Brexit “no-deal” sempre vicina: fra UE e UK si parla ancora, ma sottovoce. Per noi cosa cambia?

13.12.2020 – 15.46 – Albione se ne va dall’Europa per davvero, senza nessun accordo? L’ipotesi che tutto fosse finito e che l’avventura Brexit stesse per concludersi nel peggiore dei modi, soprattutto dopo lo schieramento delle navi da guerra (in realtà, unità di pattuglia, non tanto diverse da quelle che l’Italia schiera nel Mediterraneo – e che non hanno tratto in salvo i pescatori che stiamo dimenticando in Libia – se non nell’essere maggiormente adatte a un mare molto meno tranquillo) si è rincorsa per l’intera settimana, e questa mattina pochi davano per possibile un qualsiasi esito positivo.

Per ora, formalmente, non è ancora così, ma ci siamo molto vicini: Boris Johnson, molto criticato persino dal suo partito conservatore per la condotta tenuta nei rapporti con l’UE (e definito, in merito ai pattugliatori militari, “irresponsabile”), e Ursula von der Leyen, la Lady di ferro dell’Unione Europea, “continueranno a parlare” per cercare di percorrere assieme quel simbolico “miglio in più”, l’ “extra mile”, e raggiungere l’accordo: la dichiarazione che è stata emessa è congiunta, l’Unione Europea e il Regno Unito non hanno ancora rotto le trattative relative a un trattato sul commercio. Johnson ha confermato però che, nonostante sia “felice di continuare a parlare con l’Europa”, l’uscita senza accordo (la “no-deal Brexit”) e il passaggio a scambi commerciali regolati solo attraverso la WTO (la World Trade Organization) è ancora l’ipotesi più probabile. Lo stop definitivo all’orologio delle trattative resta il 31 dicembre 2020, e la stampa anglosassone tratteggia scenari piuttosto grigi (o, per citare più commentatori, fra i quali Damian Green precedentemente ‘numero due’ del governo di Theresa May: “terribili”) più per il Regno Unito, che come gli altri paesi è drammaticamente colpito anche dalla crisi economica dovuta alla pandemia, che per l’Unione Europea. Se Albione se ne va, per davvero, dall’Europa (dopo il referendum che ha dato il via tutto questo, nessuno ipotizzava ci si potesse arrivare: certo, sarebbe cambiato qualcosa, ma tutto sommato non molto, e ci sarebbero stati gli accordi. Invece no), e se allo stesso tempo gli Stati Uniti dovessero mostrarsi, senza Trump, più tiepidi nel sostegno offerto agli inglesi, che cosa succederà?

Non molto di buono. Il Regno Unito è stato fondamentale sia per la nascita dell’Unione Europea stessa, che per il mantenimento di settant’anni di pace a casa nostra: una mancanza di accordo avrà numerose possibili ripercussioni nei rapporti reciproci e qualcosa, con il rientro a casa abbastanza rapido di un discreto numero di italiani che aveva scelto l’erba del vicino, spesso quella di Londra ma non solo, come suolo sul quale vivere, si sta già vedendo. Una Brexit senza nessun accordo porterà differenze, nelle vite reciproche, piuttosto significative.

La prima sarà nei prezzi delle merci. Il Regno Unito era in un certo modo, per l’Europa, una “spiaggia vicina” sulla quale andare ad acquistare, magari attraverso l’eCommerce e in modo conveniente, prodotti che arrivavano da oltreoceano: tecnologia, elettronica solo per fare degli esempi. E allo stesso modo gli inglesi, scozzesi e gallesi acquistavano in Europa molte cose che dalle loro parti scarseggiano attraverso accordi convenienti. Ora, se si dovesse passare veramente a un mercato regolato dal solo WTO, l’Unione Europea imporrebbe nuove tasse (si parla di poco meno del 3 per cento sui prodotti non destinato all’agricoltura, del 10 per cento, ad esempio, sulle automobili di produzione europea e del 35 per cento su formaggi e latticini). E gli accordi che ci permettevano di acquistare elettronica a basso prezzo verrebbero rivisti. Problemi loro? Primariamente sì, però le esportazioni europee verrebbero colpite e si ridurrebbero: gli inglesi non compreranno più in Europa, e in Italia, ma da altre parti. Gli effetti già si vedono: lunghe code di camion alle frontiere. Sono iniziate già a luglio, quando un “no-deal” è iniziato ad essere verosimile, ma stanno peggiorando.
La pesca, quella che ha motivato l’uscita dai porti dei pattugliatori militari (o meglio, che ha fatto decidere Johnson di mostrarsi come uomo che flette i muscoli), è un punto chiave. Senza un accordo con l’UE i pescherecci inglesi perderanno l’accesso alle vicine acque territoriali francesi e spagnole, e quelli francesi dovranno aggirare quelle inglesi: e questo potrebbe risolversi, visto che i pescatori pescano reciprocamente in aree nelle quali sono abituati ad entrare già da anni e anni, in confronti e scontri. Il pesce inglese, inoltre, arriverà sulle tavole italiane gravato di un notevole sovrapprezzo: niente più salmone inglese, troppo caro, dovremo scegliere quello preso più a nord. Le patenti di guida? Non c’è garanzia del fatto che non venga imposta, già dal 1 gennaio 2021, la necessità della patente di guida internazionale anche per le visite brevi nel Regno Unito (quindi il giro in auto da Dublino al nord dell’Irlanda a un certo punto, quando i cartelli passano dai chilometri alle miglia, s’interromperebbe), e non si sa se le ben note ‘carte verdi’ assicurative manterranno o meno validità o se dovranno essere sostituite da una estensione assicurativa speciale. Se ne sta ancora parlando.

