07.05.2020 – 12.53 – Covid-19, il Centro-Sud resiste, anche se ci aspettava uno scenario differente conseguente agli esodi ripetuti avvenuti dal 7 marzo in poi, da Milano e dalla Lombardia, nelle prime fasi dell’emergenza. L’Italia sopra e sotto l’Emilia sono due realtà profondamente differenti, per quanto riguarda la diffusione dell’epidemia. Si può dire che il ritardo temporale abbia consentito al Sud di prepararsi a prevenire il contagio. Il Meridione ha 27 milioni di abitanti, ma notifica meno casi positivi della Svizzera, dell’Austria e del Portogallo, ed ha la metà dei decessi del Belgio. Un successo importante per la Nazione, che va soprattutto attribuito alle misure di restrizione applicate con diligenza dai cittadini, ed alla capacità di risposta di tutto il Sistema sanitario, di fronte alla grave situazione emergenziale.
Sicuramente il ricovero della coppia cinese positiva al virus, avvenuto il 31 gennaio allo Spallanzani, ha determinato in anticipo un’allerta nelle regioni del Centro-Sud stesso. Il virus era presente in Lombardia probabilmente già prima del blocco dei voli dalla Cina e da Wuhan ed ha avuto tempo di diffondersi in modo, silente, durante un periodo stagionale in cui si verifica il picco influenzale; quindi, all’inizio, è stato molto difficile da diagnosticare. Si è trasmesso principalmente per contiguità, senza compiere salti a distanza, se non per qualche cluster ben circoscritto in Veneto (Vò Euganeo) e nelle Marche (Rimini). Quando l’epidemia si è diffusa in tutta Italia e si sono sviluppati focolai al Sud, le autorità erano già preparate.
Il Coronavirus ha colpito principalmente le aree più produttive, come il Nord Italia, perché ci sono più contatti di tipo lavorativo e professionale oltre che sociali, in genere abbinati a un pendolarismo molto accentuato, conseguente ad un mondo produttivo estremamente intenso ed esteso con filiere essenziali. L’elevata mobilità ha favorito l’epidemia; la metropolitana, il Car Sharing e il non distanziamento sui mezzi pubblici sono stati e sono fattori critici. Milano, ad esempio, ha circa 1 milione e 400mila abitanti, oltre a un milione di persone che raggiungono il capoluogo lombardo per lavoro e studio ogni giorno e ai 3,2 milioni di residenti nella Città metropolitana. Le regioni come la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Piemonte e il Veneto, le più colpite dall’epidemia, sono anche le stesse regioni che solitamente subiscono il maggiore impatto anche per le influenze stagionali, e sono anche zone ad alta densità abitativa.
Il 53,8% di tutti i decessi conseguenti al Covid-19 sono avvenuti in Lombardia. Nel Nord il tasso di letalità apparente è del 12,4%. Nel Sud e nelle Isole è al 7%. Al Nord la mortalità è raddoppiata con picchi estremi: Bergamo (568%), Cremona (391%), Lodi (371%), Brescia (291%), Piacenza (264%), Parma (208%) dati ISTAT. In diverse aree d’Italia, in larga prevalenza al Centro e al Sud, nel marzo 2020 si registrano addirittura meno morti rispetto alla media degli anni scorsi. Roma a marzo fa segnare un -9,4% rispetto alla mortalità media degli ultimi 5 anni. Uno studio dell’università di Catania avrebbe anche individuato come possibili concause la minore temperatura invernale, l’inquinamento da PM10, la densità demografica e abitativa. Secondo questo studio, paradossalmente l’elevato numero di ospedali sul territorio del nord Italia avrebbe favorito, almeno nelle fasi iniziali, la diffusione del contagio in quanto strutture concentratrici di infetti. l provvedimenti di distanziamento sociale hanno ostacolato invece il virus nel Meridione impedendo che potesse diffondersi con la stessa facilità verificatasi al Nord. Nel periodo successivo all’esodo si sono verificate catene di diffusione intrafamiliare al Sud avvenute, in seguito all’arrivo di un familiare dalla Lombardia, ma si sono rivelate di entità molto inferiore al temuto e al di là di qualche focolaio la situazione non si è estesa. La Campania è la regione con età media di 42 anni e quindi è quella più giovane d’Italia (letalità 8,1%), a fronte della Liguria (letalità 14,5%), la più anziana, con età media di 47. La distribuzione per fasce di età della letalità apparente per Covid-19 giustificherebbe questi dati, anche se c’è l’anomalia del Molise che è la regione con il secondo più elevato tasso di vecchiaia (letalità 7,3%) seguita al terzo posto dal Friuli Venezia Giulia (letalità 9,7%). C’è stato qualche focolaio a Roma, nelle RSA e nelle residenze per anziani.
