Nuove generazioni tra scuola e futuro, Russo: “L’Italia non è un paese che aiuta i giovani”

20.08.2020 – 17.05 – “Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli”. E’ questo forse il caso delle ultime settimane, che hanno visto al centro del dibattito pubblico una fascia di popolazione di cui forse troppo poco spesso si parla in Italia: i giovani. Da un lato il tema dei comportamenti e delle responsabilità personali, tra discoteche e “movida”, dall’altro, con il significativo discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini, la necessità di investire sul futuro e sulle nuove generazioni. A questo, si aggiunge il fondamentale tema dell’istruzione, con la riapertura delle scuole che ad oggi sembra rappresentare ancora una grande incognita. Ne parliamo con il vicepresidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia Francesco Russo, del Partito Democratico.

Cosa sta accadendo nell’attuale dibattito pubblico in Italia?

“In queste settimane si rischia di veder sovrapporre la paura del ritorno del Covid-19 a due fenomeni che sono entrambi letture affrettate e sbagliate: la prima è che il virus lo portino gli immigrati – che sappiamo essere il 3 per cento dei nuovi contagi – la seconda, che sia sostanzialmente colpa dei giovani che non stanno sufficientemente attenti. Entrambe hanno qualche fondamento ma non sono certamente il problema”.

Perché il tema della diffusione dei contagi viene affrontato in modo così semplicistico?

“Si tratta di una lettura un po’ superficiale unitamente alla ricerca di un capro espiatorio che sia sempre diverso da noi. Purtroppo siamo diventati un paese molto superficiale che non guarda i numeri e corre dietro all’ultima sensazione e all’impressione che si ha. La realtà è che il Coronavirus lo stiamo combattendo e lo stiamo vincendo con tanta responsabilità personale”.

Proprio il tema delle responsabilità personali è stato un po’ al centro della discussione sulla chiusura delle discoteche. Cosa ne pensa?

“E’ sotto gli occhi di tutti il tema di una maggiore libertà di movimento e divertimento che quest’estate ha portato con sé. Quando poi si è presa la decisione di chiudere le discoteche è venuto spontaneo additare in particolare i giovani ma, ripeto, si tratta di una lettura un po’ superficiale. Molti di noi hanno pensato che riaprire queste attività poteva essere un rischio: forse non è stata calcolata fino in fondo l’incapacità e l’impossibilità di gestire la situazione, al di là della buona volontà di ciascuno”.

Nel bene o nel male si è però tornati a parlare dei giovani.

“Il recente dibattito, seppure puntare il dito è affrettato, sbagliato e riduttivo, ha però avuto il merito di riportare al centro un tema importante, quello dei giovani, al fianco del quale si è bilanciato il tema delle scuole che riguarda sempre le nuove generazioni ed è più decisivo. Secondo me sarà il vero banco di prova sul quale si misurerà anche la capacità del Paese di vincere le sfide più importanti. Con il Coronavirus, l’Italia alla fine ha reagito bene e l’estate che abbiamo trascorso è un’estate molto più serena e libera rispetto ad altre realtà europee, ma ora arriva l’autunno e la sfida principale sarà proprio questa”.

E se le scuole non riaprissero? 

“Credo sarebbe una sconfitta epocale se non si riuscisse a far tornare i nostri giovani a scuola. Sono padre di quattro figli e ho visto le difficoltà e le conseguenze di un inverno di lockdown e di didattica a distanza; al di là del grandissimo impegno di molti docenti, si perde una parte di esperienza scolastica che è ineliminabile. Inoltre, non credo possiamo permetterci il lusso di far pagare ai nostri giovani lo scotto psicologico di un altro inverno chiusi in casa; anche di questo forse si è parlato poco, però sicuramente ci sono delle conseguenze anche in questo caso”.

Quali potrebbero essere le conseguenze di una mancata riapertura?

“Il tema della scuola è il vero tema con cui il governo si misurerà a settembre e paradossalmente è più facile che cada se non si darà l’idea di aver gestito al meglio questo passaggio, rispetto a quelli che potrebbero essere i risultati delle regionali o, più in generale, a qualcosa di molto più legato alle dinamiche di palazzo. Questa è una risposta che il paese si aspetta. Credo si debba fare ogni sforzo – magari intensificando le verifiche ed i tamponi, isolando i focolai – ma bisogna riportare i ragazzi in classe”.

A partire dall’istruzione, in Italia, un problema è sicuramente il fatto che non si investe sulle nuove generazioni. 