Cose banali, si vive lo stesso? Certamente. Purtroppo c’è anche altro. Il diritto a vivere e lavorare all’estero non sarà più automatico, e un sistema di controllo dell’immigrazione completamente nuovo entrerà in vigore: sarà basato su un sistema di punti. Salterà anche la collaborazione sulla sicurezza, e s’interromperà il libero scambio dei dati. Diventeranno più difficili le operazioni congiunte di polizia e le investigazioni. Molte decisioni sui servizi bancari e finanziari, nonostante una parte rilevante degli operatori si sia già spostato in Olanda, sono rimaste in sospeso in attesa della posizione finale sull’accordo. Senza accordo, l’Unione Europea potrebbe decidere di non riconoscere l’intermediazione e il ruolo che il Regno Unito ha da molto tempo proprio sui servizi finanziari e sulle transazioni economiche, spostando tutto in stati europei. Prima di dire: ‘meglio’, perché questo significa più lavoro, occorre ricordarsi che l’Italia non è privilegiata sotto questo punto di vista e che le maggiori difficoltà di cooperazione fra aziende e società di proprietà anglosassone e italiana potrebbe risultare (potremmo togliere il ‘potrebbe’) nella chiusura delle sedi in Italia. Dell’Agenzia del farmaco e di come la stessa sia finita ad Amsterdam e non a Milano si è già molto parlato: il problema però potrebbe estendersi anche alle aziende che i farmaci li producono, vendendoli nel Regno Unito, che per l’approvvigionamento è fortemente dipendente dall’UE. Con un “no-deal” diventa molto difficile la possibilità di un accordo che rimpiazzi quelli attraverso i quali si provvedeva all’assistenza sanitaria dei cittadini europei che si trovavano nel Regno Unito e reciprocamente agli inglesi, scozzesi e gallesi che sono in Europa. Sul fronte dell’educazione, e lo si sa già, salta l’Erasmus, che ha avvicinato generazioni di giovani europei alle istituzioni anglosassoni, e probabilmente salta anche l’accordo che poteva sostituirsi a esso. E il punto di cui si parla forse ancora troppo poco è quello dell’Irlanda del Nord, che potrebbe tornare a essere staccata dal resto d’Irlanda da un confine chiuso, come prima degli accordi del Venerdì Santo del 1998: cosa questo possa significare, per chi ricorda le notizie dei pub dilaniati dalle bombe e delle granate di mortaio che piovevano sugli aeroporti di Londra nel 1994, è evidente.

Se, e per ora è ancora un se, tutti questi problemi iniziassero a manifestarsi, con ogni probabilità i sudditi di sua Maestà sarebbero propensi a un pensionamento anticipato di Boris Johnson e a una revisione dell’atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea, con una nuova proposta di accordo: gridare su Facebook “usciamo dall’Europa” è facile, poi ci si ricorda di quando per oltrepassare il confine fra Italia, Austria e Germania serviva aver pazienza e trascorrere un po’ di tempo in coda, e magari si veniva rimandati indietro o veniva controllata la marca da bollo italiana sulla macchina fotografica come accertamento del fatto che non fosse stata comprata in Germania. Questo acquistare di nuovo consapevolezza, però, potrebbe andare ben al di là del 2021. L’Europa, che spesso, e a volte a ragione, critichiamo, ci ha abituati a frontiere aperte, ha reso la libertà d’espressione e di movimento qualcosa di scontato: il Coronavirus fatto di decisioni della politica sulla pandemia, a toglierci la libertà di movimento, ci ha già pensato, e con poche o punte reazioni da parte nostra. Ad allontanarci dalla passeggiata in Oxford Street ci pensa una Brexit senza logica.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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