Passato Prossimo: fascismo Anni Ruggenti, dall’hotel Balkan al delitto Matteotti

01.07.2020 – 11.01 – Con l’armistizio di Villa Giusti del 4 novembre 1918 tra Impero austro-ungarico e Italia termina la Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano. Ed è da qui che ripartiamo assieme a Fabio Scoccimarro, proseguendo il confronto iniziato con le vicende di Trieste prima e durante la Grande Guerra stessa. L’Europa si affaccia ai difficili anni del primo dopoguerra molto più povera di cinque anni prima, ma anche profondamente trasformata. Quattro imperi di tradizione secolare infatti al termine della guerra sono scomparsi: sono quello Asburgico, il Tedesco, l’Ottomano e il Russo. E l’Italia? la situazione è peculiare: l’Italia rientra a pieno titolo tra le vincitrici della guerra, eppure la sensazione diffusa nel paese è che il successo non possa dirsi completo e definitivo, perché non adeguatamente premiato con concessioni territoriali dalle trattative di pace della Conferenza di Parigi. Sulla classe dirigente nazionale, che si trova a far fronte anche alla difficilissima ricollocazione nella società dei reduci (circa sei milioni di uomini furono i mobilitati dal Regio Esercito; si calcola che 4 famiglie su 5 avessero almeno un componente in guerra), ricade l’accusa di non essere riuscita a far valere le proprie pretese in sede di accordi diplomatici.
In questo clima di percepita inefficienza della politica, molto diffuso nella parte nazionalista del paese, Gabriele D’Annunzio si mette a capo di un piccolo esercito non riconosciuto dallo stato, e nel 1919 occupa la città di Fiume (riconosciuta libera dopo la firma dei trattati). Un affronto al governo di Roma e un vulnus per la classe politica. A rendere gli animi ancora più tesi contribuisce l’intensificarsi, attorno al 1920, di proteste organizzate da parte di operai e braccianti: nel vuoto di consensi creatosi attorno alla tradizionale classe dirigente liberale, abbandonata dai suoi sostenitori perché ritenuta incapace di trovare soluzioni alla crisi economica e sociale, si inserisce un nuovo soggetto politico: il fascismo, fondato a Milano nel marzo 1919 e affermatosi come forza di governo poco dopo, nell’ottobre 1922, in seguito alla “Marcia su Roma”. Nei primi anni del fascismo, Trieste ebbe un ruolo importante: vide nascere una delle prime sezioni fuori dalla Lombardia e visse quello che Renzo De felice definì “il battesimo dello squadrismo”: l’incendio dell’Hotel Balkan, il 12 luglio 1920.

Scoccimarro, si arriva all’impresa di Fiume, che iniziò nel 1919. Fu un segno premonitore dell’ascesa, di lì a pochi anni, del Fascismo?

“L’impresa di Fiume non è catalogabile come iniziativa fascista. Di certo c’erano in essa elementi nazionalisti, ma se si va a leggere la Carta del Carnaro si trova un’utopia da cui emergeva un’idea vicina a quello che si potrebbe definire anarco-socialismo nazionalista. Mussolini, da abile propagandista, foraggiò D’Annunzio, all’epoca molto indebitato a causa del suo stile di vita, e mutuò poi da lui tutti gli slogan dell’impresa di Fiume. Ad esempio, il ‘Me ne frego’, passato poi alla storia come emblema del fascismo, nacque da un episodio verificatosi nella marcia verso Fiume: uno dei legionari di D’annunzio non rispettò l’ordine di blocco italiano al confine e lo oltrepassò proprio al grido di ‘me ne frego’. Fu uno dei tanti slogan che Mussolini riprese.”

Un anno dopo, nel luglio 1920, a Trieste ci fu l’incendio del Narodni Dom: l’hotel Balkan. Un episodio attribuito da diverse fonti al fascismo triestino. Cosa successe quel giorno?

“Partiamo dal presupposto che un crimine non giustifica un altro crimine: sono due crimini che si sommano, non due avvenimenti che si annullano. Il panslavismo jugoslavo e il nazionalismo italiano si contrapponevano con violenza. L’11 luglio 1920, genetliaco del re d’Italia, i panslavisti uccisero a Spalato due militari della marina italiana, un tenente e un motorista. Il giorno dopo, a Trieste, in Piazza Unità, ci fu un corteo spontaneo di nazionalisti italiani opposto ai dirimpettai slavi. All’epoca si poteva girare armati: un ragazzo di 17 anni, partecipante al corteo, fu accoltellato a morte da una mano che venne ritenuta jugoslava. Gli uccisori, scappando da piazza Unità verso la stazione ferroviaria, si rifugiarono dentro l’ex Hotel Balkan nell’odierna via Fabio Filzi, l’edificio progettato dall’architetto Fabiani e costruito nel 1904, difeso da un cordone di militari italiani che facevano riferimento al governo Nitti.”

Da questo punto in poi, le ricostruzioni di ciò che successe variano.

“Sembra che dall’interno del Balkan, il Narodni Dom, siano partiti dei colpi che uccisero un ufficiale di fanteria dell’esercito, Luigi Casciano; questo avrebbe persuaso il cordone di difesa a sciogliersi sotto i colpi di fucile, lasciando mano libera agli assalitori. Durante l’assalto morì anche uno sloveno: violenza si sovrappose a violenza e nessuna delle due, né quella di Spalato né quella di Trieste, andava fatta. Il fascismo cittadino, nato pochi mesi prima, era in stato ancora embrionale, mentre il movimento nazionalista italiano era forte. Cercare in questo episodio una vittima o un carnefice è concettualmente sbagliato: ci furono violenze e morti su entrambi i fronti.”