“Questo è qualcosa che riguarda tutta la politica. E’ un tema che viene da lontano e che coinvolge governi di destra e di sinistra almeno dagli ultimi trent’anni. Il debito pubblico è in qualche modo un prestito che viene fatto dalle attuali generazioni e che verrà pagato delle generazioni successive; questo debito ce lo portiamo avanti da almeno trent’anni ed è la conseguenza di una scelta politica che purtroppo quasi tutti i governi non hanno voluto vedere o contrastare, senza troppe distinzioni tra destra e sinistra. Al di là del debito pubblico ci sono poi anche una serie di impostazioni complessive della spesa pubblica italiana: non solo prendiamo a prestito dei soldi con l’idea che li pagheranno quelli che verranno dopo di noi, ma anche quando li usiamo, questi soldi, non li usiamo per i giovani. Diciamo che la spesa pubblica in Italia, rispetto ad altri paesi, è molto più orientata ad un welfare di cui usufruisce largamente una fascia di popolazione in là con gli anni; anche questa è una fascia d’età assolutamente bisognosa, non lo metto in discussione, ma sicuramente il nostro non è un paese che aiuta i giovani. Questo è un ulteriore spostamento delle scelte, anche qui politiche, che ancora una volta sono state condivise da governi anche molto diversi tra loro”.

Da cosa derivano queste scelte? 

“E’ un po’ forse anche dovuto al modello sociale, per cui si immagina che dando sostegno al genitore – che magari perde il lavoro a quaranta, cinquant’anni – la famiglia venga salvaguardata ed implicitamente si dia un aiuto anche alle nuove generazioni; e questo era forse anche giusto in una certa fase. Ora però il paradosso è diventato che i nonni mantengono con la loro pensione il resto della famiglia e questo dovrebbe rendere a tutti evidente che la situazione sta diventando da questo punto di vista insostenibile”.

Cosa si dovrebbe fare per poter avviare un effettivo cambiamento in questi termini?

“La risposta è molto semplice, dovrebbe esserci un grande piano di investimenti. Io spero nel Recovery Fund, che possa essere orientato in maniera molto forte in questa direzione, ovvero di investimenti sulle nuove generazioni: istruzione in primo luogo, di alta qualità e di alta specializzazione, molta innovazione, perché la possibilità di creare nuove condizioni passa anche attraverso le innovazioni tecnologiche, ed il coraggio di costruire, dalle infrastrutture al sistema sociale di welfare. Creare insomma delle situazioni che siano in qualche maniera l’habitat naturale affinché i giovani possano esprimere la loro caratteristica migliore, cioè di saper guardare al futuro e ricostruire cose che fino a ieri non c’erano”.

Qual è il ruolo di chi governa oggi?

“La mia generazione ha il compito prevalentemente di accompagnare la grande sfida di questi anni: di creare le condizioni affinché chi si affaccia oggi alle prime responsabilità abbia almeno la possibilità di giocarsi le sue carte e di portare un contributo alla comunità. Da professore, prima ancora che da politico, ho visto e sto vedendo molti giovani brillanti, a cui una volta questo paese offriva delle possibilità, dover partire. E’ sotto gli occhi di tutti l’esodo di tanti, anche molto qualificati, che non trovano più risposte nel nostro paese e che sono costretti a partire. Questo è oggettivamente un peccato perché ci priva anche di quelle risorse su cui poi costruire un futuro diverso”.

Che consiglio si sente di dare alle nuove generazioni rispetto al futuro che le attende?

“Ai giovani dico di credere di poter cambiare le cose molto di più rispetto a quanto il mondo attorno a loro faccia credere in questo momento. Penso che questa sia una stagione molto difficile in cui essere giovani, ma credo che tutto sia ancora possibile, anche se le condizioni oggi rispetto al passato sono diverse. E penso sia possibile farlo guardando magari non soltanto all’Italia, ma ad un mondo che sta cambiando e che costringerà anche il nostro paese a farlo. Il mio consiglio è questo: di prendere il meglio di quello che sta succedendo.
Il nostro è un mondo in veloce e grande cambiamento e spero che i giovani siano le antenne capaci di portare questo cambiamento nel paese e li invito a crederci fino in fondo”.

Nicole Petrucci
Nicole Petruccihttps://www.triesteallnews.it
Giornalista iscritta all'Ordine del Friuli Venezia Giulia. Direttrice responsabile

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