Coronavirus e crisi, arrivano i responsi mancanti: domande respinte. Meno male che l’Inps c’è

17.05.2020 – 20.31 – Va beh, se parliamo dei famosi 600 euro, le domande erano tante e la situazione d’emergenza; qualcuna andava rifatta per sopravvenuti cambiamenti in corso d’opera fra un DPCM e l’altro, e su altre bisognava indagare di più. Quindi nell’era digitale, nell’universo del ‘tutto connesso’, un mese e mezzo (…) per l’elaborazione dei dati, considerato che nel frattempo l’ente presieduto da Pasquale Tridico (da molti indicato come il mentore del Reddito di Cittadinanza) deve districarsi anche con i grattacapi di sistema e i problemi di Privacy, può certamente essere definito in un modo: inaccettabile. La brutta notizia, per molti, è però il responso finalmente arrivato: domanda respinta.

E il governo di Giuseppe Conte, nella gestione della crisi Coronavirus, incassa un altro ‘successo’: lascia fuori dal sostegno (di per sé già basso: una vera e propria misura di sopravvivenza) una galassia di giovani che, fra una lezione all’università, qualche lavoretto di grafica, un sito Web realizzato per un cliente e un comunicato stampa per un’azienda hanno preferito – anziché rimanere sul divano ad aspettare che il sussidio arrivi dal cielo, o chiedere a papà – tentare la strada di una partita IVA, arrotondando quello che si guadagna per pagarsi gli studi e l’affitto di casa con qualche ora di lavoro, magari come cameriere al bar o commesso in un negozietto d’abbigliamento. Ebbene niente da fare: siccome questi ragazzi e ragazze risultano anche già dipendenti da un’altra parte, niente 600 euro. Non fa niente se il bar è forzatamente chiuso da marzo (e se il supporto economico che è arrivato al gestore è stato pari a: zero), non fa niente se il negozio ha la serranda abbassata da una vita e il proprietario ha tutta la merce per la primavera-estate in magazzino (occorrerà reinventarsi la moda 2021 pensando al 2020), o se di turisti che mangiano il gelato non ne vedremo neanche uno fino all’anno prossimo: la partita IVA e il contratto di lavoro (senza approfondire la tipologia di contratto e anche se, per un motivo o l’altro, la cassa integrazione non si è potuta attivare) sono incompatibili. Quindi domanda respinta, ragazzi, e dite al padrone di casa che per l’affitto abbia pazienza. Non resta che rimboccarsi le maniche e dare una mano al gestore del bar, impegnato da un paio di giorni, fra Archimede e Pitagora, a risolvere la complessa equazione posta come tema d’esame dal comitato tecnico-scientifico incaricato dal Governo: come far stare il maggior numero possibile di clienti nello spazio consentito, per minimizzare la perdita.

[r.s.]

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