Le (dimenticate) ville di Gretta. Una nobile decadenza

22.08.2020 – 08.00 – La vita del quartiere di Gretta si è sempre tradizionalmente divisa tra le case dei contadini e degli operai (Gretta Alta) e le ville delle diverse “dinastie” degli armatori, dei commercianti e degli industriali (Gretta Bassa). La posizione lungo l’odierna Strada del Friuli garantisce infatti una visuale panoramica rara nel suo genere; ma nel contempo Gretta garantiva un rapido accesso alle (ex) zone industriali tra ottocento e novecento; la Baker, la Stock, il Punto Franco Nord (oggi Porto Vecchio) con il Magazzino 27 e la Fabbrica Ford; senza dimenticare i facchini, i gruisti e i pesatori.
Oggigiorno, come d’altronde in tutta Europa, molte delle industrie sono scomparse e le ville si sono trasformate in villini, le casette in appartamenti. Anche Gretta, come tanti quartieri cittadini, si è standardizzata. Tuttavia l’impressionante quantità di ville tra fine ottocento e primi novecento a Gretta merita un ricordo, specie alla luce dei tanti ruderi che costellano il panorama, a partire dalla decadente Villa Cosulich.

Verso la fine del Seicento la famiglia Liechstock de Lichtenheim di Graz possedeva un terreno a Terstenik (Terstenico). Quando Cristoforo de Bonomo (1667-1752) sposò Margherita Liechstock si ritrovò così proprietario di un bel podere a Gretta.
Cosa farci? Per il discendente di una delle più antiche casate nobiliari di Tergeste, la risposta era ovvia: costruirci una villa. La Villa Bonomo, tutt’ora esistente al n.261 di via Bonomea, era un bell’edificio settecentesco: semplice e razionale, con il timpano sulla facciata e un balcone di ferro battuto sul quale sventolava la bandiera di famiglia, costituita da una scala ascendente in campo rosso.
Il Conte Carlo de Zinzendorf, al quale dobbiamo tra le tante cose la strada Trieste-Vienna quand’era governatore (1770-1780), era grande amico dell’ultimo discendente dei Bonomo, Andrea Giuseppe. Figura d’intellettuale illuminista del quale Gretta può bene andare orgogliosa, Andrea Giuseppe de Bonomo era un letterato, un numismatico e un appassionato collezionista di libri con una biblioteca che contava oltre mille volumi. La Villa Bonomo compare in uno dei suoi ultimi libercoli, intitolato “Sopra le monete de’ vescovi di Trieste”, in cui scrive sotto il suo pseudonimo di Orniteo Lusanio con il quale era noto presso l’Accademia degli Arcadi Romano Sonziaci.
Zinzendorf era grande amico di Bonomo e quale “favore” gli intitolò la via, tutt’ora esistente, la “Bonomea” (1779).

Villa Bonomo nell’ottocento

Andrea Giuseppe de Bonomo non lasciò eredi alla sua morte; tra i proprietari della Villa ricordiamo brevemente la famiglia Marenzi (1868), Enrico Ritter de Zahony, proprietario della fabbrica di ghiaccio di Barcola (1871) e il conte Alessandro Economo (1901).
Piccolo aneddoto: il Barone Economo spesso vedeva la propria posta dirottata in Dalmazia per un problema di omonimia con l’indirizzo, “Terstenik”, identico a diversi luoghi in Croazia. Chiese più volte alle autorità che ci si decidesse a modificarlo in Trtenik/Tertenigo/Terteneck, ma tale rimase.

La famiglia Marenzi, come i Bonomo, vanta una lunga storia a Trieste, risalente al 1489.
I più conosceranno il nome grazie al Palazzo Marenzi (via dei Rettori), prezioso manufatto seicentesco nel cuore della città “murata”, oggi completamente restaurato.
Il feldmaresciallo Conte Francesco Antonio Marenzi (1805-1886) ebbe una luminosa carriera politico-militare al servizio degli Asburgo; quando si ritirò a vita civile, a metà ottocento, scelse di dedicarsi allo studio della letteratura e della scienza. Sotto queste vesti sarà tra i protagonisti della costruzione dell’acquedotto di Aurisina.
La famiglia già possedeva a Gretta un podere che fruttava vino e olio; ma il Conte scelse di erigervi una Villa per trovare rifugio dal trambusto cittadino. La costruzione continuò durante tutta la vita del feldmaresciallo, con un primo ampliamento nel marzo del 1872 e il suo completamento appena nell’anno della sua morte, nel 1886. A partire dal 6 giugno 1936 la Villa passo in proprietà a quattro suore orsoline di Verona che gestivano la “Casa di Riposo di san Giuseppe”. Scelta infelice, perché vent’anni dopo, nel 1956, le suore scelsero di spostare l’ospizio in via Ascoli e la Villa fu spianata dalle ruspe.

