Cose dell’altra Europa: Ungheria-Slovenia-Croazia, Cechia, Usa-Bosnia-Kosovo-Albania, Serbia

Europa Centrale 

26.10.2020 – 09.00 – Ungheria-Slovenia-Croazia: il premier ungherese Viktor Orbán, il collega sloveno Janez Janša e il ministro degli Esteri croato Gordan Grlić-Radman hanno inaugurato un nuovo elettrodotto tra le cittadine slovene di Pince e Cirkovci. Lungo circa 80 km, completerà la linea tra la cittadina croata di Žerjavinec e quella ungherese di Hévíz, connettendo i sistemi energetici dei tre paesi. Dovrebbe diventare operativo entro nel 2022.
Perché conta: l’infrastruttura è importante per tutti e tre i paesi coinvolti e per l’intera regione. Croazia e soprattutto Slovenia migliorano l’affidabilità del proprio sistema energetico, aumentando la propria capacità di fronteggiare emergenze o disfunzioni che vadano a ridurre improvvisamente la quantità di energia distribuita nel paese. L’Ungheria incrementa invece la propria influenza nei confronti dei due paesi vicini: come di norma, l’energia è una questione geopolitica. Incidentalmente, si rinsalda anche l’affinità tra i premier Orbán e Janša, che condividono molte opinioni su temi come contrasto all’immigrazione, equilibri Est-Ovest interni all’Ue e rigetto del modello di democrazia liberale.
Le spese per i lavori di allestimento della nuova linea e di rimozione delle obsolete infrastrutture presenti (48,2 milioni di euro) non sono però sostenute da questi tre paesi, bensì dalla Commissione europea.
L’elettrodotto Žerjavinec – Hévíz è stato valutato un “Progetto di comune interesse” e ha quindi beneficiato di un finanziamento nel contesto del progetto “Connecting Europe Facility”, il piano con cui l’Ue mira a integrare i 27 Stati membri in tre ambiti: energia, telecomunicazioni e trasporti.
Aumentare il grado di integrazione in questi tre ambiti così strategici significa anche aumentare il grado di dipendenza reciproca degli Stati coinvolti, stimolando una maggiore coordinazione. Obiettivo non funzionale soltanto al vagamente definito progetto Ue che, secondo i sognatori degli “Stati Uniti d’Europa”, dovrebbe evolversi in senso federale, sciogliendo gli Stati nazione al suo interno e realizzando l’unità politica dopo aver conseguito quella economico-infrastrutturale.
Come ha sottolineato anche il ministro croato Grlić-Radman, questo tipo di iniziative rientrano nel progetto Trimarium (o “Iniziativa dei Tre Mari”), lanciato nel 2015 da Polonia e Croazia con beneplacito Usa per unire tutti gli Stati dell’Europa post-comunista compresi tra Baltico, Adriatico e Mar Nero in uno “scudo” infrastrutturale-digitale da attivare in funzione anti-russa e, nel futuro, anche anti-cinese. Lo scopo è identico a quello della Nato: tenere gli Usa dentro, la Russia fuori e la Germania sotto.

Per approfondire: Tre Mari, quel piano Usa per l’Europa che mette in pericolo l’Italia [InsideOver]

