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lunedì, 3 Ottobre 2022

Lockdown, basta con Zoom: la voglia di una telefonata. I guariti sono oltre un milione

01.05.2020 – 16.08 – E anche questa festa del lavoro, 1 maggio 2020 molto strano e sicuramente il primo così, nella Repubblica Italiana, dal 1945, è passato; da mezzi prigionieri, o prigionieri per tre quarti, dopo le prime desiderate passeggiate a distanza ci siamo seduti a casa e abbiamo dato il via al nostro giro di chiamate audio o video su Skype, o Zoom, o Teams, o Whereby. E poi, tornati a casa, una carrellata di Netflix, e ci prepareremo alla cena magari con una chiacchierata con gli amici; visto che il silenzio, la sera a casa da soli, è pesante. E forse decideremo che non ne abbiamo voglia e che allora, con un sospiro, che vada a quel paese anche Zoom.

Per quanto riguarda il lavoro, non va tanto meglio; basta guardare l’agenda elettronica: se, dopo il primo momento di panico, a metà marzo era piena di appuntamenti e di buoni propositi telematici e di incontri video già fissati, adesso è quasi vuota. Il manager chiede ai ragazzi e alle ragazze del suo gruppo se siano disponibili a una videochiamata per fare il punto sui progetti; “Senti una cosa”, si sente rispondere, “parliamone al telefono, è meglio”. Al telefono va bene, ma di guardarsi in faccia a distanza si sta perdendo la voglia. Internet è indubbiamente un grande strumento: se fuori c’è il sole, però, star dietro a una webcam porta via la voglia di vivere. “Quando questa cosa sarà passata”, mi racconta l’amica, “non voglio mai più sentir parlare di video e chat”; Facebook è oggettivamente diventato il campo di battaglia senza esclusione di colpi (e di minacce di finire appesi a testa in giù) fra i ‘pro’ e i ‘contro’ la (ormai) sessantena di Giuseppe Conte, e anche (di per sé non è una novità, ma è diventato peggio) fra la destra e la sinistra italiana, con scarso spazio per la moderazione, la mitezza e il lavoro fatto assieme per affrontare una crisi che sarà di enormi proporzioni.

Vivere con Internet attaccato agli occhi (e al posto del viso di chi desideriamo vedere fuori dalla gabbia) ci distrugge, quando finisce per diventare non un fattore tecnologico ma un obbligo, in due maniere: la prima è una serie di cannonate sparate contro le nostre abitudini giornaliere e la nostra cultura, la seconda è psicologica (e quando il cervello, o l’anima se vogliamo, sta male, sta male anche il nostro corpo). Nei primi giorni di quarantena, illusi dalla richiesta di fare un grande sforzo ma per quindici o venti giorni, abbiamo interpretato la necessità di distanziamento umano ricostruendo i nostri spazi esterni all’interno, cercando di farlo in maniera più fedele possibile: dal tapì rulan in corridoio anziché in palestra (per chi può permetterselo), al tavolo disposto allo stesso modo ma con il computer e la webcam al posto della faccia dei colleghi, agli orari da giornata normale. È assolutamente comprensibile ed è anche un buon modo per assorbire un po’ la mazzata della prigionia. È durato poco: quando qualcuno, anche Star famose, ha tentato di trasformare l’anormale, ovvero la presenza costante e quotidiana in video, in cosa normale, rapidamente l’elastico si è rotto e lo Smart Working, la ginnastica da salotto, il concerto da camera da letto sono diventati un motivo in più per farci desiderare di uscire. Non abbiamo bisogno per forza di guardare un video su Internet quando vogliamo ascoltare della musica, e non abbiamo sempre voglia di vedere la faccia dei colleghi; figuriamoci poi quanto frustrante può diventare vedere per cinquanta o sessanta giorni il proprio innamorato o la ragazza sul web senza poterlo sentire e toccare; ricordo bene un periodo di anni fa, mesi trascorsi a chiamare l’Irlanda, 00353, e ad ascoltare il tono di libero spezzato anziché continuo che da quelle parti ti risponde, prima della voce di lei. La frustrazione era tanta lo stesso; parlando al telefono, però, ti potevi immaginare le cose con la fantasia, ciascuno dalla propria parte del filo; con il video no, la realtà è sparata in faccia pur non essendo reale. E i colleghi non abbiamo desiderio di vederli proprio ogni volta che dobbiamo parlar loro, e neppure abbiamo tutta questa voglia di messaggi d’errore, voce frammentata perché la rete è carica, perché c’è il collegamento che non va. E non ci fa più ridere, dopo la quindicesima volta, lo sfondo dell’ufficio sostituito da Pippo, Pluto o Paperino in sovrapposizione.