Quando un virus circola va a creare focolai nei luoghi confinati: le principali catene di trasmissione si sono verificate nelle famiglie e negli ospedali. Le residenze per anziani hanno personale che spesso si sposta da una struttura all’altra e ospiti che sono inviati in ospedale per accertamenti diagnostici e terapie e poi ritornano. Questi sono stati gli elementi che hanno facilitato la creazione dei focolai nelle residenze per anziani, anche al Sud. Lo scopo delle misure di contenimento è fare in modo che il fattore R0 (capacità di dare casi secondari) diventi inferiore a 1, e dipende dai seguenti tre fattori:
- probabilità di trasmissione per singolo contatto
- numero medio di contatti per unità di tempo
- durata del periodo di contagiosità
Se R0 è maggiore di 1 abbiamo un epidemia, se R0 è uguale a 1 c’è una situazione di endemia con presenza costante del virus, se R0 è inferiore a 1 c’è interruzione della trasmissione. Il Covid-19, che ha un fattore R0 stabilito fra 2 e 3, ora è sceso sotto 1, quindi siamo sulla buona strada agendo esclusivamente sul punto 2 (quarantena). In Italia R0 è ora uguale a 0,81; in Friuli Venezia Giulia è 0,67.
È importante sapere che R0 non è un numero assoluto, ma il risultato di stime e calcoli empirici sulla base delle conoscenze disponibili in quel momento e viene valutato retrospettivamente, misurando la velocità di crescita del numero di infetti, giorno dopo giorno, ed è influenzato da molte variabili.
La situazione è in continua evoluzione e quindi le cautele devono essere mantenute. Il distanziamento sociale ha dimostrato di riuscire a contenere l’epidemia; il virus circola ora nella popolazione generale dove gli immuni naturali ormai sono probabilmente diversi milioni, ma dove anche i soggetti infetti asintomatici contribuiscono a diffondere il contagio nei suscettibili. La Fase 2, che è iniziata il 4 maggio, se non venisse affrontata con gradualità e cautela mantenendo il distanziamento sociale e monitorando l’andamento della curva (infetti, decessi e ricoveri), con particolare attenzione a R0, potrebbe portare a una ripartenza della catena dei contagi: con una recente, preoccupante, consapevolezza, si è verificato che i pazienti possono essere ancora positivi al Covid anche per 20-30 giorni dopo la guarigione. La persistenza del virus durante la convalescenza non era nota e a ciò si aggiunge l’incertezza se gli anticorpi saranno effettivamente protettivi e per quanto tempo. Quindi è una fase 2 con notevoli incognite, a cui mancano i 3 passi preliminari fondamentali: i test sierologici per la ricerca delle IgG, la geolocalizzazione dei contatti degli infetti e la differenziazione geografica a differente rischio epidemico in ordine decrescente da Nord al Centro e al Sud con le isole.
Fulvio Zorzut
[elaborazioni su dati del Istituto Superiore di Sanità, della Protezione Civile, dell’ISTAT, di COVSTAT-IT, e GIMBE , in continuo consolidamento]


