05.06.2020 – 10.22 – Nelle città americane d’altri tempi, popolate dagli ex schiavi, ogni forma di ribellione o rivolta anti razziale contro una politica segregazionista finiva con violenze perpetrate contro gli stessi afroamericani: questa violenza era intenzionale. Il culmine, gli anni Cinquanta e i primi Sessanta. Poi la rotta sembrava essersi invertita; nel corso degli ultimi due decenni, però, il governo federale degli Stati Uniti sembra aver perso interesse per il destino delle città, che era stato parte della rivoluzione culturale seguita al Sessantotto, e ha trasferito, con un certo cinismo, l’onere dello sviluppo economico e sociale ai singoli Stati dell’Unione. Le fasce più povere della popolazione sono state duramente colpite da questa politica e ne hanno subito le conseguenze. Il caso George Floyd rappresenta l’ennesimo atto di violenza della polizia statunitense contro gli afroamericani e i loro discendenti, cittadini americani ormai da generazioni. Certamente non è la prima volta e sicuramente non sarà l’ultimo episodio: due pesi e due misure nella terra di nessuno, dove i veri autoctoni, i nativi americani, non sono quasi rappresentati e scompaiono.
Sophie Body-Gendrot, sociologa francese e in precedenza professore emerito all’Università della Sorbona a Parigi, ex ricercatrice presso il Centro di ricerca sociologica di diritto e istituzioni penali (CNRS – CESDIP – Ministero della giustizia), ex politico e soprattutto ex consulente sulle questioni dei disordini urbani negli Stati Uniti, riporta nella sua relazione nel libro “Cultures & Conflits” alcune osservazioni che dimostrano come la violenza, nel corso degli anni, si sia fusa con una parte della cultura statunitense stessa: “A volte l’assassino dice di avere sparato (molte volte al cittadino afroamericano) per la paura di fronte a una situazione sconosciuta o di fronte alle persone percepite come potenziali aggressori, o per la sfida che lancia a sé stesso, o per il desiderio di migliorare la propria immagine da duro nei confronti degli altri”. “I newyorkesi bianchi che hanno trascorso i primi vent’anni della loro vita in questa città, dal 1934 al 1955, per esempio, affermavano che non si sono preoccupati della loro sicurezza personale, mentre oggi esiste qualcosa di specifica, diversa e spaventosa nella vita urbana americana”. “I fattori più profondi come l’esistenza di bande, la libera vendita di armi, droghe e i soldi facili che forniscono possono spiegare la diversa natura della violenza nella società americana”. Una tendenza a una diffusa legittimazione dell’autodifesa del proprio territorio, della propria casa, della propria ricchezza e interessi. Gli Stati Uniti rimangono ancora fortemente segnati dalle divisioni fra razze, in particolare tra afroamericani e bianchi, con una tendenza all’autodistruzione (violenze razziali, criminalità e spaccio) a volte incontrollabile. Certamente, la realtà odierna negli Stati Uniti è ancora estremamente connessa ai cordoni del capitalismo e delle fenditure razziali e sociali causate dagli episodi risalenti nella propria storia. A questi fattori, si aggiungono sia la legalizzazione di uso e porto d’armi che la criminalità legata al traffico di droga in costante aumento nelle zone più o meno abbandonate dalle autorità. Purtroppo, nelle popolazioni di queste zone nasce una forte sensazione di creare una comunità a parte, cercando di rimpiazzare la realtà sociale da cui sono state tagliate.
Uno studio condotto dalla United States National Academy of Sciences e pubblicato su PNAS, loro rivista scientifica, il 5 agosto 2019, con il titolo “Rischio di essere uccisi dalla polizia”, riporta che 1 su 1000 neri americani muore ucciso dalla polizia, e che l’1,5 per cento dei decessi dei giovani neri di età compresa tra 20 e 24 anni sono causati dalla polizia stessa. Lo studio ha inoltre fatto una stima dei morti causati dai poliziotti basandosi sul colore della pelle (distinguendo fra neri, bianchi e ispanici) e ha successivamente riportato che la morte degli afroamericani (donne e uomini) causata della polizia è rispettivamente superiore di circa 2,5 volte per gli uomini di colore (1,4 volte per le donne e per gli ispanici e 1,5 volte per gli indiani americani) rispetto a quanto si registra per i bianchi uomini e donne (gli americani originari dell’Asia e dall’Oceania subiscono meno violenze). E’ un forte segnale di una democrazia che deve fare i conti con sé stessa e che sembra malsana. Il divario socioculturale ha creato condizioni favorevoli alla criminalità, che si materializza anche durante le perquisizioni e gli arresti della polizia, spesso culminanti in sparatorie contro le gang, con vittime da entrambe le parti. Quando la polizia statunitense effettua il consueto controllo di routine e ferma una macchina sospetta, gli agenti, per la maggior parte bianchi, effettuano subito un controllo d’identità prima di avvicinarsi al veicolo del cittadino fermato, per evitare di mettersi in pericolo. In questi scenari gli afroamericani con o senza precedenti vengono fermati più spesso di altri. L’uso eccessivo della forza non è inconsueto, e non lo è neppure l’abuso di potere.
