Serena Bobbo, fotografa d’emozioni. “Volunteers4Europe” da oggi alla biblioteca “Crise”

10.08.2020 – 12.31 – Inaugura oggi alla biblioteca statale Stelio Crise in Largo Papa Giovanni XXIII a Trieste, alle ore 17 (su prenotazione a seguito delle disposizioni in materia di sicurezza sanitaria Covid-19), la mostra legata al progetto “Volunteers4Europe – An Insight into the World of Volunteering in Europe“. Il progetto, curato da Annamaria Castellan e presentato lo scorso venerdì 8 agosto presso la Sala Giunta del Comune di Trieste alla presenza dell’assessore Lorenzo Giorgi, ospita al proprio interno anche le opere di Serena Bobbo. Bobbo, maestra d’arte nata a Treviso nel 1989, è ‘diventata’ triestina da diversi anni; a Trieste, dove vive, si è laureata in Conservazione dei beni culturali, specializzandosi sulla Pop Art americana e contribuendo all’organizzazione delle mostre su Steve Alan Kaufman alla Sala Veruda (con Vittorio Sgarbi, nel 2013), a Grado, al Museo Enzo Ferrari di Modena (con Philippe Daverio, sempre nel 2013), e a Salisburgo presso la Mozarteum Foundation (l’anno successivo). Si è poi dedicata alla sua professione di fotografa. Con lei parliamo del progetto, e di quello che ha voluto fotografare.

Serena, di cosa si tratta esattamente?

“Si tratta di un progetto europeo coordinato dall’European Photo Academy. Partner del progetto sono molte associazioni, in diversi stati: principalmente in Francia, in Germania, Estonia, Svezia e Italia. Sono ventuno fotografi”.

Che cosa si trova, nelle loro opere?

“È stato descritto, attraverso le immagini, il lavoro di 108 associazioni operanti principalmente nel volontariato. L’intenzione è quella di dare visibilità a tutte le forme di volontariato del territorio europeo, riconoscendone le specifiche qualità ma soprattutto il valore e il loro ruolo sul tessuto sociale. Queste associazioni lo esprimono attraverso la partecipazione collettiva alle iniziative e la generosità, il lavoro gratuito per gli altri. Lo abbiamo fatto anche per favorire e incoraggiare i cittadini europei a partecipare ad attività di questo tipo”.

Come si è sviluppato?

“Su un arco temporale di due anni, e durante questi due anni sono state allestite diverse mostre. Quella di Trieste conclude il ciclo, è l’ultima. È l’occasione anche per presentare il libro fotografico ‘Volunteers for Europe‘ acquisibile gratuitamente“.

Come hai iniziato il tuo lavoro per questo progetto?

“Mi sono avvicinata a cinque associazioni, alcune specifiche del territorio e altre nazionali ma con sede anche a Trieste, e ho fotografato i loro momenti. Sono l’Ente Nazionale dei Sordi, Astro associazione triestina ospedaliera per il sorriso dei bambini, Cuore di Maglia per i prematuri, l’associazione Magnolia che fa teatroterapia con i ragazzi con disabilità, e Nati per leggere. Ho cercato di descrivere le loro attività in più momenti del giorno, del mattino e anche della sera. È stato molto bello vedere i volontari raccontare le fiabe ai bambini per farli addormentare; ho cercato di catturarlo negli scatti. Quando si pensa al volontariato di solito si pensa sempre a chi riceve aiuto; ed è giusto. A chi dà, a chi fa il volontario, però, si pensa di meno. Parlando con i volontari e le volontarie, volevo capire anche cosa spinge queste persone: se lo considerano un sacrificio, se per loro è difficile soprattutto nelle situazioni più dolorose e complicate, quelle che coinvolgono i bambini. Mi hanno detto che sono momenti preziosissimi; che dare è anche ricevere ed è una crescita grandissima. Anche questo ho cercato di esprimerlo con le mie fotografie”.

Uno stimolo, quindi, a cercare più in fondo.

“Si. Ho deciso di aderire al progetto perché lo consideravo stimolante. Erano situazioni diverse da quelle che sono abituata a fotografare per il mio lavoro: nella mia professione, fotografo quasi sempre persone, per me quindi il ritratto fotografico non è difficile. Quelle che vedo normalmente quando lavoro sono però persone in situazioni più comuni: la festa di laurea, il matrimonio, la maternità. Lavorare con i volontari mi dava la possibilità di fotografare altro e di capire qualcosa di nuovo e ho accettato la proposta con entusiasmo. Io cerco di fotografare emozioni, è questo che mi piace e mi dà soddisfazione, felicità. Pensavo che ne avrei trovate tante. Ed è stato così. È stato impegnativo, bello; in molti momenti coinvolgente, spontaneo e commovente, non sono cose che si vedono tutti i giorni. Chi lavora nella fotografia sa bene che moltissime volte di spontaneo in quello che ritrae c’è poco o niente, che c’è molto di forzato, che si cerca di rispettare canoni che sono fatti più del voler apparire che dell’essere. Cerchi come fotografo di cogliere le emozioni, e in realtà spesso non le trovi, e non è colpa di nessuno, è la nostra società. M’interessava, in questo progetto, la verità”.

E l’hai trovata?

“Quello che ho trovato è stata un’autentica gioia. E spero sia il filo conduttore di tutte le mie foto, spero che il messaggio, dai miei occhi e dal cuore alla macchina fotografica a chi guarderà le foto, passi”.

Il momento più bello?

“L’aperitivo silenzioso; è un karaoke in cui c’è la musica, fanno vedere le parole, e i sordi cantano con il linguaggio dei segni. C’erano persone di tutte le età, di tutte le estrazioni sociali. Ne ho sentito il calore. Le barriere, la distanza e la difficoltà a capirsi non c’erano più, me n’ero dimenticata, non l’avvertivo. C’erano solo persone felici di essere là. E poi, è stato molto toccante essere in ospedale, con i bambini e le bambine”.

Proseguirai, con la fotografia orientata al sociale?

“No, nell’immediato no. Non lascio il sociale come desiderio di parteciparvi, desidero ancora fare volontariato; in questo momento lo faccio con i ‘Nipoti di babbo Natale’, per gli anziani delle case di riposo. Restando sulla fotografia vorrei organizzare invece una mostra assieme a un’illustratrice, basato su un progetto che realizzeremo in comune; i soggetti saranno donne della mitologia. Un po’ un mio ritorno alle origini, all’arte e alla letteratura che ho studiato da ragazza”.

Altre tue iniziative fotografiche a Trieste? Dove possiamo vedere le tue foto?

“Per la terza volta ho partecipato a Zeropixel, avvenimento ormai consolidato e, credo, importante per la fotografia del Friuli Venezia Giulia. Immagini catturate e stampate solo con mezzi tradizionali, senza il digitale. Quest’anno il tema è stato la musica, partecipo con un trittico”.

Perché fai la fotografa?

“Perché mi piace. Mi piace comunicare attraverso questo mezzo. Ho una formazione artistica, di pittrice, e non me ne sono mai allontanata. Trovo però la fotografia un metodo immediato per comunicare quello che sento, rispetto alla pittura, e in molto casi lo preferisco, in particolare per il ritratto perché la mia pittura non è quella. Credo che tutti i mezzi che un artista ha a disposizione vadano usati, nessuno escluso: lo faccio anche per questo”.

[f.f.]