Cose dell’altra Europa: Serbia, Albania-Kosovo, Slovacchia, Ungheria-Romania

Balcani Occidentali

12.10.2020 – 09.00 – Serbia: il 5 ottobre scorso sono caduti i 20 anni dalla fine del regime di Slobodan Milošević, teoricamente l’inizio della democratizzazione del paese balcanico.
Perché conta: la caduta di Milošević e la sua successiva consegna al Tribunale dell’Aja per essere processato per crimini di guerra fu salutata come la fine del periodo più buio della storia recente della Serbia, quegli anni ’90 che la videro iniziare e perdere due guerre (1991-95 contro Bosnia e Croazia; 1998-99 contro il Kosovo) e subire un bombardamento dalle forze Nato. La vittoria elettorale dell’europeista Zoran Đinđić sembrò innestare il paese balcanico sul binario giusto: la democrazia liberale, l’economia di mercato, l’Unione europea.
Guardati con il senno di poi, oggi quei mesi convulsi non furono che un fuoco di paglia.
Đinđić venne assassinato
poco più di due anni dopo la sua nomina; nel 2006 il Montenegro si separò dalla Serbia, scrivendo l’ultimo velenoso capitolo della disgregazione della Federazione jugoslava; nel 2008 il Kosovo proclamò unilateralmente l’indipendenza, rinfocolando la tensione tra Belgrado e Pristina e scatenando nuove ondate di passione nazionalista nella popolazione serba. Convinta in gran parte di essere vittima di un ingiusto complotto da parte delle potenze occidentali, contro cui il patrono di sempre – la Russia – non la può proteggere.
Risultato: il paese si sveglia due decenni dopo e si scopre un’autocrazia. Parola forte, potrebbe sembrare un’esagerazione.
In realtà questa è la valutazione dei principali osservatori indipendenti che giudicano il grado di democrazia di tutti i paesi del globo. Nell’ultimo report di Freedom House la Serbia è stata definita un regime solo “parzialmente libero”, ottenendo un punteggio di 66 su una scala da 1 (minimo livello di democrazia) a 100 (massimo livello), al pari di Benin, Colombia ed El Salvador. Similmente, nella classifica V-Dem di quest’anno, la Serbia si trova al 117° su 179 Stati analizzati, viene bollata come “Stato in via di autocratizzazione” e soprattutto segna uno dei peggioramenti più vistosi nel decennio 2009-19.
Queste valutazioni numeriche di fenomeni sociali (libertà di espressione, partecipazione politica, indipendenza dei media, corruzione) possono forse suonare eccessivamente artificiali. Sono però affini all’esperienza comune della maggioranza dei cittadini serbi. È emerso nitidamente alle ultime elezioni (21 giugno), stravinte dal partito di governo e boicottate da pressoché tutte le forze di opposizione.
Approfondimento: Serbia al voto, ma la democrazia è ormai in fin di vita (Ispi)

Albania-Kosovo: il premier albanese Edi Rama ha annunciato l’intenzione di rimuovere i confini con il Kosovo, permettendo a quest’ultimo l’utilizzo diretto del porto albanese di Durazzo.
Perché conta: popolarissima negli anni ’90, la prospettiva della Grande Albania – unire tutti gli albanesi dei Balcani, al momento sparsi per Albania, Kosovo, Macedonia del Nord e Montenegro, in un unico Stato – è oggi molto remota: non esistono forze politiche realmente intenzionate a perseguire questo scenario. Nonostante fosse rimasta l’unica a propugnare con vigore questa soluzione, la kosovara Vetëvendosje di Albin Kurti, movimento di estrema sinistra e nazionalista, l’ha presto accantonata una volta salita al governo, lo scorso febbraio. Nessuno ad oggi ha l’interesse, le possibilità o il coraggio di perseguire la fondazione di uno Stato pan-albanese.
Ma se lo spettro delle Grande Albania continua ad aleggiare come una fonte perenne di
tensione, è anche perché Tirana esercita realmente una forte influenza sulle minoranze albanesi dei paesi vicini. È infatti innegabile che l’Albania svolga un ruolo di guida e coordinamento per tutti i partiti etnici albanesi dei paesi limitrofi: li richiama prima delle elezioni, fornisce loro supporto logistico e ne appoggia le rivendicazioni. Il caso più delicato è quello della Macedonia del Nord, dove i partiti albanesi sono sovente al governo, in coalizione con un partito maggioritario, come in questo esecutivo e nel precedente, entrambi guidati dal socialdemocratico Zoran Zaev. Che è stato costretto a fare concessioni importanti ai partner a di governo, come dichiarare l’albanese seconda lingua ufficiale del paese.
Nella regione sono in tanti a ritenere che l’inossidabile sostegno storicamente accordato dagli Usa ad Albania e Kosovo – ricambiato con un affetto che sfiora l’adorazione – favorisca le componenti albanofone a discapito delle altre comunità nazionali della regione (serbi, slavo- macedoni, montenegrini).
Annunci come quello di Rama, di per sé condivisibili e inoltre pienamente allineati ai desiderata Ue (“aumentare la cooperazione regionale”), si iscrivono in questo contesto, innescando subito ondate di fibrillazione nella regione. La Serbia continua a paventare un’imminente unione tra Kosovo e Albania, interpretando come un presagio di tale scenario infausto qualunque interazione tra i due Stati, come l’unione dei campionati di basket albanese e kosovaro o un tweet di una popstar.
Approfondimento: Come un tweet della cantante Dua Lipa ha scatenato i nazionalisti albanesi [Linkiesta]

