09.05.2020 – 09.13.35 – “Non voglio vendetta, voglio giustizia.” Al funerale del figlio Peppino Impastato il 10 maggio del 1978, la madre Felicia Impastato dice queste parole a cui resterà fedele fino alla morte, ottenendo la giustizia che pretese.
Oggi sono 42 anni dalla morte di Peppino Impastato, giornalista politico e antimafioso, nato a Cinisi il 5 gennaio del 1948. Già da giovanissimo, vive una dimensione totalizzante della politica, sentita ancora molto forte in quegli anni e crea nel 1977 la sua radio indipendente di controinformazione libera, Radio Aut, dove attraverso la scelta dello sberleffo e della satira, denuncia i crimini della mafia provinciale di Palermo, Cinisi e Terrasini, a cui appartenevano anche alcuni dei suoi parenti.
Appartenete ad una famiglia mafiosa, Peppino Impastato inizia a scoprire le malefatte mafiose dopo la morte dello zio Cesare Manzella, boss ai tempi considerato in ascesa. Attraverso la sua radio, coinvolge molti giovani della provincia, alcuni dei quali saranno gli amici che riusciranno a rendere giustizia al suo omicidio per mano della mafia.
La grande capacità d’inchiesta e l’atteggiamento irriverente, hanno fatto di Peppino Impastato un simbolo di rivoluzione che ad oggi permane nei giovani siciliani, attivi per la distruzione della mafia. I famosi cento passi che hanno dato il nome al film di Marco Tullio Giordana, girato nel 2000, e alla canzone dei Modena City Ramblers nel 2004, rappresentano la distanza che percorreva tra la casa della famiglia Impastato e quella del boss Gaetano Badalamenti, vaccaro di provincia che sposò una camiciaia di Cinisi e si arricchì con traffici di contrabbando.
Negli anni’70, infatti, la zona provinciale di Cinisi diventò il luogo di scambio per eccellenza della droga proveniente dall’Oriente con destinazione alla cosca mafiosa di Cinisi, di cui era capo Gaetano Badalamenti, sostenuto dal padre di Peppino Impastato.
Nel 1978, Peppino Impastato si candida alla lista della Democrazia Proletaria, ma viene assassinato proprio in piena campagna elettorale. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, Peppino Impastato, a soli 30 anni, viene assassinato dalla brigata di Cosa Nostra con atti di tortura e, in seguito, legato sulle rotaie della ferrovia di Cinisi e cosparso da due kg di tritolo, fatto esplodere per mezzo di una bomba. La notizia della sua morte passò volutamente in secondo piano perché, nella stessa data, fu annunciato il ritrovamento del corpo di Aldo Moro.
I telegiornali e la stampa, annunciarono la morte del giovane Peppino come atto di suicidio con presunta volontà di un atto terroristico, dichiarato da un biglietto falsificato dagli uccisori, in cui c’era scritto: “Abbandono la politica e la vita”. La questura e le forze dell’ordine contribuirono al depistaggio delle prove immediate sulla sua morte, ma sia la madre Felicia che gli amici e il fratello Giovanni Impastato riuscirono a raccogliere le prove che dimostravano la morte per omicidio, partendo dal ritrovamento di un sasso sporco di sangue. Le analisi dimostrarono che il sangue apparteneva a Peppino Impastato, avendo un gruppo sanguigno raro, nonostante le Forze dell’Ordine sostenessero si trattasse di sangue mestruale. Inoltre, venne dimostrato che non si poteva essere trattato di un atto terroristico con maneggio e auto-esplosione di una bomba che, per inciso, aveva una miccia molto corta, poiché tra i resti del corpo trovati sparsi su trenta metri di terra, furono rinvenute le mani di Peppino Impastato integre.
Grazie alla costante ricerca e dimostrazione delle prove, solo negli anni ’90 viene ufficializzata la morte del giovane siciliano per mano di Cosa Nostra. Gaetano Badalamenti venne condannato all’ergastolo e la giustizia bramata dalla madre e amici di Peppino rende ancora ad oggi onore alla morte del figlio, fratello, amico e simbolo di riferimento per moltissimi giovani.
Francesca Schillaci