Il gesto è attribuibile al fascismo locale?

“Addebitare l’assalto del Balkan al fascismo è un refuso storico: l’allora governo in carica era presieduto da un socialista, Francesco Saverio Nitti dell’allora Partito Radicale Italiano, e il fascismo era ancora agli albori. Ciò non toglie che molti dei partecipanti all’assalto del Balkan confluirono poi nel Partito Nazionale Fascista. Curiosamente, il Fascio di combattimento a Trieste fu fondato da nazionalisti patrioti ebrei, questa è cronaca storica.”

Storia e memoria spesso non sono conciliabili.

“La pacificazione non è un percorso facile, né veloce: ognuno in quegli anni e poi nella Seconda Guerra Mondiale ha subito violenze. Ma una corretta visione dei fatti è importante. Gli italiani, è il caso di ricordarlo, non furono ‘brava gente’, né in Africa né in Europa: in Slovenia si comportarono in modo efferato.”

Facciamo un salto in avanti di quasi vent’anni: il 18 settembre 1938 a Trieste vengono annunciati i contenuti delle appena promulgate leggi razziali.

“Inconcepibili; è un capitolo che, pur nella mia profonda passione per la storia, ho difficoltà a capire. Andò contro le politiche fino ad allora seguite dal Fascismo, in cui la componente ebraica aveva giocato un ruolo importante. Per di più, stando ai miei studi, Mussolini non amava molto Hitler, che al contrario aveva grande stima del Duce.”

La scelta di colpire giuridicamente la minoranza ebrea fu presa sulla scorta di quell’insieme di leggi naziste promulgate nel 1935 e passate alla storia come “Leggi di Norimberga”?

“La decisione secondo me fu presa a rimorchio proprio dei provvedimenti nazisti, rivestendola poi con una logica locale costruita apposta. Ma se l’entrata in guerra del 1940 poteva avere un senso politico, ancorché sbagliato, io non comprendo il perché delle leggi razziali.”

Nel 1924, le elezioni vedono una netta affermazione del Partito Nazionale Fascista di Benito Mussolini: si svolgono in un clima di violenza e scontro politico estremo. I fascisti escono vincitori dagli scontri di piazza; il deputato socialista Giacomo Matteotti denuncia i brogli e gli squadristi in parlamento, e il 10 giugno 1924 viene rapito e ucciso. L’uccisione appare chiaramente di matrice fascista fin da subito, ma una prova di un coinvolgimento diretto di Mussolini non verrà mai trovata: il partito fascista stesso affronta una profonda crisi interna. I partiti d’opposizione sono deboli e disorganizzati, e non sfruttano la debolezza di Mussolini; il 3 gennaio 1925, Mussolini stesso assume la responsabilità storica e politica del delitto. Ne esce rafforzato.

Uno dei momenti cruciali del consolidamento al potere del fascismo e della sua trasformazione in un regime totalitario fu il delitto Matteotti: uno dei grandi delitti politici della storia italiana, clamoroso forse solo quanto il delitto Moro. Secondo lei ci sono delle somiglianze tra i due episodi?

“La mia opinione, quella solo di appassionato di storia, è che l’omicidio di Matteotti, così come quello dei fratelli Rosselli, fu un errore che rischiò di costare molto al fascismo, perché rese gli oppositori politici del regime dei martiri. A conti fatti il fascismo ne guadagnò, ma per altre dinamiche. Nel caso di Moro, che considero diverso, si voleva invece intervenire sul possibile ‘compromesso storico’ fra centro cristiano cattolico e Partito Comunista: da parte dei rapitori c’era un disegno politico preciso, per quanto tragico.”

Il delitto Matteotti diede il via al processo che portò in breve tempo all’affermazione in Italia di un regime totalitario. Tale capovolgimento potrebbe verificarsi anche ai nostri giorni?

“In Italia la dittatura fascista fu in realtà una dittatura imperfetta, perché il re rimase capo dello Stato; la destituzione di Mussolini il 25 luglio 1943 lo dimostra. La nostra Costituzione, nata nel 1947, cerca proprio di evitare, con la formula assembleare e la divisione dei poteri, l’ascesa di un uomo forte sul modello mussoliniano, la cui impronta è ancora forte nella società. Per questo, ancora oggi non è il capo del Governo italiano a nominare i ministri: lo fa il Presidente della Repubblica. Tuttavia dall’entrata in vigore della Costituzione sono cambiate molte cose.”

Pensa ci sia bisogno di una riforma?

“La Costituzione italiana è molto bella, ma va cambiata; una riforma in senso presidenzialista oggi va fatta. Anche una sulla magistratura. Oggi abbiamo gli anticorpi per evitare un’altra dittatura.”

L’emergenza sanitaria da cui il paese sta lentamente emergendo porta con sé il rischio di gravi ripercussioni economiche. Che ricadute politiche potrebbe avere questa crisi?

“È una roulette russa. Temo che ‘andrà tutto bene’ sia uno slogan di difficile attuazione: ci sarà un bel terremoto. Sarà molto dura. Anche il mio lavoro in Regione Friuli Venezia Giulia alla difesa dell’ambiente, energia e sviluppo è cambiato totalmente. Sia nelle procedure sia a livello di gestione economica. È un segnale”.

[d.g.]