Cechia: il Senato, controllato dall’opposizione, ha giudicato il premier Andrej Babiš in conflitto d’interesse.
Perché conta: Fatti e antefatti, in breve.
Babiš è il secondo uomo più ricco del paese. Deve la sua fortuna principalmente ad Agrofert, l’azienda che ha fondato nel 1993 e che si è negli anni trasformata in un impero, con un portafoglio estremamente diversificato di interessi (produzione ortofrutticola, settore chimico, logistica, energia, mass media e altro). Quando è stato eletto nel 2017, Babiš ha affermato di aver abbandonato qualunque carica dirigenziale all’interno di Agrofert.
La compagnia ha ricevuto quote ingenti di fondi comunitari fin da quando la Cechia è entrata nell’Ue (2004). Questi fondi, sostanzialmente un trasferimento di denaro dagli Stati membri più ricchi a quelli più poveri coordinato direttamente dalle autorità comunitarie, rappresentano una quota importante del bilancio dei paesi riceventi. Essendo il governo l’ente incaricato di distribuire i fondi inviati da Bruxelles ai soggetti beneficiari (aziende, enti pubblici, associazioni) che risultano idonei a ottenerli, avere a capo del governo una persona così vicina alla terza azienda per fatturato del paese non sarebbe la migliore garanzia di imparzialità. L’esecutivo, inoltre, è anche l’attore che negozia a livello comunitario la quantità di fondi assegnati a ciascuno Stato e le modalità di allocazione. Questa preminenza permette di favorire alcune aziende a discapito di altre.
La conclusione a cui è giunto il Senato ceco ricalca quella dell’Europarlamento, che lo scorso giugno aveva invitato il premier ceco a sanare la propria posizione.
Le trame di Babiš e l’eventuale opacità con cui vengono gestiti i finanziamenti comunitari in Cechia interessano principalmente i cittadini cechi. Ma la posizione di vulnerabilità del premier ceco, risoluto a tutelare i propri affari anche durante il suo mandato, ha però una rilevante conseguenza indiretta, che riguarda il posizionamento geopolitico del paese.
L’esecutivo Babiš è strutturalmente fragile. La coalizione di governo include Ano 2011, il partito del premier, e i socialdemocratici, due forze tendenzialmente europeiste, ma disponendo soltanto di 92 seggi sui 200 totali necessita del supporto esterno dei comunisti (15 seggi), una forza apertamente filorussa. Così come filorusso (e filocinese) è anche l’influente presidente Miloš Zeman.
Il conflitto di interesse in cui si trova il primo ministro lo rende ulteriormente ricattabile, fornendo alle forze filorusse e filocinesi dello spettro politico ceco un’arma perfetta per orientare le scelte dell’esecutivo in chiave anti-occidentale. La linea frammentaria e schizofrenica tenuta da Praga nei confronti della Cina negli ultimi due anni si spiega in gran parte con il tentativo di soddisfare tutte le fazioni politiche del cui sostegno Babiš non può fare a meno.

Per approfondire: Russia-Cina oppure Occidente? La Cechia e l’arte della dissimulazione [Limes]

Balcani Occidentali 

Usa & Bosnia Erzegovina-Albania-Kosovo: il candidato democratico alla presidenza
americana Joe Biden ha inviato lettere di amicizia e manifestato espressioni di sostegno a questi tre Stati, abitati in maggioranza da musulmani.
Perché conta: ci sono due livelli con cui interpretare la mossa dell’ex vicepresidente di Barack Obama.
Il primo, il più intuitivo, è il tentativo di raggranellare più consensi possibili in previsione del voto del 3 novembre. Biden punta a ottenere la preferenza delle diaspore, accreditandosi come il candidato delle minoranze in contrapposizione al presidente uscente Donald Trump, più interessato ad accattivarsi il voto dei bianchi. Negli States risiedono infatti centinaia di migliaia di cittadini originari dei Balcani. Una ricerca del 2015 pubblicata dal Centro per lo sviluppo internazionale dell’Università di Harvard ha stimato, per esempio, che più di 210 mila cittadini americani siano nati in Albania o abbiano un genitore nato in Albania. Le stime che includono anche gli albanesi etnici – ovvero i cittadini americani di etnia albanese ma nati in altri Stati – oscillano tra i 250 e i 500 mila. Per come funziona il sistema elettorale americano (in ogni Stato chi conquista anche solo un voto in più vince tutti i delegati in palio), assicurarsi il voto di queste minoranze, pur esigue se confrontate con quelle di più datata immigrazione come italiani o irlandesi, potrebbe comunque rivelarsi decisivo.
Il secondo riguarda la politica estera. Bosgnacchi (i bosniaci musulmani, maggioranza assoluta in Bosnia), albanesi e kosovari sono tendenzialmente filoamericani. Semplificando molto la storia recente, si può affermare che Washington intervenne in loro soccorso durante tutti i conflitti degli anni ‘90. Nel 1995 pose fine al conflitto in Bosnia bombardando le postazioni e le truppe dei serbo-bosniaci sostenuti dalla Serbia e nel 1999 la Nato bombardò Belgrado per fermare il conflitto tra serbi e kosovari, portando alla secessione del Kosovo, che meno di un decennio più tardi si proclamò unilateralmente  indipendente.
Tuttavia, la politica estera perseguita da Trump ha generato molta confusione in tutti gli alleati degli Usa, abituatisi a non poter più contare sull’aiuto incondizionato di una Washington sempre più egocentrica. Biden vuole chiarire che, se sarà eletto, gli Usa torneranno a trattare i paesi amici da veri amici. Poiché la sicurezza di Albania e Kosovo, e quella della componente bosgnacca in Bosnia, dipende molto dalla disponibilità americana a giocare un ruolo attivo (e deterrente) nella regione, questo messaggio non può che aver provocato sollievo ai suoi destinatari.