Aggiungiamoci, infatti, la considerazione che la novità è finita. Anche la stanza dalla quale ci chiama il collega è sempre quella. E le video chiamate sono stressanti anche perché dopo un po’ devi pensare a cosa vestire (non puoi mettere sempre la vecchia vestaglia coi buchi sui gomiti, che però ti fa stare tanto comoda), a come farti vedere, a mettere in ordine il tavolo e la scrivania e anche a nascondere qualcosa che non vorresti far vedere e che sta dietro di te; poi arriva il cane, e salta vicino al microfono (una personalità statunitense ha dovuto dimettersi dopo aver buttato giù dal tavolo il gatto in diretta), o i bambini corrono durante la chiamata e per rubare un po’ d’attenzione fanno in modo di essere notati da tutti (anche se freneticamente fai loro un cenno d’andarsene con la mano), oppure al marito che sta per staccare il router nel mezzo della riunione di Consiglio rivolgi parole che di solito usano gli ultrà allo stadio. Alcuni imprevisti e frasi di troppo in diretta potrebbero avere serie ripercussioni sulla popolarità e sulla carriera.

Internet per otto ore di fila al giorno ha i suoi effetti negativi, e pesanti; oltre all’aggressività dei leoni da platea urlante di Facebook si sta sviluppando ora un nuovo fenomeno, quello della voglia di attaccare o scappare che si sviluppa dopo aver guardato fisso in faccia una persona per ore e ore di fila. È una cosa naturale, ben nota; vinciamo l’impulso naturale all’aggressione o alla fuga combattendolo, ma questo ci stanca: non abbiamo nessun posto dove rifugiarci, se siamo lì davanti, neanche per cinque minuti. E se il suono della tua voce in conferenza non ti piace, oppure non ti piace vedere la tua faccia? E se, per buona metà e più, quella riunione video non ti interessa per niente, oppure non ti serve, e devi star là solo perché non ti va di dire: “Scusate, me ne vado”? Chi ha esperienza d’azienda sa molto bene che l’ottanta e più per cento di una chiamata multipla audio è fatto di tempo passato a far altro, buttando giusto qua e là qualche frase generica; ma in video non si può, devi essere presente, ed è frustrante.

E poi c’è la considerazione finale, che chiunque abbia fatto vita di relazione per molto tempo, o politica, conosce molto bene: la gente hai bisogno di incontrarla di persona, di ‘toccare l’atmosfera’. Hai necessità di usare l’intuito, di bere un caffè assieme alzandosi per un minuto dal tavolo, di vedere il linguaggio del corpo, persino di sentire l’odore. E tutto questo, via video, non si può fare: le dieci facce che vedi in piccolo su uno schermo ricordano più una brutta versione de “L’esercito delle 12 Scimmie”, e non fa niente se c’è chi ti ricorda che anche il presidente degli Stati Uniti lavora in videoconferenza: è evidente che questo qualcuno che ti parla la videoconferenza vera, fatta di schermi ad alta risoluzione in grandezza naturale e mezzi tavoli che sembrano finire sulla parete davanti a noi per proseguire poi oltre il video, e suono Surround per darti veramente la sensazione di essere lì, non l’ha mai vista. C’è chi ti dice di usare Zoom e di fare Webinar senza rendersi conto di quanto il paragone sia ridicolo, e di come il pensare di poter proseguire per altri mesi in formazione a distanza o ‘lavoro agile’ sia impossibile a meno di gravi conseguenze in termini di rapporti sociali. Se c’è una cosa che questa prigionia ci insegnerà, è quanto possa essere bella la voce sentita attraverso una telefonata. Anche erotica, se vogliamo. Oggi i guariti da Coronavirus, nel mondo, sono oltre un milione; le persone malate in condizioni lievi o comunque non tali da destare preoccupazione sono il 98 per cento.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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