“Mai più umiliazioni” La strategia della Cina ai tempi del Covid-19. Il legame con Trieste

02.11.2020 – 08.30 – Cina, Cina, Cina. La parola aveva dominato la campagna elettorale americana di Donald J. Trump, durante un 2016 ormai lontano; ma l’ascesa della Repubblica Popolare era evidente già dai primi del duemila, seppure tra contraddizioni interne e “strabismi” di una stampa internazionale pronta a ricadere negli inganni dell’orientalismo.
Proprio il colosso asiatico è stato l’argomento del quarto appuntamento di venerdì 30 ottobre del corso “Una Strategia per Trieste“, ad opera della sezione locale di Limes in collaborazione con il Centro Veritas. A seguito degli ultimi sviluppi epidemiologici il corso si è spostato interamente online, ma senza rilevanti cambiamenti dall’esordio nelle sale dell’ex Ospedale Militare di Trieste.

Il trionfo dell’economicismo e la smentita della storia

L’organizzatore del corso, Simone Benazzo, le cui introduzioni fungono da collante alla variegata collezione di stili e tematiche presentati durante questi mesi, ha riepilogato nuovamente gli argomenti trasversali a ciascun incontro: linee guida nelle quali Limes si riconosce nei suoi studi di geopolitica; aspetti trascurati, se non taciuti nei reportage e negli articoli specializzati. Stavolta particolare enfasi è stata attribuita alla critica della ragione economica. Non ogni movente nazionale può venire ricondotto a pure ragioni di guadagno; e nonostante il trionfo dell’economicismo in campo occidentale, i cittadini e i governanti agiscono in maniera illogica, seguendo ragionamenti spesso anti-economici, spesso irrazionali, contraddicendo il mantra liberale del self interest.
“Noi occidentali”, ha osservato Benazzo, siamo “figli di un privilegio”. A seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’euforia degli anni Novanta del novecento, europei e americani conclusero che il futuro sarebbe stato quello di un mondo in pace grazie al consumismo e alle istituzioni liberal democratiche. Era quella fine della storia teorizzata e propagandata dal politologo Francis Fukuyama: con l’approssimarsi del duemila – e viene da chiedersi quanto del millenarismo di quegli anni confluì in questa teoria – il mondo avrebbe svoltato pagina abbandonando i vecchi paradigmi.
La stessa Unione Europea, ha argomentato Benazzo, nasce come un progetto post storico: un insieme di stati tenuto assieme solamente dal puro dato economico; non c’è altra sfera di interazione che predomini se non quella finanziaria.
La geopolitica ha criticato fortemente l’homo oeconomicus, osservando come la cultura, la religione, l’appartenenza nazionale svolgano un ruolo rilevante, anzi sopravanzando spesso il “soldo”. In tal senso la democrazia liberale non può né soddisfare, né contenere queste pulsioni, come invece profetizzava Fukuyama. Ancor peggio, ha osservato Benazzo, la teoria del politologo ha creatoun fossato tra noi, il presente, e la storia“.
Come rifletteva, a sua volta, anche il filosofo Slavoj Zizek, Fukuyama tutt’oggi nel mondo occidentale sembra impedire un reale cambiamento nelle istituzioni e nei governi; non si può ritornare indietro alla storia con la S maiuscola, ma nemmeno sembra possibile avere altri modelli se non la (stanca) democrazia rappresentativa. Fukuyama sembra aver inoculato nell’occidente la convinzione che non esista modello alternativo alla vecchia democrazia novecentesca.

La geopolitica, ha invece annotato Benazzo, “considera tutte le motivazioni, non ne esclude nessuna“. In quest’ambito l’agire dell’Italia nei confronti della Via della Seta è un perfetto esempio di confusione tra sfera economica e culturale. L’Italia, quando siglò il Memorandum of Understanding che stabiliva la partecipazione alla Via della Seta, considerò questo comportamento un atto puramente economico; mentre da parte di Pechino significò invece un cambio di rotta a livello politico, un ri-allineamento verso la Cina. Da qui le ire degli USA nei confronti di uno stato quale l’Italia partner per l’appartenenza all’UE, alla Nato e sopratutto per il “collare” di basi militari.