Per approfondire: Trump, le elezioni e i Balcani [Osservatorio Balcani e Caucaso]

Serbia: il presidente Vučić ha annunciato che nel 2022 si terranno nuove elezioni – prima ancora che venisse annunciato il “nuovo” governo.
Perché conta: La decisione è curiosa.
Di norma, nuove elezioni vengono indette quando la coalizione di governo perde la maggioranza al parlamento, o quando le forze che compongono l’esecutivo incassano sconfitte sonore in tornate regionali o locali particolarmente rappresentative. La situazione presente non potrebbe essere più diversa.
Alle ultime elezioni, tenutesi il 21 giugno scorso, il Partito progressista serbo di Vučić ha ottenuto il 60.65% dei voti: 188 seggi. Risultato formidabile, arrivato principalmente per il boicotaggio in massa di pressoché tutti i partiti di opposizione: l’affluenza non ha raggiunto il 50%. Considerando che della squadra di governo annunciata domenica dalla premier (riconfermata) Ana Brnabić, faranno parte anche esponenti delle due fazioni arrivate seconda (Partito socialista serbo, 10.38%, 32 seggi) e terza (lista Aleksandar Šapić, 3.83%, 11 seggi), l’esecutivo potrà contare su una super-maggioranza: 231 seggi su 250. L’opposizione è quindi solo un’ipotesi remota. Numeri esagerati anche per un regime “solo parzialmente libero” come è oggi classificato quello serbo.
Riducendo d’imperio l’aspettativa di vita del governo da quattro anni, come previsto dalla Costituzione, a due, il presidente mira a due obiettivi.
Il primo: recuperare legittimità agli occhi degli osservatori internazionali, per nulla impressionati dalle percentuali bulgare incassate dalle forze di governo all’ultima tornata. L’Ue ha bisogno di fingere che l’uomo forte di Belgrado sia un interlocutore autorevole e incoronato dal consenso popolare: la stabilità della regione è appesa alla volontà della Serbia, Bruxelles teme di non potersi permettere di alienarsi un partner così chiave. Nuove elezioni, se vedranno la partecipazione delle opposizioni, potrebbero ripulire l’immagine internazionale di una classe dirigente paradossalmente screditata dal plebiscito che l’ha ancora incoronata lo scorso giugno.
Il secondo: proprio nel 2022 si terranno le elezioni municipali di Belgrado. La capitale è il bastione dell’agonizzante opposizione serba. L’ultima volta si è recato alle urne solo un terzo degli aventi diritto.
Sovrapponendo le due tornate, Vučić spera di aumentare le chance di estirpare anche questo rimasuglio di dissenso. Nessuna autocrazia può dirsi completa senza occupare il cuore del paese.

Per approfondire: La Belgrado sull’acqua si farà [East Journal]

s.b

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