Le rivolte di questi giorni causate dalla brutale morte di George Floyd (una fra tante altre) per mano di un poliziotto bianco, e soprattutto la mancata gestione della rivolta antirazziale dominata dalla rabbia, sete di giustizia paritaria, distruzioni dei negozi (alcuni dei quali avevano la copertura assicurativa scaduta e non rinnovata nel periodo di chiusura seguito all’epidemia) e saccheggi, mettono luce non solo sulle faglie nella democrazia statunitense, ma anche sui fallimenti dell’amministrazione Trump, mentre ci avviciniamo alle prossime elezioni. La stessa amministrazione si era già indebolita proprio durante la gestione dell’emergenza Covid-19, rivolgendosi contro la Cina (ritenuta da Trump responsabile della diffusione del Coronavirus e meno che trasparente nella comunicazione dei dati) e contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità (per la supposta cattiva gestione e ritardi nel comunicare il rischio pandemico). Ora Donald Trump inizia una guerra contro i la stampa e i mass-media, e avvia cause legali contro New York Times, Washington Post e CNN accusandoli di aver diffuso informazioni false e diffamatorie. E le ire del presidente si rivolgono soprattutto contro Twitter, al quale lo stesso Trump sembrava in precedenza essere molto affezionato: “il suo account Twitter era come la sua agenda”, così affermano cittadini statunitensi. In effetti, Twitter ha censurato un post di Trump ritenendolo una esaltazione alla violenza: nel messaggio, lo stesso Trump invitava il sindaco di Minneapolis a rispondere duramente alle manifestazioni seguite alla tragica morte di George Floyd. Nonostante il suo disappunto, Trump ha però ripreso a scrivere sul proprio account Twitter per sollecitare la reazione della sua maggioranza (che definisce “maggioranza silente”) contro le proteste. Infine, nel mirino di Trump è finita anche Antifa, autodefinitosi “movimento antifascismo” in tutti i paesi dove il gruppo è insediato, e che l’amministrazione vorrebbe ora equiparare a un’organizzazione terroristica. Una posizione contro la libertà d’opinione, ma negli Stati Uniti Antifa assume i connotati di un movimento dell’estrema sinistra molto radicale: il gruppo si è ufficializzato dopo le elezioni presidenziali 2016 per protestare contro la diffusione dell’ideologia di estrema destra rappresentata dai suprematisti bianchi. Ma molto prima nel 2007, nella città di Portland, in Oregon, il nome Antifa nasce con un gruppo locale chiamato “Rose City Antifa”, famoso per il ricorso alle violenze durante le manifestazioni.
Gli interventi di Trump, in questi giorni di violente manifestazioni, non hanno contribuito a un ritorno alla tranquillità, aumentando piuttosto il livello di scontro tra i manifestanti e la polizia, già divisa al suo interno: in numerosi video si è vista la polizia statunitense chiedere scusa, molti agenti condannano duramente il comportamento che ha causato la morte di George Floyd. Trump si lancia contro tutti, in una fine di mandato che appare ora incerta; persino Art Acevedo, capo della polizia di Houston, durante un’intervista a rilasciata a Cnn, ha invitato il presidente Trump a non aprire bocca se non ha niente di costruttivo da dire. “Il vero problema degli Stati Uniti non sono solo i poliziotti razzisti, ma anche i politici ai vertici”, ha affermato l’ex presidente Barack Obama, invitando tutti gli americani che aspirano ad uno Stato con diritti uguali per tutti, a partecipare in massa alle prossime elezioni presidenziali per portare i loro voti ai giusti candidati.
[c.a.][r.s.]


