Buon 2021, un augurio ai lettori dopo un 2020 vissuto come una fotografia

01.01.2021 – 12.21 – Quest’anno 2020 che si siamo lasciati alle spalle a mezzanotte, nel silenzio delle strade e delle case interrotto per una decina di minuti da qualche botto qua e là e dalla voglia dei temerari di cantare comunque gli auguri alla finestra, incuranti delle possibili denunce e della polizia, è stato una commedia tragica, che ci ha colpiti nell’animo e nella voglia di ridere molto più che nel corpo. È passato, abbiamo voltato pagina; quasi sicuramente, anche se c’è chi si affretta a dirci che nulla cambierà e che la quarantena è ancora a tempo indeterminato, voltar pagina è la cosa che abbiamo desiderato di più.

Editoriale di inizio anno, quindi. C’è stato qualcosa di buono, nel 2020? Molto. E la maggior parte del buono è venuto dalla scienza. Il Covid-19 e l’anno 2020 potrebbero essere un vero punto di svolta, sia per averci ricordato, in modo brutale, che non siamo nati per restare per sempre ma possiamo morire come tutti gli esseri viventi (e se siamo anziani anche in gran numero), e a volte semplicemente non si può far niente; sia per averci sottolineato che la scienza non ha sempre tutte le risposte e a volte di risposte proprio non ce ne sono, e che per dimostrare di essere in grado di fare cose vere non c’è bisogno della fede di nessuno, solo del tempo che è necessario. Il Covid-19 ha fatto capire a molte nazioni e regioni del mondo, dopo un anno iniziato l’anno pensando che ‘queste cose da noi non succedono’ e ‘basta chiudere le porte’, che chi aveva iniziato senza nessun contagio nel primo mese è stato, il mese dopo, frontiere blindate o meno, il paese con più contagi al mondo, e che chiudere gli aeroporti non serve, così come i manifesti con l’albero di Natale e il drago cinese che minaccia i vecchietti restano solo una cosa inopportuna, di cattivo gusto e basta.
Lo sviluppo, in meno di un anno, non di uno solo ma di una serie di vaccini contro un virus prima sconosciuto è un successo senza precedenti, in questo campo, nella storia della medicina. Se non si trattasse di medicina, che ha la tendenza a far parlare di sé meno che di guerra o d’economia (il 2020 si era aperto non con una notizia di medicina ma con l’uccisione, il 3 gennaio, di Qasem Soleimani da parte di un drone remotamente controllato dagli Stati Uniti, e si è chiuso a dicembre con quella di Mohsen Fakhrizadeh portata a termine da una mitragliatrice dotata di intelligenza artificiale sviluppata da Israele), potremmo equiparare l’impresa del vaccino contro il Coronavirus a quella del primo uomo nello spazio o alla caduta del muro di Berlino. Quello che ha permesso di raggiungere un risultato assolutamente d’eccezione è stata la capacità della scienza di attraversare barriere e frontiere di ogni tipo: la collaborazione fra Germania e Stati Uniti, politicamente non più alleati già da qualche tempo, ha portato al vaccino Pfizer-BioNTech, e le collaborazioni sorte spontaneamente fra nazioni molto lontane come Cina e Italia o Regno Unito e Brasile sono state decine. Migliaia di operatori e ricercatori, con impressionante rapidità, hanno cambiato procedure e politiche d’azienda e di lavoro, focalizzandosi sulla lotta al SarS-CoV-2: il denaro, in Europa (in Italia meno) è prontamente arrivato, e la rinnovata attenzione nei confronti della sanità, soprattutto quella pubblica (in Italia meno), fa ben sperare. Sia quel che sia, le scoperte fatte o perfezionate durante la pandemia saranno di grande aiuto in molti campi.