Europa Centrale 

Slovacchia: l’ex premier Robert Fico, socialdemocratico, ha proposto di rendere il 29 settembre, anniversario degli accordi di Monaco del 1938, commemorazione nazionale.
Perché conta: la proposta dell’ex uomo forte slovacco fa da controcanto a un’altra iniziativa dello stesso tenore: stabilire una ricorrenza ufficiale per commemorare l’invasione sovietica della Cecoslovacchia (1968).
I fatti storici, in breve.
Con la Conferenza di Monaco del settembre 1938 Francia e Regno Unito diedero il proprio assenso all’annessione dei Sudeti – territorio cecoslovacco abitato in maggioranza da comunità tedesche – da parte della Germania di Adolf Hitler. La celebre frase con cui il primo ministro inglese Neville Chamberlain commentò l’accordo di Monaco il giorno seguente (“Credo che questo sia la pace per la nostra epoca”) viene ricordata come segno della scarsa lungimiranza delle potenze occidentali: meno di un anno dopo la Germania invadeva la Polonia, dando il la alla Seconda guerra mondiale. Oggi le forze politiche di centro-sinistra di Cechia e Slovacchia – i due Stati si separarono nel 1993, pochi anni dopo il crollo del sistema comunista – ricordano quell’episodio come il sommo tradimento da parte delle potenze occidentali.
Trent’anni dopo l’accordo siglato nella città bavarese, invece, quando la Cecoslovacchia apparteneva al blocco comunista capeggiato dall’Unione sovietica (come previsto dagli accordi di Yalta tra gli Alleati), l’invasione arrivò da est. Su ordine moscovita, gli Stati del Patto di Varsavia (Romania esclusa), occuparono il paese, stroncando la cosiddetta “Primavera di Praga”, la stagione di rinascita politica e culturale con cui i cecoslovacchi ambivano a creare un “socialismo dal volto umano”. Dopo l’intervento militare a conduzione sovietica, venne instaurata al potere a Praga una classe dirigente espressione dell’ala più conservatrice del Partito comunista locale, che regnò incontrastata fino alla fine degli anni ‘80. Quali fatti storici ricordare e come farlo è una scelta che avvantaggia alcune forze politiche rispetto ad altre, favorisce l’avvicinamento a un attore esterno (Germania o Russia) e non all’altro, glorifica alcuni martiri e non altri: a differenza dell’Europa occidentale, nei paesi post- comunisti come la Slovacchia la storia recente non è relegata ai testi scolastici, ma è ancora materia viva.
Approfondimento: Lo spettro della storia si aggira ancora oltrecortina (Limes)

Ungheria-Romania: Târgu Mureş, città principale della Transilvania romena, ha eletto il suo primo sindaco ungherese.
Perché conta: la regione, sottratta al Regno d’Ungheria dopo la Grande guerra con il Trattato del Trianon, siglato a Parigi dopo la fine della Prima guerra mondiale (4 luglio 1920), è ancora abitata da folte comunità ungheresi (chiamate “secleri”).
Nè loro né i connazionali rimasti in patria hanno mai dimenticato la “tragedia del Trianon”: con quell’accordo di pace, imposto dalle potenze vincitrici della Grande Guerra, il Regno d’Ungheria – metà orientale dell’impero austro-ungarico e considerato potenza sconfitta al pari di Germania guglielmina e Impero ottomano – perdeva di colpo due terzi del proprio territorio e metà della propria popolazione, che si ritrovò di colpo minoranza in paesi vicini, di recente fondazione (Romania, Cecoslovacchia, Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni).
Sia durante il periodo interbellico che durante l’epoca comunista, queste minoranze magiare dovettero affrontare pesanti repressioni da parte delle maggioranze egemoniche in questi Stati.
Questo soprattutto in Romania, dove i loro diritti vennero quasi sempre calpestati e le loro rivendicazioni ignorate – tranne durante l’effimera esperienza della Provincia autonoma ungherese (1952-68), poi soppressa da Nicolae Ceaușescu.
Congelate artificialmente per quasi settant’anni, le istanze di queste minoranze riesplosero non appena collassò il blocco comunista. Budapest cercò fin da subito di riallacciare i rapporti con questi compatrioti oltreconfine, perorandone le ragioni e intensificando gli scambi politici, culturali ed economici.
L’avvento di Viktor Orbán (2010) ha accelerato questo processo. Incalzati dalla madrepatria, i partiti politici che curano gli interessi degli ungheresi romeni si sono radicalizzati, provocando la reazione dei segmenti più nazionalisti dello spettro politico romeno.
Non si parla naturalmente di secessione della Transilvania, ma i rapporti tra componente magiarofona e maggioranza romena stanno sensibilmente deteriorandosi. La prima elezione di un sindaco magiaro nella capitale di questa regione così complessa assume allora un forte valore simbolico.
Approfondimento: Tutto quello che c’è da sapere sul Trattato del Trianon (Ungheria News)

s.b