La Cina, paese di continue “frizioni” interne

L’analista Giorgio Cuscito ha tratteggiato un quadro complessivo della Cina con una speciale attenzione ai rapporti del governo tanto con la popolazione, quanto con gli stati e gli organismi internazionali; si è partiti dall’interno, dalle frizioni e dalle forti differenze proprie della Cina, per procedere poi all’esterno, verso l’intreccio di relazioni diplomatiche faticosamente tessuto dalla Repubblica Popolare. Cuscito è inoltre il primo analista del corso a porre in primo piano la pandemia del Coronavirus e le sue conseguenze sul piano politico; forse si è trattato finora della conferenza più al passo coi tempi.
La Cina, ha esordito Cuscito, “non è un paese monolitico, ma possiede forti contrasti interni“. L’epidemia di Covid-19 ha infatti “acuito le frizioni interne al paese”, esacerbando linee di divisione ora deflagrate in tutta la loro virulenza.
Si parte con la frizione tra la costa cinese, ricca e progredita e l’entroterra che fatica a tenere il passo: tutte le grandi città, da Pechino, a Shanghai, a Shenzen, hanno reagito bene all’emergenza sanitaria e hanno beneficiato di un intervento molto più rapido da parte del governo. L’entroterra ha invece sofferto maggiormente; i costi dei medicinali sono stati molto più alti per le popolazioni rurali e l’apparato sanitario ha faticato parecchio. Il Coronavirus, in tal senso, ha accelerato il bisogno di una riforma sanitaria radicale che è stata posta tra le priorità del governo.

Il ruolo di Wuhan

Cuscito ha scelto poi di focalizzarsi sulla città il cui nome era sulla bocca di tutti a febbraio, Wuhan: un importante snodo industriale, collocato nel crocevia infrastrutturale della Repubblica Popolare. Wuhan infatti è attraversata dalla direttrice Pechino- Hong Kong, lungo il Fiume delle Perle, al cui fianco transita una delle maggiori rotte ferroviarie del paese; nel contempo è una città fondamentale anche per la direttrice est-ovest del fiume Yangtze. Il cosiddetto “Fiume Azzurro”, a sua volta, rappresenta con il Fiume Giallo una delle arterie idriche principali del paese, le cui fonti risalgono entrambe al Tibet.
Storicamente presso questi due fiumi la Cina è nata e si è espansa; e proprio presso il bacino del Fiume Giallo l’etnia Han, oggigiorno identificatasi con la “nazione” cinese, ha trovato il suo massimo rigoglio. La Cina è poi passata all’essere un impero vero e proprio quando ha esteso il suo dominio fino al sud del continente, abbracciando le coste meridionali.
Tutt’oggi, infatti, la priorità geopolitica rimane preservare il controllo di un territorio tanto esteso, quanto popolato da oltre cinquanta, diverse, etnie.

La (difficile) gestione delle periferie: dallo Xinjiang al Tibet

L’obiettivo del Partito Comunista Cinese, a fronte di queste frizioni e di una geografia molto frammentata a livello economico-sociale, mira a garantire il tenore di vita; a sua volta però con un controllo reale del territorio. Il timore principale resta la disgregazione del paese se queste fratture non verranno risanate; ed è anche uno dei motivi per i quali il Coronavirus è stato combattuto (e vinto) con un simile dispiegamento di mezzi, tanto tecnologici, quanto sociali.
Xi Jinping pertanto è intervenuto con forza a Wuhan e nella regione circostante dell’Hubei, operando a emergenza conclusa unrimpasto” per placare il malcontento locale: via la vecchia dirigenza, largo ai fedelissimi di Jinping. Ma questo riassetto governativo non si è limitato alla città focolaio della pandemia, ma si è allargato anche al partito stesso, dando rinnovata forza all’ala sostenitrice del premier cinese.
E l’unità interna rimane un obiettivo lontano per Jinping, considerando i secessionismi e le spinte centrifughe nella periferia della Repubblica Popolare.
Iniziando dal caso più emblematico, Hong Kong, le cui proteste denunciano un attrito tra popolazione e direttive del governo cinese ingigantito dalla nuova legge sulla sicurezza nazionale. I cittadini di Hong Kong vorrebbero “il suffragio universale, anche se non lo otterranno mai come un suffragio autenticamente democratico” ha osservato Cuscito.

E in tema di città-stato, Taiwan è un’altra spina nel fianco per la Cina: la piccola nazione proprio non vuole tornare sotto la sovranità di Pechino, nonostante storicamente ne fosse parte durante l’età imperiale. Jinping però non può rinunciare a un’isola dal valore strategico fondamentale in un’ottica di difesa del territorio e di “scudo” a protezione della costa meridionale, a sua volta tra le parti più ricche del paese.
Taiwan, assieme all’isola di Heian, costituirebbe pertanto una barriera di protezione che garantirebbe alla Cina un accesso “tranquillo” all’Oceano Pacifico. In questo contesto, il fatto che Taiwan abbia debellato il Coronavirus con maggiore efficacia della stessa Cina non fa altro che aggiungere al danno, la beffa.

