Cose dell’altra Europa: Slovenia, Cechia-Cina/Slovacchia-Russia, Cina-Balcani Occidentali, Serbia

Europa Centrale 

22.02.2021 – 14.00 – Slovenia: Il governo guidato da Janez Janša è sopravvissuto alla mozione di sfiducia lanciata dalle opposizioni. Negli ultimi mesi il premier sloveno si era attirato molte critiche – in patria e all’estero – per la violenta retorica adottata contro i giornali contrari alla sua politica, in una declinazione slovena delle campagne di repressione della stampa non filogovernativa già in atto in Polonia e Ungheria.
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erché conta: Come già evidenziato su queste pagine, il premier sloveno è affascinato dalle autocrazie di Polonia e Ungheria. Seguendo l’esempio di questi due paesi, Janša ha ingaggiato uno scontro a tutto campo con i giornali critici fin dalla sua salita al potere lo scorso marzo. L’ultimo bersaglio è stato Politico, uno dei più noti media paneuropei, reo di aver pubblicato lo scorso 16 febbraio un reportage intitolato “Dentro la guerra ai media della Slovenia”. L’articolo delinea un’accurata disamina della tattica denigratoria e repressiva condotta da Janša contro i media, disamina supportata da interviste a giornalisti e studiosi del settore. Lamentando la mancanza di pluralismo nella sfera mediatica del paese, l’attuale esecutivo sloveno ha sostituito i quadri dirigenti del servizio pubblico radiotelevisivo e ha incentivato l’entrata nel comparto mediatico di operatori filo-governativi, tra cui alcuni imprenditori ungheresi vicini a Orbán. L’11 maggio 2020 sul sito del governo sloveno lo stesso Janša ha pubblicato una riflessione dal titolo “Guerra ai media”, dove si cimenta in una filippica vittimistica e labilmente intimidatoria contro i media che lo criticano. La frase più iconica del testo: “Un’atmosfera di intolleranza e odio sta venendo diffusa da un circolo ristretto di redattrici donne, che hanno legami sia familiari che finanziari con lo Stato profondo, e da un manipolo di giornalisti e freelance mediocri o peggio, sia uomini che donne in questo caso, che in un giornale normale non avrebbero il permesso di scrivere della fiera contadina del paese”. La Slovenia è stata finora uno dei paradisi della libertà di stampa, soprattutto tra i paesi dell’ex blocco comunista. L’ultima classifica di Reporter senza frontiere le ha assegnato il 32esimo posto (su 180 Stati). Tra i membri post-comunisti dell’Ue la precedono solo Lettonia e Lituania – l’Italia è in 41esima posizione. 

Per approfondire: Janez Janša ha ottenuto pieni poteri come Orbán. La Slovenia si scopre sovranista [Linkiesta]

Slovacchia-Russia/Cechia-Cina: Mentre il governo slovacco si è diviso sull’opportunità di acquistare lo Sputnik V, il vaccino prodotto dalla Russia, il premier ceco Andrej Babiš ha annunciato di voler annullare l’appalto che ha assegnato all’azienda cinese Lepu Medical la fornitura di test per il Covid19 nelle scuole del paese.
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erché conta: La geopolitica dei vaccini in salsa post-cecoslovacca dice molto del posizionamento attuale dei due paesi. Bratislava si sta muovendo sempre più convintamente in direzione Ue – traiettoria già esaminata in questa sede. La convergenza con Bruxelles non esclude però la coltivazione dell’amicizia con Mosca. La popolazione slovacca resta una popolazione molto russofila e anti-americana. Il paese potrebbe essere definito come il soggetto più “eurasiatico” del blocco Ue: il suo mondo ideale prevederebbe una stretta collaborazione tra Ue e Russia, e l’espulsione degli Usa dal suolo europeo. Scenario inverosimile, allo stato attuale, ma queste rimangono le coordinate della politica estera di Bratislava e il governo di Igor Matovič incarna questa tensione. Lo stesso Matovič, politico pragmatico più appassionato di sondaggi che di ideologie, aveva cambiato atteggiamento in modo repentino. Dopo aver sostenuto a lungo che lo Sputinik V avrebbe potuto essere comprato soltanto previo assenso dell’Agenzia europea del farmaco, il premier aveva dichiarato l’intenzione di negoziare l’acquisto direttamente con la Russia. Si era però dovuto piegare al veto del partito Per il popolo, la formazione più europeista delle quattro che sostengono il suo governo. Anche Praga si sta riorientando verso Ovest, ma più verso Washington che verso Bruxelles, dopo aver flirtato per anni con i rivali strategici degli Usa, Cina e Russia. Il premier Babiš, a capo di un governo di minoranza che negli ultimi tempi si è fatto ancora più fragile, sta tentando di riciclare la Cechia come l’interlocutore primario dei nuovi Usa di Joe Biden. Questa operazione prescrive la netta recisione dei legami con la Cina, che sta quindi venendo progressivamente ostracizzata dal paese. Come già sottolineato da questa rubrica, anche il presidente Miloš Zeman, ritenuto il riferimento ceco di Mosca e Pechino, ha adottato toni più filoccidentali di recente, suggerendo che il vento stia davvero cambiando in riva alla Moldava.        