L’Europa se l’è cavata: la crisi portata dalla pandemia avrebbe potuto sancire la fine dell’Unione Europea e se guardiamo solo un poco indietro, ai mesi di questa primavera, potremo capirlo bene, ora che calma per riflettere un poco ce n’è. La via dell’isolamento in un’anacronistico ‘facciamo da soli’ avrebbe condotto probabilmente a un disastro; abbiamo perduto il Regno Unito strada facendo ma era già accaduto e non è stato il Coronavirus, piuttosto un populismo troppo spinto unito a profondi errori di una certa sinistra, e un accordo alla fine si è trovato, anche se non quello della collaborazione che si era sperata. La nazione leader dell’Europa nel 2020 segnato dalla crisi è stata, piaccia o no, la Germania di Angela Merkel e Ursula von der Leyen: la Francia ha seguito in qualche modo, saltellando però su un percorso a ostacoli contrassegnato da difficoltà interne e da conseguenze della sua tendenza al colonialismo in Africa, e le altre nazioni sono venute dopo, con qualcuna più scaltra come l’Olanda, maestra nel sfruttare le divisioni di altri a vantaggio della propria nazione, e un’Italia che comunque è riuscita a ottenere, proprio grazie allo scontro frontale con l’Olanda, un grande supporto (potremmo ancora essere capaci, nel 2021, di sprecare quest’opportunità in rivoli e rivoletti che vanno a vantaggio solo di qualcuno e in generale dei pochi furbetti di un quartierino o dell’altro; è probabile però, visto il ferreo controllo che l’Europa esercita sulle risorse allocate, che non accada, o che accada meno). L’Europa a guida tedesca ha puntato nella strategia d’uscita dalla pandemia sull’innovazione e sulla ricerca e sviluppo, e ha puntato forte: l’Italia non potrà che beneficiarne: il programma 2021-2027 è stato autorizzato l’11 di dicembre su un budget di 95,5 miliardi di euro, meno di quello che il mondo della ricerca e la Commissione Europea avevano chiesto ma c’è e si accompagna a un intero ventaglio di programmi di sviluppo delle tecnologie digitali, di sviluppo regionale, di sanità ed educazione anch’esso già approvato.

