stradale che svela, sepolto sotto uno strato di cemento, l’arcata di pietra di uno dei tanti corsi d’acqua interrati tra settecento e ottocento.
Eppure un reticolo fluviale innerva la città di Trieste, ne determina con i suoi flutti la conformazione di vie e strade. Una geografia parallela e “underground” mormora sotto strati di mattoni e bitume: ricordando le origini rurali di Trieste e la sua rapidissima espansione urbana. Un esempio di quest’influenza sotterranea viene fornita dall’attuale via Carducci, all’epoca via del Torrente. Tanto la Corsia Stadion quanto la via del Torrente rimangono tutt’oggi vie estremamente larghe non a causa di una pianificazione urbanistica apposita, ma in quanto originariamente comprendevano nella propria metà il Torrente Grande. L’acqua scorreva nell’odierna parte centrale della strada, convogliata d’appositi canali; il passaggio stradale in sé si riduceva agli otto, dodici metri a fianco del corso d’acqua. Quando la crescita prima demografica e poi urbanistica di Trieste impose di interrare il Torrente grande con un’apposita copertura, i pianificatori urbanistici ebbero la (gradita) sorpresa di avere a disposizione una larga carreggiata. Non si trattò di un obiettivo pianificato, ma della naturale evoluzione di una strada dall’età teresiana ai fervori giuseppini della Rivoluzione Industriale. Chissà, magari in un lontano futuro anche Trieste, come tante altre città europee, riscoprirà i propri fiumi sotterranei, “liberandoli” dalle coperture di pietra e lasciandoli “respirare” in un connubio con l’ambiente urbano.

La via del Torrente era dunque così chiamata, perchè vi scorreva nel mezzo il Torrente Grande (Clutz o Klutsch) che discendeva dalla valle di Rozzol, prima di unirsi al torrente di S. Pelagio, a sua volta proveniente da San Giovanni. In questa zona il primo edificio a essere costruito fu l’Ospedale (e Ospizio dei Poveri) di Maria Teresa, successivamente trasformato in Caserma per volontà di Giuseppe II. Di fronte alla caserma sorgeva una “corderiacostruita dal ferrarese Nicolò Sinibaldi (1753), con annesse una serie di piccole case per gli operai.
Inizialmente il torrente era scavalcato da quattro piccoli ponti, ma già nel 1835 s’iniziò a coprire l’alveo del torrente nella zona a monte nella Piazza della Marina (oggi Barriera); proseguendo per brevi tratti fino ad arrivare a via Ghega nel 1850. Il torrente venne dapprima coperto con una serie di belle arcate di pietra, sulle quali si gettò terra pressata, con la sgradevole conseguenza di avere nuvole di polvere, fonte di tante lamentele sui giornali del tempo. In questo tratto ancora disadorno, nella prima metà dell’ottocento, si posizionavano solitamente i venditori ambulanti, le fiere e le compagnie di circhi e teatrini. Occorre pertanto immaginare una zona ancora “selvaggia”, abitata da una collezione di catapecchie, tendoni colorati e carrozzoni.

La sistemazione dell’attuale via del Torrente venne progettata nel 1872 dal podestà Massimiliano D’Angeli; i lavori procedettero a partire dal 1887, con la distruzione dei caseggiati decrepiti di Sinibaldi, aprendo così un passaggio da Piazza S. Giovanni.
Il podestà Sandrinelli, nel 1902, completò la via del Torrente con la demolizione delle case tra via dei Cordaioli e Piazza della Zonta. Qui la perdita maggiore fu l’eliminazione del famoso “Fontanone“. Oggigiorno tanto la via quanto la piazza sono scomparse in seguito agli sconvolgimenti urbanistici novecenteschi.

Trieste nel 1890 (Wikipedia)

Le foto d’inizio secolo mostrano una via del Torrente simile a quella odierna: lastricata, percorsa da uno dei primi tram elettrici, con quelle dimensioni nello stile di un boulevard conseguenza della presenza del fiume interrato.
Un ultimo passo venne compiuto nel 1907, quando la via… cambiò nome. Divenne infatti per iniziativa della Giunta comunale liberal-nazionale “Via Giosuè Carducci” in onore del defunto “poeta civile della nostra nazione”. Le autorità austriache, specie considerando il clima nazionalista che si andava deteriorando negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale, non apprezzarono il cambio toponomastico; ma va rilevato come lo accettassero in virtù dell’ode”Miramar” dove Carducci commemorava la morte di Massimiliano in terra straniera, il “fior d’Asburgo”. Questa gentilezza carducciana verso Massimiliano venne ricambiata nei turbolenti anni del primo dopoguerra quando, nel clima della “guerra dei monumenti”, la statua di Massimiliano si salvò dalla demolizione proprio per la simpatia del barbuto poeta verso l’arciduca. Nonostante le lamentele dei nazionalisti, i più ricordarono l’ode barbara di Carducci; e il monumento si salvò dalle forge assetate di ferro austriaco. Un paradosso storico considerando d’altronde quale ruolo avesse avuto Carducci nella “santificazione” del “martirio” di Guglielmo Oberdan.

Fonti: Trieste Romantica. Itinerari sentimentali d’altri tempi, Trieste, Edizioni Italo Svevo, 1972

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