Spostandosi infine nell’entroterra, il dossier dello Xinjiang appare direttamente in connessione col Tibet; si tratta di aree ancora poco “cinesi”, al cui interno Pechino ha moltiplicato gli sforzi di sinizzazione. La popolazione indigena viene obbligata a irregimentarsi agli usi e costumi Han; a questo proposito è stata accertata la presenza di campi di rieducazione dove i cittadini imparano il linguaggio cinese “classico”, conoscono la storia del Partito e infine ricevono un apprendistato a livello lavorativo.
Tattiche simili sono state adoperate in Tibet e, negli ultimi tempi, anche nella Mongolia Interna con una riforma del sistema scolastico a favore del linguaggio cinese.
Il controllo delle periferie dell’impero è fondamentale per la Cina anche per ragioni geografiche: proprio dal Tibet discendono i (tanti) fiumi che innervano tanto la Cina, quanto l’Asia Meridionale e l’India. Il controllo idrico delle sorgenti garantisce uno strumento negoziale formidabile.

Sostanzialmente in questo panorama frammentato, dove vi sono frizioni tra costa ed entroterra, tra centro e periferie, tra isole e continente, il governo cinese cerca consenso tramite l’obiettivo di aumentare il tenore di vita, eliminando una volta per tutte la cronica povertà assoluta delle zone rurali.
In quest’azione il Partito Comunista ha fuso la filosofia confuciana con i precetti di Marx e Lenin, inventando una connessione ideologica tra la tradizione imperiale e il futuro progressista della Repubblica Popolare.
In ogni caso la difesa dei confini, tanto marittimi, quanto terrestri, si accompagna alla consapevolezza che mai si dovrà ripetere quel “secolo delle umiliazioni”, dalle Guerre dell’Oppio (1839) alla fondazione della Repubblica (1912), quando la Cina era il pupazzo delle potenze occidentali. A questo proposito, la Cina non ha dimenticato come l’invasione più devastante del novecento sia avvenuta tramite il mare, ad opera del Giappone imperialista. E per prevenire uno scenario simile nel futuro, la Cina deve protendersi al di là dei propri confini, diventando una potenza marittima. E incontrando, a questo proposito, l’ostacolo degli USA.

“Una cintura e una via”

La Nuova Via della Seta, in tal senso, è la risposta cinese all’egemonia statunitense che mira, attraverso anche partner e alleati, a impedire la crescita della Repubblica Popolare prima che sia “troppo tardi”. Cuscito ha osservato che la denominazione originale è “una cintura, una via“; piccola, ma significativa differenza.
Il primo campo d’azione della Via della Seta inizia nei mari cinesi e nell’estremo oriente, dove risulta il punto di maggiore frizione tra le due potenze mondiali. La questione è squisitamente militare, un campo dove gli americani mantengono una supremazia schiacciante; basti riflettere che la Cina ha 2 sole portaerei a confronto con le 11 statunitensi. Il Mare Cinese Meridionale in quest’ambito è un territorio conteso dove la Cina cerca continuamente rotte marittime alternative a Malacca. Il corridoio infrastrutturale creatosi in Pakistan è un buon esempio, perché potenzialmente permetterà alla Cina di bypassare la rotta marittima. L’arcipelago del sud oriente asiatico si ritrova a sua volta tra l’incudine e il martello, tra gli USA e la Cina, col vivo desiderio di non doversi mai schierare. La Cina vanta a sua volta numerose minoranze interne a quei paesi, capaci di fare pressione sulla politica locale; ma sotto il profilo militare la presenza statunitense resta preponderante.

A seguito di un tour di Mike Pompeo in Asia volto a rinsaldare i rapporti anti-cinesi con gli stati confinanti, l’India ha siglato un accordo militare dove accetta di condividere con le autorità USA materiale riservato, come ad esempio immagini satellitari e informazioni dell’intelligence. C’è stato persino uno scontro militare India-Cina sull’antica frontiera hymalayana. L’India senza dubbio si sente accerchiata, avverte fin troppo bene la penetrazione cinese in Pakistan, Sri Lanka e nelle Maldive.

