Covid-19: come verrà misurato l’impatto del vaccino?

22.12.2020 – 12.45 – Come la storia insegna, anche se ci sono molti vaccini molto efficaci a disposizione, non è semplice sbarazzarsi di un’epidemia. Si è riusciti ad annientare solo il vaiolo ma solo dopo oltre duecento anni di tentativi di immunizzazione. Altre malattie epidemiche come la polio, il morbillo, il tetano e la tubercolosi, vengono, invece, tenute a bada da vaccini che continuano ad essere somministrati. Ma per quanto riguarda il Coronavirus? Con le campagne di vaccinazione di massa contro il Covid-19 si inizia a intravedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel. Ma come si potrà capire il tipo di impatto che è lecito aspettarsi dai primi vaccini anti-covid? Secondo il direttore della rivista scientifica Lancet, Richard Norton, la sfida è puramente logistica ora che si hanno a disposizione vaccini efficaci. Secondo il direttore, per raggiungere l’immunità di gregge a livello mondiale c’è bisogno di somministrare a circa due terzi della popolazione (dai quattro ai cinque miliardi di persone) due dosi di un vaccino anti-covid. Si tratta di una sfida senza precedenti, che probabilmente impiegherà – ragionando in ottica globale – l’intero 2021 e parte del 2022.

Ci sono alcune incognite importanti sul tipo di protezione offerta dal vaccino e sull’evoluzione del virus, oltre alla questione organizzativa. Nelle sperimentazioni di Fase 3, l’efficacia di un vaccino si misura contando i casi di infezione nel gruppo che è stato realmente vaccinato, ma nel mondo reale occorrono informazioni aggiuntive: i pochi casi di Covid che si verificheranno, saranno lievi, moderati o gravi? L’immunità offerta proteggerà soltanto dalle manifestazioni sintomatiche della malattia o anche dal contagio? Le persone già vaccinate potranno comunque contrarre il virus in forma asintomatica e trasmetterlo a chi non ha ancora ricevuto il vaccino? La crescita invernale dei casi a cui stiamo assistendo ci dice che servirà un’efficacia “sterilizzante” (che impedisca cioè anche contagio e trasmissione) per lasciarci definitivamente alle spalle la pandemia.

Un articolo su The Conversation ricorda che non si sa ancora quanto duri la protezione immunitaria stimolata dal vaccino: per capirlo servirà misurare gli anticorpi nelle persone vaccinate a tre, sei e dodici mesi dalla seconda dose. Inoltre, serviranno dati più precisi sull’efficacia del vaccino nelle popolazioni diverse per età, condizioni di salute e altri fattori demografici, e nel frattempo, bisognerà vigilare sulle capacità di adattamento del virus: è noto che il SARS-CoV-2 non è un virus trasformista come altri, ma potrebbe cercare una strada per sfuggire alla protezione offerta dai vaccini. Per avere queste risposte non si può aspettare un anno: ci si affiderà, come molte altre volte in questa epidemia, ai modelli matematici. Gli stessi strumenti statistici che finora hanno permesso di prevedere con precisione le risalite della curva epidemiologica, gli effetti dei lockdown e la tenuta dei sistemi sanitari, consentiranno di misurare l’impatto sulla pandemia di importanti interventi farmaceutici, come la diffusione dei vaccini anti-covid.

Modelli matematici basati sui primi dati in arrivo da Regno Unito e Stati Uniti, dove le campagne vaccinali sono già iniziate, ci potranno dire quale sarà la percentuale di vaccinati nelle fasce per le quali è già previsto un vaccino; potranno stabilire di quanto si abbasserà l’indice di contagio e quale effetto avranno i vaccini su decessi e casi gravi. Sempre i modelli evidenzieranno le differenze tra un vaccino e l’altro e forniranno risposte sul tipo di protezione offerta. Sulla base di questi dati si potrà capire se e in che modo allentare le restrizioni o come combinarle con i diversi tipi di vaccini. Fino ad allora, però, bisognerà continuare con le precauzioni che abbiamo a disposizione, che ci hanno portati fino a qui.

a.b