La storia (dimenticata) della prima pasticceria armena di Trieste

19.09.2020 – 08.00 – La Prima Guerra Mondiale sorprese la nazione armena intrappolata tra la (relativa) tolleranza dello Zar e l’intransigente politica di “turchizzazione” dell’Impero Ottomano. Massacri, persecuzioni e conversioni forzate erano già in atto dall’Ottocento, nel disinteresse della maggioranza delle potenze occidentali; ma la Grande Guerra accelerò questo processo.
Il nazionalismo del partito al potere, “Unione e Progresso“, connesso al movimento nascente dei “Giovani Turchi“, permise uno sterminio programmato, il quale culturalmente prosegue tutt’ora nella distruzione delle chiese e degli artefatti storici armeni nei territori turchi e azerii. La scintilla che diede inizio al genocidio fu l’arresto, eseguito il 24 aprile 1915, di 600 tra notabili e intellettuali armeni di Istanbul; presto la persecuzione si allargò metodica a ogni provincia dell’impero, eliminando dapprima burocrati e militari e infine estendendosi al massacro di ogni uomo adulto.

Fu sull’onda di queste deportazioni che negli anni Venti diverse famiglie armene si unirono alla piccola comunità che sopravviveva a Trieste dai tempi di Maria Teresa d’Austria.
Garabed Bahschian era un armeno nato a Costantinopoli; dopo essere sfuggito con la sua famiglia al genocidio si rifugiò dapprima in Grecia, a Salonicco, dove lavorò come esperto di tabacchi. Si trasferì poi a Trieste trovando impiego nel Porto Nuovo (oggi Porto Vecchio) offrendo le proprie competenze specialistiche nella miscelatura dei tabacchi della locale Manifattura.
Aveva già alle spalle, però, un forte interesse per l’attività pasticciera; e decise così, nel 1924, di aprire una propria “Fabbrica di dolci orientali” in via Mazzini 5.
Il locale che era un po’ una pasticceria, un po’ un bar, un po’ un luogo di ritrovo per gli armeni di passaggio, fu un’immediato successo; e Garabed richiamò dalla Turchia i fratelli della moglie, Onnig (1887-1965) e Kevork Hovhanessian (1897-1950), entrambi pasticcieri di professione originari di Izmit, che da tempo avevano vita difficile in Turchia.

Via Mazzini, desertificata dalla crisi

La pasticceria, accanto ai locali di lavoro, aveva due vetrine in Via Mazzini dove esponeva le sue varietà di dolci; all’interno ci si poteva accomodare presso dei tavolini di marmo e assaporare le specialità della casa appena sfornate, magari accompagnate da un amarissimo caffè turco. Il successo dell’attività permise poi di aprire una succursale in via Carducci 13, all’angolo con via Reti. Quest’ultima, tra gli anni Venti e Trenta, divenne un punto di ritrovo per greci, ebrei e armeni di passaggio; e non era raro vedere il saio e la barba bianca di un padre mechitarista in viaggio tra i due monasteri rispettivamente di Vienna e di Venezia. Il fiore all’occhiello della pasticceria erano tutti i tipici dolci orientali (halvà, rahat lokum, paklava) la cui preparazione si estendeva anche alla confezione con speciali scatole di latta con l’emblema della pasticceria. Un’altra specialità era lo yogurt orientale preparato nei vasetti di terracotta che ne conservavano la freschezza.

I lokum sono dei dolcetti piccoli e zuccherosi, dalla consistenza della gelatina; chiamati anche “turkish delights” vennero introdotti in Europa grazie all’Austria, perchè comparvero nel continente per la prima volta all’Esposizione Universale di Vienna (1873).
La strega bianca, ne Le Cronache di Narnia, corrompe il giovane Edmund Pevensie proprio con delle “prelibatezze turche”; sono i lokum, la cui origine turca non era sfuggita a un fervente cristiano come C. S. Lewis. Proprio la preparazione di queste delizie richiedeva nel retrobottega della pasticceria triestina la presenza di due grandi contenitori di rame, posti su un fuoco a legna. La figura del pasticciere che mescolava con una pala la melassa nei paioli divenne così il simbolo di una pasticceria che era anche, come da tradizione di Trieste, un punto di scambio culturale. La si può notare ad esempio sul cartone dell’immagine qui sotto, con tre piccoli clienti che sbirciano dal bancone.

La “fabbrica di dolci” partecipò alla Fiera di Padova e alcuni anni dopo a quella di Milano, vincendo in entrambi i casi la medaglia d’oro.
Probabilmente il maggior prestigio per la pasticceria armena fu nell’occasione del carnevale del 1936, quando il Circolo Marina Mercantile (via Rossini) vi ordinò i dolci. Il personale armeno si vestì con abiti levantini per servirli; e ci è rimasta una delle poche fotografie (vedi l’immagine di copertina) dove si può notare i due fratelli Hovhanessian, rispettivamente Onnig con il fez a destra e Kevork con il turbante a sinistra.

Scatola di una fabbrica di dolci della pasticceria armena, 1920, proprietà di Giacomo Hovhanessian, tratta dal catalogo della mostra “Armeni a Trieste”

La Seconda Guerra Mondiale e la crisi – economica e non solo – che ne conseguì causò il fallimento della storica pasticceria che chiuse verso la fine del 1945. Al di là delle difficoltà finanziarie, occorre chiedersi se era anche scomparsa la clientela e quel via vai pittoresco di greci, israeliti e ortodossi che aveva caratterizzato la città nei decenni precedenti.

Fonti: Anna Krekic e Michela Messina, Armeni a Trieste tra Settecento e Novecento: l’impronta di una nazione, Trieste, Civico Museo del Castello di San Giusto, 2008

Zeno Saracino, La nascita della comunità armena di Trieste: un difficile inizio (1770-1810), Trieste All News, 15 agosto 2020

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