Cosa ricorderemo, del 2020 appena finito? Forse tutte le cose che non abbiamo fatto, e con il desiderio di farle ora e subito. Se sei uno studente, dell’anno 2020 ricorderai che a un certo punto non sei più andato a scuola, a lezione o all’università: ti sei ritrovato davanti a uno schermo. Niente gita scolastica, niente palestra o campetto di calcio dopo la scuola, niente festa di matura e laurea. Addio ai professori e a molti compagni di classe  solo con una telefonata o un messaggino, perché l’anno era l’ultimo, e non li vedrai più. Quanti contagi c’erano stati, a scuola? Pochissimi. Ma non fa niente, si chiude lo stesso e via alla didattica a distanza integrata; cosa poi voglia dire di preciso, lo definiremo con calma negli anni futuri, non c’è fretta, ma una targhetta con sopra scritto: “anche siete stati i veri eroi”, agli insegnanti che si sono reinventati in pochi giorni tecnici informatici, psicologi, programmatori e fantasisti probabilmente dal Ministero, non arriverà. O forse si; possiamo sempre sperarlo.
Non siamo andati a vedere l’ultimo film di James Bond né quello di Mulan: avremmo voluto, a marzo ci avevano promesso che poche settimane di sacrificio sarebbero valse la pena, e invece no, il cinema ha chiuso lasciandoci fuori, lungo il Viale Venti Settembre, a guardare le locandine appese per mesi. Contagi nei cinema e nei teatri? Nessuno. Nel frattempo, lo star-system e la macchina di produzione di Hollywood, di Netflix e di qualsiasi cosa ha messo tutto in blocco riprogrammandolo per più avanti. Intanto è tornata Wonder Woman, e affascina più che mai, ma per ora neppure lei l’abbiamo potuta ammirare sul grande schermo.
Il turismo, sul quale tanto avevamo puntato, è saltato e fra agenzie di viaggi che non arrivano più a fine mese con le spese ormai da due stagioni e alberghi e impianti completamente deserti Trieste non è “diventata grande”: abbiamo portato a casa Esof 2020 grazie anche a una pausa fra le curve dei grafici dei contagi ed è stato un traguardo importantissimo, però tutto ciò che avrebbe dovuto girare attorno a esso è venuto a mancare: il Porto Vecchio non si è rinnovato così come ci si aspettava, e la festa non c’è stata. Tutto rimandato, purtroppo non si sa ancora a quando e per quanto; sicuramente a dopo la campagna per il nuovo sindaco di Trieste e per quanto riguarda quella non si sa ancora per certo chi scenderà davvero in campo. Roberto Dipiazza e Francesco Russo si studiano da lontano, e ancora ci si prepara, in attesa di una data.
L’ultima giornata di festa del 2020, a febbraio, è stata quella del Carnevale di Muggia, interrotta alla fine dall’agente di polizia locale che ci consigliava di tornare a casa presto e dagli annunci del lockdown che sarebbe sicuramente arrivato. Non siamo andati a vedere la Juventus, o il Milan, o la pallacanestro o la Triestina o qualsiasi sia la squadra del cuore: lo sport professionistico ci ha provato a tener tutto come prima ed è stato, come di consueto, più forte di molte altre cose, ma alla fine ha dovuto cedere e nel 2020 si è andati avanti con cose di compromesso, e altro non si poteva fare. Lo sport non professionistico invece si è visto proprio chiudere le serrande in faccia, anche se aveva investito in precauzioni e sanificazioni e se di contagi alla fine non ne aveva poi in casa neanche uno neppure lui, e anche il perché di questo rimarrà un grande mistero: delle giornate di ginnastica artistica dei ragazzi è rimasto un calendario con foto scattate nel 2019, e una promessa di rivedersi il prima possibile. A proposito, e le Olimpiadi? Che fine hanno fatto? Rimandate a quest’anno 2021; se si potrà.
Non siamo andati in ufficio, e per un paio di mesi abbiamo lavorato solo da casa, all’inizio scherzando sul fatto di essere in calze, vestaglia e ciabatte e poi sentendoci un po’ tristi per aver scherzato: la macchinetta del caffè che spara sempre fuori lo zucchero e rovescia il latte ci è mancata, e le decine di videoconferenze a schermo nero o microfono muto perché il personal computer non funziona o la linea dati è troppo lenta non ci hanno messo poi così di buonumore. E ci siamo resi conto, di colpo, che parlare in videoconferenza a 15 persone attraverso lo schermo di un laptop non è poi così efficace come ci dicono di essere. Qualcuno poi a lavorare non ci è proprio più andato, dopo aprile, perché non ha trovato più un lavoro: si è trovato un messaggio su Whatsapp in cui gli si diceva che il negozietto all’angolo non ce la faceva più, e chiudeva da dopodomani, o un messaggio dell’azienda in cui gli si comunicava la cassa integrazione.
Da un certo punto in poi per una prima volta, e poi per una seconda, chi ha una persona cara in una residenza per anziani o in un ospedale non ha potuto vederla più, e anche telefonare e parlare con loro è diventato meno facile. Capire che si tratta della scelta migliore è stato facile; accettare di non poter far altro lo è stato meno. Per chi si è trovato di fronte alla disorganizzazione e ai ritardi della sanità pubblica, l’accettare è ormai diventato impossibile. Certe cose, come l’aver visto bandi di assunzione per il personale partire con mesi di ritardo o siparietti sui gazebo e consegne vaccini, hanno lasciato abbastanza amaro.

