Passato Prossimo: I triestini erano fascisti? Con Raoul Pupo

24.06.2020 – 11.02 – Professore di Storia contemporanea e di Storia della Venezia Giulia all’Università di Trieste, Raoul Pupo si è occupato di storia della politica estera italiana, della frontiera adriatica, delle occupazioni militari italiane, delle logiche della violenza politica nel XX secolo e degli spostamenti forzati di popolazione in Europa nel Novecento. È considerato uno dei massimi conoscitori delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, e ha alle spalle una bibliografia estesa e focalizzata sugli eventi che hanno riguardato la Venezia Giulia durante il primo cinquantennio del Novecento. Rivolgersi a lui per approfondire la situazione di Trieste tra le due guerre, in modo da ricavare uno sguardo il più possibile ampio sul complesso mosaico culturale, politico e sociale di quegli anni, è una scelta naturale.

Dopo quello che Renzo De Felice chiama “il battesimo dello squadrismo“, l’incendio del Balkan a Trieste, il metodo squadrista si diffonde in tutta Italia e porta il movimento fascista ad far convergere su di sé l’appoggio di ampi strati della borghesia terriera e industriale, che soprattutto nella pianura padana foraggiano le spedizioni degli uomini in camicia nera per compiere violenze e soprusi contro obiettivi ben precisi: associazioni vicine al partito popolare cattolico o a quello socialista, case di lavoro, cooperative. Nella maggior parte dei casi queste intimidazioni non sono arginate dalle forze dell’ordine: si è nel contesto di un paese sull’orlo della guerra civile, alla fortissima crisi economica del post-prima guerra mondiale si è unita una profonda crisi sociale. Le proteste operaie e bracciantili durante il cosiddetto “Biennio Rosso” portano, tra l’estate del 1919 e quella del 1920, a un’ondata di occupazioni di terre e scioperi nelle fabbriche. La vecchia classe dirigente liberale è in difficoltà, attaccata da più parti e ormai costretta a precarie alleanze di governo con socialisti e cattolici per mantenersi al timone dello stato in tempesta. Sono gli anni dell’affermazione del fascismo anche come forza politica parlamentare: conquista, per la prima volta, una trentina di seggi alle elezioni del 1921. Anche a Trieste, uscita impoverita dal primo conflitto mondiale, il contesto è turbolento e il terreno, molto più e prima che altrove in Italia, è fertile per lo sviluppo del movimento fascista locale: è in corso il tentativo di italianizzazione delle minoranze linguistiche (la destituzione del vescovo di Trieste, Andrej Carlin, è motivata da sue simpatie slovene), e sono presenti inoltre un forte movimento nazionalista anti-marxista (proprio per questo per nulla inviso ai potenti liberali) e una classe industriale interessata a difendere i propri interessi e la ricchezza dalle pretese operaie. Dopo l’incendio del Balkan il fascismo triestino comincia a fare sul serio, e nelle elezioni del 1921 i Blocchi nazionali, contenenti esponenti fascisti, sono i più votati.

Professor Pupo, l’episodio del Balkan è il culmine, ma ha alle spalle una situazione di grande tensione nazionale. Quanto contò, negli anni immediatamente posteriori alla Prima guerra mondiale, la politicizzazione dei soldati?

“A dire il vero il picco della politicizzazione patriottica delle truppe era stato raggiunto tra l’estate e l’autunno del 1919 in corrispondenza dell’impresa di Fiume, poi però l’esaltazione nazionale andò scemando, anche perché molti soldati vennero congedati. Nell’estate-autunno del 1920 il clima era cambiato, e le insurrezioni di soldati che si verificarono ad Ancona e a Trieste furono di segno opposto: scoppiarono infatti perché i militari non volevano partire per sedare una rivolta in Albania, e ad Ancona alzarono la bandiera rossa. Questo ribaltamento di orizzonte politico riguardò soprattutto i soldati, mentre gli ufficiali, soprattutto quelli di basso grado e di complemento arruolati durante la guerra, erano ancora fortemente politicizzati in senso nazionale. Un esempio è proprio l’uomo che morì a causa dello scoppio della bomba ai piedi del Balkan: era un giovane ufficiale in quel momento in licenza. Verosimilmente si trovava lì perché faceva parte degli assalitori, cosa che, all’epoca, era normale”.

Arriviamo al 1921. Le elezioni a Trieste decretarono una forte affermazione fascista.

