17.09.2020 – 09.33 – Il Dipartimento di Commercio degli Stati Uniti d’America ha aggiornato, dallo scorso agosto 2020, una lista nera, chiamata “Entity List”, che comprende una vasta gamma di compagnie cinesi che vengono de facto escluse dal mercato americano: solo dietro autorizzazione governativa sarà possibile per le imprese statunitensi avere relazioni d’affari con queste realtà straniere. La “Entity List” comprende 24 compagnie di stato cinesi e altre 300 imprese di varia natura, compresa la compagnia telefonica Huawei. È notizia dell’ultima ora che gli Stati Uniti hanno deciso di aggiungere alla lista la prima compagnia della Via della Seta (one belt one road) ovvero quella stessa China Communications and Construction Company con la quale l’Italia, attraverso il Porto di Trieste, aveva siglato un Memorandum d’intesa, volto a trasformare la città in uno degli scali della Via della Seta marittima.
Formalmente la CCCC è stata inserita nella “Entity List” per il suo ruolo nella costruzione e militarizzazione delle isole del Mar Cinese Meridionale, parte di un progetto cinese volto a rafforzare la propria presenza in un’area contestata dai vicini sud orientali e dagli interessi statunitensi. Sebbene la questione venga declinata in una chiave “nazionalista” e di “diritti umani”, occorre notare come il Mar Cinese Meridionale vanti abbondanti riserve di petrolio e gas. L’inserimento della CCCC nella blacklist statunitense ha portato a domandarsi se il Memorandum siglato due anni addietro entrerà mai in vigore; ed è interessante a questo proposito come l’Entity List escluda le imprese statunitensi, certo non quelle italiane; sebbene l’Italia si sia freudianamente sentita immediatamente inclusa nel divieto americano.
La China Communications and Construction Company ha sottolineato dal suo canto, come aveva già fatto ad agosto, il proprio interesse a proseguire l’impresa della Via della Seta che per il suo stesso nome ha sempre visto un coinvolgimento diretto delle nazioni centro-asiatiche ed europee. Attualmente la CCCC è attiva con le sue (tante) filiali in Sri Lanka, Pakistan, Cameroon, Singapore e Jakarta.
“Le relazioni sino-americane sono al loro livello più basso dall’inizio della nostra storia diplomatica. A causa dell’accrescersi del conflitto politico, l’incertezza che accompagna le operazioni della CCCC oltremare è aumentata” ha dichiarato la compagnia.
“Tuttavia, gli investimenti nelle infrastrutture sono una fonte di crescita economica globale. È per questo che la Cina ha continuato a supportare l’iniziativa della One Belt One Road“.
“L’attenzione della Cina sulla Via della Seta è diventata una strategia chiave del paese, tanto più in questo periodo pieno di opportunità“.
Lungi dall’abbandonare i propri partner commerciali, la CCCC sembra dunque intenzionata a proseguire con i propri progetti. D’altronde la Via della Seta comprende 140 paesi e più di 30 organizzazioni economiche internazionali, le quali hanno siglato con la Cina oltre 200 accordi per un totale di 855 progetti in via di costruzione, per un valore totale di oltre 141 bilioni di dollari. È probabile come, complice l’emergenza economica e sanitaria, la Via della Seta si concentri maggiormente sui paesi asiatici; tuttavia difficilmente si può parlare della sua “fine”.
Le azioni degli Stati Uniti riflettono inoltre uno scenario sud orientale incerto, laddove proprio quei paesi che si vorrebbe “proteggere” dagli interessi cinesi nel Mar meridionale sembrano ri-allienarsi a Pechino. È il caso dello stato delle Filippine che ha chiaramente contraddetto gli americani, affermando che permetterà alle compagnie cinesi inserite nella black list, CCCC compresa, di proseguire i propri lavori. Secondo il presidente Rodrigo Duterte, lo sviluppo di infrastrutture grazie all’aiuto cinese è una “priorità nazionale”.
La mossa di Duterte, inizialmente in buoni rapporti con Trump, riflette d’altronde una sfiducia globale negli Stati Uniti, aggravatasi con il Coronavirus, ma latente già negli ultimi anni della presidenza Obama. Allo stadio attuale, secondo il Pew Research Center, la fiducia nella “land of freedom” è ai suoi più bassi livelli dai tempi dell’invasione dell’Iraq.
Solo il 41% della popolazione del Regno Unito ha una visione positiva dell’America, mentre in Francia queste percentuali scendono al 31%; la Germania sembra ormai essersi “smarcata” dagli Stati Uniti, con appena il 26% che guarda con simpatia agli americani.
Le percentuali calano a picco se si passa a giudicare il presidente: la fiducia in Trump rimane straordinariamente bassa, raggiungendo nel caso estremo del Belgio il 9%.
La fiducia nel presidente sale quando si passa a esaminare i partiti populisti europei; eppure anche qui, tra la destra europea, lo scetticismo rimane alto. Solo il 29% della Lega nutre fiducia nell’azione di Trump; e l’eccezione alla norma è il partito dell’ultradestra Vox in Spagna che si ferma però a un 45%.
Questa storica mancanza di riconoscimento internazionale che si era già verificata ai tempi della “dinastia” Bush fa da contraltare alla visione della Cina come prima potenza economica mondiale. La maggior parte delle nazioni occidentali, stando ai sondaggi di Pew Research Center, considera dal 2017 la Cina la prima potenza mondiale, relegando gli Stati Uniti al secondo posto. In una ricerca condotta su 34 diverse nazioni occidentali, il Pew Research Center ha osservato come il 48% della popolazione consideri la Cina “The world’s leading economic power”; nello scenario asiatico, solo il Giappone e la Corea del Sud rimangono fedeli all’alleato oltreoceano. È uno scenario che gioca un ruolo chiave, perché evidenzia un mondo (e un’economia) multipolare, animato da più protagonisti mondiali. In un quadro del genere l’esclusione della CCCC, più che isolare la Cina, sembra accentuare la già forte estraniazione economica e politica statunitense.
In questo contesto, occorre rilevare che dipenderà dall’azione del Governo come e quando agire nei confronti del Memorandum con il Porto di Trieste. Ultimamente non sono mancate le dichiarazioni a favore degli Stati Uniti; tuttavia l’Italia ha una lunga tradizione di mediare tra più partner e più alleanze, delle quali l’esempio migliore è nei rapporti con la Russia e l’Iran, entrambe nazioni ferocemente opposte dagli USA. Il primo passo doveva essere la piattaforma di export vinicola; la quale nonostante i ritardi aveva dimostrato concreti passi in avanti proprio qualche mese addietro. Tuttavia occorre considerare come, nel caso di un rifiuto italiano, non manchino le alternative tra i porti dei Balcani. Gli stessi Stati Uniti ne sono consapevoli; l’ha dimostrato Mike Pompeo visitando la Slovenia e “corteggiando” la sua alleanza statunitense. Difficilmente venti, trent’anni fa sarebbe stato concepibile che una così piccola nazione ricevesse l’attenzione dell’America. La Via della Seta, in questo scenario, continuerà a essere percorsa seguendo altre vie e altri percorsi.
Fonti: U.S. Department of Commerce, Commerce Department Adds 24 Chinese Companies to the Entity List for Helping Build Military Islands in the South China Sea
South Cina Mornington Post, Chinese construction giant CCCC aims to counter growing uncertainty with belt and road project push
Pew Research Center, U.S. Image Plummets Internationally as Most Say Country Has Handled Coronavirus Badly
[z.s.]