Per approfondire: Russia-Cina oppure Occidente? La Cechia e l’arte della dissimulazione [Limes]

Balcani Occidentali 

Cina-Balcani Occidentali: Un articolo del South China Morning Post (Scmp), una delle fonti più autorevoli sulla politica estera cinese, ha fatto il punta sulla penetrazione della Cina nei Balcani occidentali. L’appeal di Pechino nella regione sta diminuendo.
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erché conta: L’infiltrazione della Cina nei Balcani occidentali è tangibile. Negli ultimi tempi, Pechino ha diversificato la propria azione in questo quadrante, abbinando al suo interesse per la costruzione di infrastrutture strategiche, soprattutto in Serbia e Montenegro, l’inserimento in altri settori – per esempio quello dei media. La penetrazione cinese è così diventata la novità più rilevante degli ultimi anni sul piano geopolitico. Tuttavia, tracciando un bilancio, emerge come la sbandierata offensiva cinese abbia prodotto risultati inferiori alle aspettative e viva oggi una fase di riflusso. I governi dei Balcani occidentali avevano aderito con entusiasmo al format 16 + 1 – in seguito divenuto 17+1 con l’entrata della Grecia. Questo consesso è il forum con cui Pechino punta a coordinare i propri investimenti nei paesi dell’Europa centro-orientale e dei Balcani. Il matrimonio tra i governi dei Balcani occidentali e la Cina sembrava un matrimonio perfetto. A differenza degli altri partecipanti al format 17+1, i primi godono di maggiore autonomia, non essendo ancora membri Ue. Nell’assegnare commesse e stipulare intese commerciali, possono permettersi di ignorare più facilmente le condizioni che il blocco impone agli Stati membri, per esempio in ambito di protezione ambientale, trasparenza e tutele dei lavoratori. I partner ideali per Pechino, che interpreta questa regione povera e poco attrattiva sul piano commerciale come un corridoio verso il cuore dell’Ue, la meta che più conta per i cinesi. Eppure, le cose non sono andate come sperato. Come nota il Scmp, per la Cina lo scorso vertice del 17+1, tenutosi il 9 febbraio, è stato un fiasco: nonostante fosse presieduto direttamente dal presidente Xi Jinping, sei Stati hanno scelto di non partecipare con la massima carica politica (premier o presidente), ma di inviare soltanto un ministro. I motivi del declino dell’appeal cinese sono svariati, sia strutturali che contingenti. Il primo è l’incapacità di mantenere le promesse. I governi dei Balcani occidentali avevano visto nelle profferte cinesi l’occasione per ottenere benefici in termini di sviluppo e occupazione. Questo non è accaduto: la Cina ha investito meno di quanto promesso e non ha generato più occupazione sul territorio – anche perché quando ditte cinesi costruiscono infrastrutture, portano con sé manodopera cinese. Inoltre, Pechino non ha aperto il proprio mercato interno alle importazioni dalla regione, instaurando partnership sostanzialmente mono-direzionali, che hanno fatto sì crescere il volume degli scambi commerciali, ma soltanto alla voce “esportazioni”. Infine, è mutato il clima geopolitico: interagire con la Cina è oggi molto più difficile di quanto fosse fino a un paio di anni fa, come ha recentemente appreso anche Trieste.  

Per approfondire: Infrastrutture balcaniche con caratteristiche cinesi [Aspenia]

Serbia: La Chiesa serba ha eletto come suo nuovo patriarca Porfirije Perić, considerato molto vicino al presidente serbo Aleksandar Vučić. Perić prende il posto di Irinej, deceduto lo scorso novembre di coronavirus.
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erché conta: Quanto sia il governo a essere succube del clero, e quanto il contrario, non è facile stabilirlo. Ma, come già rilevato da questa rubrica, la simbiosi tra potere politico e potere religioso è una caratteristica tipica della Serbia. Dopo la stasi dell’epoca comunista, clero e governo hanno ripreso a operare in modo concertato fin dalla guerra degli anni ‘90, quando i pope ortodossi sposarono in pieno la retorica granserba e sciovinista dell’allora presidente Slobodan Milošević, rivestendo di misticismo escatologico le campagne di invasione e pulizia etnica condotte da paramilitari serbi come Arkan. L’elezione di Perić non è quindi una novità particolarmente stupefacente. Il suo cv parla da solo. Nel 2005 venne nominato rappresentante delle chiese e delle comunità religiose nel comitato direttivo dell’Agenzia serba per la radio diffusione (Rra), di cui divenne presidente tre anni più tardi. Nel 2011-2012 fu il vescovo ufficiale dell’esercito serbo, e in seguito coordinatore per la cooperazione tra le forze armate e la Chiesa ortodossa serba. L’unica esperienza in parziale controtendenza è stata l’ultima, terminata solo ora con la nomina a patriarca: fin dal 2014 Perić ha ricoperto la carica di metropolita di Lubiana e Zagabria, promuovendo il dialogo interreligioso e affermando di considerare Slovenia e Croazia come la propria “seconda patria”. Con la sua intronizzazione, la Chiesa ortodossa ribadisce la propria affinità con l’élite politica, soprattutto sul dossier che più conta: il Kosovo, visto come la culla dell’identità nazional-religiosa serba.  

Per approfondire: Serbia, Porfirije nuovo patriarca della Chiesa ortodossa serba [Osservatorio Balcani e Caucaso]

s.b