La Gretta Bassa ospitava, a partire dal n. 5, Villa Fausta.
L’edificio fu costruito nel 1855 su commissione di Eufrosina Buchler, la quale, come i Bonomo e i Marenzi, possedeva diversi appezzamenti nella zona.
Successivamente passò alla famiglia Carniel, i cui successi sportivi nell’ambito della scherma hanno dominato le classifiche mondiali a metà novecento. Ricordiamo in particolare Dante Carniel, campione d’Italia per il 1925 e olimpionico nel 1924 e l’avvocato Lodovico, presidente della Società Ginnastica Triestina (SGT) dal 1923 al 1925.
Dopo un ampliamento “firmato” dall’architetto Geiringer (1928), l’anno successivo la Villa passò a Francesco Trevisani che la ribattezzò “Fausta” in onore della moglie Fausta Veneziani, la cui sorella Livia era la moglie di Italo Svevo. Trevisani morirà poi di “carbonchio” mentre lavorava quale commerciante di pellicce pregiate in Russia e in Asia.
Caso ahimé raro, la Villa è sopravvissuta al secondo dopoguerra divenendo, dal 2002, un Bed&Breakfast curato dalla famiglia Tracanelli.

La Villa immediatamente seguente, dopo il vicolo san Fortunato, era la Villa Irma.
Si trattava di un complesso di grandi dimensioni: duemila metri quadri con giardino, orto e casetta del custode; il tutto contornato da una merlatura nello stile di un castello.
I suoi proprietari più famosi furono quei “Cimadori” che gestivano il primo tram a cavalli (1875) e successivamente tutti i trasporti e i traslochi di Trieste. Il nome era un riferimento a Irma Cimadori, irresistibile beltà della Belle Époque triestina.
Come riporta Fabio Zubini, ebbe una morte quanto mai bizzarra: fu ammazzata nel 1957 “dalla cameriera impazzita”. A partire dal 1970 la Villa è stata demolita per far spazio a 66 appartamenti condominiali.

Presso Salita di Gretta n. 38/1 è possibile ammirare Villa Prinz: l’edificio fu edificato nel 1926 in stile eclettico per volontà del commerciante di granaglie Francesco Primc originario di Villa del Nevoso. La villa disponeva di un’ampia proprietà comprensiva di casa colonica e vaccheria; prima di Primc il podere ebbe tra i suoi proprietari la famiglia Marenzi.
La Villa passò al Comune di Trieste quando la società “Farina, Cereali, Alimentari” dei Primc finì sotto sequestro per dissesto finanziario (1968); recentemente restaurata, la sede ospita l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione e il III Consiglio Circoscrizionale Roiano-Gretta-Barcola.

Scendendo per via Tolmezzo c’era la Villa Brunner-Muratti, oggigiorno demolita, da non confondere con l’esistente Villa Brunner a Scorcola, presso via Virgilio 16.
Il proprietario era il Conte Giuseppino Brunner Muratti che aveva sposato Ines Zeno che vantava nel proprio albero genealogico il doge di Venezia Ranieri Zeno (1253-1268).
Nella stessa via c’era anche Villa Puglisi (1914) demolita, come tante altre, per far spazio a una palazzina condominiale (1969).

Scendendo per la salita della Madonna di Gretta, c’era la Villa Maria.
Callisto Cosulich (1847-1918), famoso per aver fondato la Società triestina di Navigazione Cosulich e il cantiere Navale Triestino di Monfalcone, chiamò così la Villa per onorare la moglie Maria Zar dalla quale aveva avuto venti figli, tra i quali sette morti nell’infanzia e tre morti in mare.
La Villa fu poi abitata dalla figlia, Dora Matievich, fino al suo abbattimento nel 1972 per costruirvi “18 residenze condominiali”.