Per fortuna quest’anno che è passato da poco ormai è storia, e la pandemia se ne andrà. Non domani, ma neppure un domani troppo in là, e non per opera solo di uno straordinario vaccino ma della natura stessa di un virus come quello che si è diffuso nel mondo, che è quella di raggiungere uno stato di equilibrio che non ammazza i suoi ospiti. Il Covid-19 diventerà un fastidio come tanti, e sbiadirà, per prima cosa verrà rimosso dalla memoria e finirà poi nei libri di storia e nei documentari su Internet. E saranno loro, poi, a dare un giudizio alla politica e ai comitati tecnico scientifici, che durante tutto l’anno trascorso non hanno certo dato una straordinaria prova di sé. Gli stadi, i centri commerciali e le discoteche, un giorno che non sarà troppo in là, si riempiranno di nuovo, e le tonnellate di scatole di mascherine e gel disinfettanti rimarranno per un po’ in un magazzino, per finire poi nella spazzatura. I ragazzi che fra vent’anni di anni ne avranno venti guarderanno i filmati che certamente non saranno scomparsi da Youtube, e rideranno di fronte alle scene di chi accumulava scorte di carta igienica, s’improvvisava cuoco di soluzioni disinfettanti fai-da-te e puliva maniacalmente le sedute delle sedie con lo spray alcolico: tutto totalmente inutile. Ci sarà un po’ meno da ridere di fronte alle immagini dei cartelli delle sedi Inps chiuse a tempo indeterminato, ai mosaici colorati delle aperture e chiusure variabili giallo-arancione-rosso senza mai un verde, peraltro, perché verde vorrebbe dire dare un segnale di tranquillità, e non sia mai. Ci siamo mai chiesti come mai nelle scuole italiane un voto di 10 (per intendere il massimo) si veda con il binocolo e perché mai i messaggi email che annunciano ristrutturazioni e licenziamenti arrivino il venerdì pomeriggio alle 17? Se ce lo siamo chiesti, capiremo anche il perché del colore verde che manca e delle conferenze stampa di Giuseppe Conte del 2020, al venerdì, sabato e domenica sera nell’attesa di sapere se il negozio il lunedì si poteva aprire. Anche i virologi, poi, specie quelli virali, torneranno nell’ombra: siamo già un bel po’ stanchi di vederli litigare in televisione e su Facebook, e in fin dei conti di successi e belle figure non è che ne abbiano inanellati neppure loro una lunga serie. E il vaccino, se tutto funzionerà bene, non sarà arrivato grazie ai professionisti delle conferenze Social.
Da un tempo immemorabile, tale da averci fatto perdere il senso della differenza fra un sabato, un lunedì e un mercoledì, non ci sediamo con calma e piacere a un ristorante, e potremo farlo di nuovo. L’abitudine di ordinare la pizza e il sushi via Internet con la consegna a casa non sparirà: è comodo, funziona e le cose che arrivano sono buone. Più facile quindi che a risentirne abbastanza, dell’effetto JustEat, sia la cucina casalinga italiana, piuttosto che i ristoranti, dove si va per stare in compagnia e mangiar cose che a casa non hai voglia di fare.
E se le precauzioni di base, soprattutto lavarsi le mani e abbracciarsi meno durante le epidemie d’influenza stagionale (ma l’abitudine non durerà a lungo: se ci guardiamo attorno, di persone che si lavano le mani ogni volta quando entrano in casa ne vedremo già di nuovo poche) saranno senza dubbio sufficienti a farci smettere di parlare di Covid entro un tempo ragionevolmente breve, basteranno anche a farci dimenticare l’angoscia, l’ansia e la rabbia che spesso l’obbligo di star chiusi in casa ci ha portato? Basteranno a cancellare il ricordo di ospedali in emergenza e scelte di gestione della nostra libertà? Per questo, ci vorrà più tempo.

Molte cose, in questo 2020, sono tornate a far parte delle nostre vite: la semplicità, la certezza che a volte non c’è altro da fare che rimboccarsi le maniche e la capacità di adattarsi alle situazioni mettendo da parte la cultura del ‘voglio questo e lo voglio subito’ che sembrava ormai inamovibile. Altre cose non avremmo proprio voluto riscoprirle, come la solitudine totale e il silenzio delle città vuote; altre ancora prima d’ora non le avevamo mai fronteggiate, come il complottismo sfrenato che corre su Internet o la politicizzazione della pandemia.
La pagina si è voltata. La mano ai nostri lettori la stringiamo con calore: il piacere di farlo non è mai venuto a mancare, in questo 2020 appena finito, e non mancherà nell’anno 2021 appena iniziato. Il giornale è il lettore: trascorrere il 2020 il più possibile assieme ai lettori, molto spesso in modo ‘slow’ e cercando sempre di andare più a fondo, è stato un dovere e un piacere, e se in un anno come quello che si è chiuso la maggioranza dei titoli non ha potuto far altro che parlare di Covid, uno spazio anche per tutto il resto, con la nostra redazione abbiamo sempre cercato di riservarlo, e faremo del nostro meglio per continuare così.

Buon 2021.

[r.s.][redazione TRIESTE.news]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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