“In città ci fu una fortissima polarizzazione non solo politica, ma anche nazionale, su una questione all’epoca fortemente divisiva. Dopo l’incendio del Balkan scoppiò un’ondata di squadrismo che investì l’intera regione e aiutò il fascismo a ottenere molto consenso tra gli italiani locali. In una situazione così radicalizzata, il fascismo, ormai protagonista, intercettò i desideri della parte patriottica, italiana e nazionalistica. Non dimentichiamo che i fascisti erano stati legittimati politicamente dallo stesso Giolitti, che li inserì nelle liste del blocco nazionale: la loro compattezza li favorì di fronte alle divisioni dei liberali, e Giunta fece il pieno nelle preferenze”.

Quale fu, in quegli anni di crescita, la base di consenso del fascismo triestino?

“Partendo come detto dai primi strati sottoproletari e regnicoli, si allargò alla classe borghese, che ormai non faceva più riferimento al nazionalismo tradizionale, uscito sconfitto dal tentativo rivoluzionario di Fiume. A Trieste tutti i ceti che avevano sostenuto istanze liberal-nazionali prima, e nazionaliste poi – ed erano molte – si orientarono verso il fascismo”.

Il tutto in una città uscita dalla Grande Guerra molto indebolita.

“Il porto franco era stato abolito ancora a fine Ottocento, ma il sistema portuale di Trieste, uscito dall’Impero asburgico, perse completamente la sua funzione economica. Questo Giolitti lo sapeva fin dall’inizio della guerra; ma se tutta Europa si risvegliò dal conflitto colpita dal disagio sociale, a Trieste, oltre alla crisi generale, non c’era nemmeno una prospettiva di rilancio”.

Quindi il fascismo triestino non ebbe, almeno inizialmente, particolare presa sui ceti proletari?

“Il proletariato dell’epoca era socialista; anzi Trieste fu una delle città in cui attecchì di più il massimalismo, qui infatti ricevette grande consenso la scissione comunista. Anche in questo senso si delineò una nell’area di frontiera una polarizzazione politica: da un lato la grande crescita fascista e la presenza nazionalista, dall’altra l’estremismo bolscevico”.

Massimalismo, quindi: una corrente politica del Partito socialista italiano divenuta maggioritaria nel 1919. Il Massimalismo prendeva il suo nome dall’idea della necessità di massimo effetto della rivoluzione socialista: il rovesciamento immediato dei capitalisti attraverso l’azione, anche violenta, e gli scioperi, senza alcuna intermediazione. Non tutti i socialisti si riconoscevano in questo orientamento estremo; da qui la scissione interna del partito, e la fondazione del Partito Comunista Italiano.

Fascisti, e, ormai, comunisti. Entrambe forze che puntavano a una rivoluzione sociale.

“Senz’altro. Entrambe erano contrarie allo Stato liberale e miravano ad abbattere l’ordine costituito. I massimalisti e poi i comunisti vollero la rivoluzione, ma non ebbero le forze per realizzarla, e nella partita con i fascisti uscirono sconfitti. Questo perché le squadracce adottavano tattiche militari più efficaci, ma anche perché erano sostenute dallo Stato, che vedeva in esse degli alleati contro le sinistre. Fu questo il motivo per cui nella gestione dell’ordine pubblico non solo i fascisti non furono arginati, se non in rarissimi casi, ma anzi trovarono sostegno nelle forze dell’ordine”.

Il pericolo di una rivoluzione a sinistra si era delineato nel “Biennio rosso”, con occupazioni in tutta Italia di terreni e fabbriche.

“All’epoca dell’ascesa del fascismo oramai non c’era più un reale ‘pericolo bolscevico’ in Italia. Nell’autunno-inverno del 1920 l’ondata rossa si era affievolita; il momento discriminante a livello nazionale era stato l’occupazione delle fabbriche, e in seguito i socialisti rimasero sulla difensiva. Nel 1921 perciò si può dire che non esisteva una vera minaccia rivoluzionaria, anche se in quegli anni era difficile averne la consapevolezza come ce l’abbiamo noi”.

Con l’intervento dell’esercito regolare nel cosiddetto “Natale di sangue” finì l’avventura di Fiume. Per il D’Annunzio politico fu il canto del cigno?

“Mussolini contribuì notevolmente a togliere di mezzo D’Annunzio dalla scena politica, eliminando così il suo principale concorrente a destra. Lo tradì abbandonandolo durante la risoluzione armata del caso Fiume, il ‘Natale di sangue’ appunto, alleandosi con Giolitti. Inoltre, anticipò la Marcia su Roma, perché temeva che il 4 novembre 1922 ci sarebbe stata una richiesta, da parte di tutte le forze politiche proprio a D’Annunzio di fare da mediatore nella guerra civile, il che avrebbe messo fuori gioco Mussolini”. Una prospettiva, quella che proveniva dagli sviluppi nelle terre d’Istria e Dalmazia, inaccettabile per il Duce.

[d.g.]