Chi passeggia nel bel parco di Strada del Friuli n. 34 scoprirà, tra le altalene e le querce secolari, una bella villa neoclassica, dal fascino tenebroso: si tratta di Villa Cosulich.
Incatenata dalle impalcature, costretta dai divieti, ammantata di rovi e rampicanti e erbacce, la Villa era uno tra i più bei edifici di Gretta prima che la si abbandonasse alla furia degli elementi (e dei vandali).
In origine si trattava di una dimora di campagna appartenuta alla famiglia dei baroni de Burlo e poi al commerciante Demetrio Carciotti; successivamente passò sotto la proprietà della famiglia scozzese Rutheford.
Samuel Rutheford era un commerciante che si era stabilito a Trieste verso la fine del ‘700; il suo nipote, Robert Romano Rutheford, aveva avuto come madre Caterina Catraro, famiglia di commercianti locale che figura tra gli ostaggi durante l’occupazione napoleonica. Robert lavorò come amministratore delle proprietà delle sorelle Davis, alla cui generosità si deve il Mercato Coperto, e fu uno dei primi triestini a vendere automobili, nei primi anni del Novecento. Nonostante lo scetticismo di una città che si muoveva ancora in carrozza, Rutheford accumulò una considerevole fortuna, vendendo in esclusiva le autovetture Darracq ed Eisenach.
La Villa sotto Rutheford si trasformò nell’edificio oggigiorno conosciuto, con colonnati e scalinate; coerentemente con la modernità del personaggio fu una delle prime case private di Trieste ad avere il telefono.

Nel 1920 Antonio Cosulich, figlio di quello stesso Callisto proprietario di Villa Maria, acquistò la Villa e il parco dei quali mantenne il possesso fino al 1980, quando scelse di donarli all’Istituto Burlo Garofalo e successivamente al Comune di Trieste.
Antonio Cosulich comperò la Villa di ritorno dal sud America; pertanto è anche chiamata Villa Argentina. Tante le idee, tutte rimaste sulla carta, per il suo recupero nel 1990; ricordiamo in particolare il progetto dell’arch. Doriano Grison di trasformarla nella sede del Segretariato delle Camere di Commercio dell’Unione Europea.
Negli ultimi tempi gli abitanti del rione si erano mobilitati per impedire la privatizzazione del parco, che avrebbe mutilato il quartiere di uno dei suoi polmoni verdi; la Villa rimane però in stato di completo abbandono, nonostante la sua ricca storia trasversale all’Inghilterra e a Trieste.

Continuando la strada in salita, merita un appunto la villa ottocentesca in stile neoclassico al n. 38 di Strada del Friuli, denominata Villa Dapretto, sotto tutela dalla Soprintendenza.

Proseguendo s’incontra poi la Villa Tripcovich, bell’esempio di uno stile architettonico che mescoli neoclassicismo ed eclettismo. L’edificio si caratterizza per il terrazzamento verso il mare e per la scelta – tipicamente di fine ottocento – di porsi come una casa di campagna circondata da un grande parco. La Villa venne acquistata agli inizi del novecento dalla famiglia dalmata Tripcovich, nota soprattutto per l’omonima società di navigazione. Tra i suoi abitanti vale la pena di ricordare il barone Goffredo de Banfield, l'”Aquila di Trieste” a capo della stazione degli idrovolanti durante la Prima Guerra Mondiale.
Il Barone, insignito del titolo di “Cavaliere dell’Ordine Militare di Maria Teresa“, costruì nella Villa un campo da tennis sul quale gareggiava con nientemeno che il Duca d’Aosta (1980).

Rispettivamente al n.54 e al n.72 ritroviamo invece Villa Panfili, in uno stile tardo medievale/rinascimentale, oggi sede del Consolato della Serbia e Villa Stock, costruita dal cav. del Lavoro Alberto Kreislheim-Casali, oggigiorno sede della Kathleen Foreman in Casali.

Come dimenticare infine Villa Bruckner, detta anche “il castelletto“? L’edificio, a monte di Strada del Friuli, era la dimora di Erwin Bruckner, grande campione olimpico di canottaggio alla Società Nautica Nettuno. Il boom economico degli anni Sessanta fu nuovamente foriero di distruzione culturale quando demolì anche questa villa nel 1973, per far posto a “16 unità condominiali”.

Fonti: Fabio Zubini, Gretta: dalle prime ville patrizie De Bonomo e Marenzi, alla Chiesa della Madonna del Carmelo, al moderno sviluppo del rione, Edizioni Italo Svevo, Trieste

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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