La Via della Seta tuttavia prosegue, non s’interrompe certo nell’Asia; ma trova uno sbocco diretto proprio nella “vecchia” Europa, ala orientale dell’impero americano. E se la One Belt One Road trovasse effettiva realizzazione, l’impatto sull’Eurasia sarebbe immenso.
La Cina si è affermata da tempo nel mar Mediterraneo con una serie di progetti ferroviari-portuali, tra cui spicca l’utilizzo del porto greco del Pireo per “aprire” la strada all’Europa occidentale. Progetto com’è noto “deragliato” a seguito dell’impossibilità di proseguire i collegamenti ferroviari nel Balcani per ragioni tanto geografiche, quanto burocratiche.
In questo contesto l’adesione dell’Italia alla Via della Seta è stato un vero e proprio shock. Il primo paese del G7, membro “storico” della Nato, alleato degli Stati Uniti, colonizzato da basi USA capillarmente diffuse sul territorio, ha aderito al progetto geopolitico della Cina.
Chiaramente un errore dovuto a quella sconnessione tra economia e politica evidenziata da Simone Benazzo; per l’Italia era solo “economia”, per la Cina era invece un fatto di “cultura”. A seguito di ciò vi sono state delle correzioni di rotta, con l’attivazione del golden power nel campo delle comunicazioni e una rinuncia all’accordo con la Cina per la costruzione di moduli pressurizzati per la Stazione Internazionale Cinese. Lo stesso accordo per la Via della Seta, nonostante il suo grande valore strategico per la città, sembra attualmente bloccato in un limbo. Ma la Cina non demorde, continua a tessere i suoi rapporti diplomatici; e ad esempio nel caso portuale si guarda adesso a Taranto come possibile alternativa a Trieste.

E Trieste? I rapporti della Cina con il porto

Come da tradizione del corso è spettato a uno studente della rivista Sconfinare, Luigi Volponi, il compito di riassumere il rapporto tra Trieste e la Cina. Volponi ha preferito restringere il campo al solo Porto di Trieste, evitando quel discorso regionale affrontato invece nel caso della Russia.
La Cina risulta tra i 10 principali paesi protagonisti dell’esportazione italiana, stando ai dati del 2019; ma l’export negli ultimi anni è diminuito a favore invece delle importazioni. E a differenza di altri paesi europei l’Italia non ha favorito le proprie esportazioni, accumulando un deficit del bilancio commerciale di oltre 18 miliardi e mezzo.

Il Porto di Trieste, in questo contesto, appare in una posizione di favore in rapporto tanto alla Mitteleuropa, specie con Duisburg, quanto al corridoio Mediterraneo e Adriatico-Baltico. Sebbene il regime di Porto Franco sia stato attuato solo in minima parte, questo continua a garantirgli un minimo di “edge” competitivo rispetto ai rivali veneti e balcanici. In quest’ambito era stato siglato un Memorandum of Understanding con la CCCC (China Communication Construction Company), la quale a sua volta aveva supportato lo scalo attraverso una generosa fornitura di mascherine protettive nel pieno della crisi sanitaria (marzo 2020). L’intervento cinese nello scenario europeo prevedeva inoltre la gestione di un terminal a Kosice (Slovacchia) e l’intervento dell’Authority per creare scenari in Cina favorevoli alla vendita del Made in Italy, tradizionalmente sottovalutato rispetto ad altri prodotti europei. Un’opportunità certo “golosa”, eppure rimasta a un nulla di fatto a seguito delle tensioni USA-Cina e della diffusione del Coronavirus.
In quest’ambito Volponi ha sottolineato come Trieste, da città di confine della guerra fredda, potrebbe proporsi come città incontrotra oriente e occidente” facilitata in ciò dalla storica comunità cinese locale. Un ruolo di dialogo da sempre “tradizione” del capoluogo giuliano.
Tuttavia gli interessi statunitensi rimarranno, anche nel caso di una vittoria del dem Joe Biden, rigorosamente anti-cinesi, trascinando con sé l'”alleato” italiano. Volponi ha citato a questo proposito un articolo del Foreign Affairs, dove Biden confermava come la Cina fosse il “primo rivale strategico”.
Sotto il profilo marittimo, infine, secondo Volponi il porto può tranquillamente crescere senza un disperato bisogno di investimenti cinesi, perchè vi è già un forte interesse internazionale intorno allo scalo. Tuttavia si tratta di un modo di mettere il carro davanti a buoi, come si suol dire: è proprio grazie alla Via della Seta se Trieste è diventata uno scalo “interessante” per tanti partner internazionali. Senza l’intervento cinese, i tedeschi (forse) non si sarebbero interessati a tal punto della Nuova Piattaforma Logistica.

[z.s.]
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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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