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mercoledì, 7 Dicembre 2022

Nell’era della pandemia, la crisi della cultura si può ancora salvare

27.04.2020 – 12.45 –Essere oggi un artista dei mass media è come essere un agente della Monsanto”. Questa è una delle invettive che Paolo Cervi Kervischer, pittore e artista di secolare esperienza a Trieste, lancia come ennesima provocazione sui social, per dimostrare l’alienazione generale che l’arte e la cultura stanno subendo.
Il problema della pandemia del Covid-19 ha portato le istituzioni ha richiedere la chiusura principale di tutti i luoghi che per eccellenza ospitavano la cultura: teatri, cinema, scuole e biblioteche. E saranno anche gli ultimi a riaprire. A prima occhiata, può sembrare una scelta inevitabile e ben ponderata, a causa di un flusso di persone non scaglionabile in una sera a teatro, ma secondo l’artista Kervischer, il problema della cultura nasce molto prima del fantasma Covid.

Da moltissimi anni, ormai, artisti, pittori, poeti e musicisti hanno assistito ad un costante allontanamento di interesse da parte delle istituzioni verso la cultura locale. La città di Trieste, ricca di esponenti culturali come Kervischer, il poeta Grisancich, Franco Vecchiet e giovani che non trovano o a cui non vengono concessi luoghi di esposizione per le proprie opere, continua a vedere una proiezione di interesse verso artisti mondiali, seppur importanti, ma stranieri alla nostra realtà, invece di occuparsi e di accogliere gli artisti locali viventi.

Kervischer ricorda che negli anni ’80 e ’90, la stampa dedicava quotidianamente intere pagine alle opere degli artisti in mostra in quel momento, con resoconti e critiche che sollecitavano i cittadini ad andare a cercare e conoscere i portavoce della bellezza. Soprattutto i giovani erano stimolati alla spinta di creare un contatto diretto con gli artisti viventi, contattandoli per vedere i loro studi, i loro lavori, portando con sé le proprie opere per chiedere un parere, una guida. La famosa ricerca di un maestro.

Ad oggi tutto questo sta velocemente scomparendo e la pandemia è solo un megafono che annuncia in modo evidente la tragedia della cultura. “Gli artisti vagano nel deserto– sostiene Kervischer – quando invece, l’arte per sua natura dovrebbe essere al centro della scena, poiché unica testimone di un’esperienza estetica.”

Per arte e cultura, Kervischer non si riferisce soltanto a pittori e scultori, ma anche a musicisti, attori, scrittori e una nota in più ai poeti. “Sentiamo la mancanza dei poeti e della loro capacità di osservare la bellezza”, un concetto sempre più spesso sottovalutato o, addirittura, deriso in un sistema che spinge e pretende senza chiedere solo un esame di profitto, un ritorno di materia fatta di merci, scambi di denaro, fogli di statistiche, sotterrando il diritto alla bellezza, necessaria per sopravvivere.

La storia dell’uomo ha visto, sempre, la rincorsa al profitto e al benessere economico, ma in questo progetto venivano coinvolti anche gli artisti locali, come testimoni di un sentire comune, la necessità di dar loro voce per conoscere il punto di vista storico fatto attraverso l’esperienza dell’estetica. Basti pensare a Pablo Picasso con l’opera Guernica o ai versi di Gabriel Garcìa Lorca, poeti come Ungaretti, scrittori come Albert Camus che hanno lasciato una memoria scritta di un’epoca storica. Ad oggi, se non avessimo avuto accesso al patrimonio artistico per entrare nella storia della nostra specie, non avremmo nessuna capacità di “sentire” cosa accade nel nostro tempo e renderci osservatori attivi, con occhi etici ed estetici, piuttosto che distaccati e sistematici.

Ancora una volta, il bumerang ritorna all’impegno dei giovani, unici salvatori, secondo Kervischer, di questo fondamentale rapporto con l’arte: “Bisogna ripartire dal basso– dice l’artista – e bisogna riparte dai giovani, in cui io credo profondamente. Solo loro possono portare la cultura e l’intero patrimonio locale fuori dalla crisi. Per farlo devono trovare il coraggio di riprendersi il contatto con gli artisti, senza aspettare che intervengano le istituzioni a proporre delle idee o soluzioni, perché non accadrà. Sono i giovani che devono scegliere, da questo momento storico, di scuotersi in profondità per far emergere un impulso alla vita, all’arte e pretendere, esigere, bramare che il centro dell’umanità ritorni ad essere l’arte e la bellezza, non solo come concetto, ma come impegno sociale, morale e storico. Questo è il compito degli artisti: occuparsi di questa esperienza della società.”

Il ritorno al contatto, in un’era di distacco, sembra un paradosso nel tempo del Covid-19, dove la nuova forma di salvezza è la distanza di un metro gli uni dagli altri, dove il luogo da cui nasce la parola, forma di comunicazione per eccellenza, deve essere tacitamente coperto e protetto. A comunicare restano gli occhi, sguardi che sopprimono la mascherina dell’obbedienza, ricercano il contatto oltre la paura che è diventata linfa vitale nelle nostre possibili relazioni.

La tecnologia ci ha fatto credere di aver permesso la continuità dei nostri rapporti sociali attraverso videochiamate, messaggi veloci, fotografie. Per offrire un contatto al mondo, anche la cultura ha scelto la via tecnologica con le letture di libri e le mostre aperte, visitabili seduti comodamente sul divano di casa. Una possibilità di grande portata, a giudicare dal successo riscontrato in tempo di quarantena, ma con una sottile differenza: l’arte, per essere capita, ha bisogno di travolgere lo spettatore mentre costui si pone davanti all’opera viva, esposto inevitabilmente ad un vortice di emozioni. Questo principio è fondamentale, oltre che obbligatorio nel compito della cultura e Kervischer si oppone ad un demone che addomestica le emozioni, invece che liberarle.

Il problema della globalizzazione è che ci porta all’anestetizzazione del sentimento, e il mezzo tecnologico ci allontana dal punto di vista emozionale. Non posso accettare che l’uomo si lasci sopraffare da questa dimensione di distacco.” Con internet ci è permesso essere virtualmente in qualunque posto noi “desideriamo” essere, credendo così di ottenere l’opportunità di conoscere il mondo e quello che ci sta dentro, ma perdendo in questo modo l’esperienza della vicinanza. Una condizione, quest’ultima, a cui l’uomo difficilmente può rinunciare a lungo termine.

Gli umani restano umani– sostiene Paolo Cervi Kervischere credo fermamente che lotteranno per tornare ad uno stato naturale della propria esistenza. In questo momento cruciale di crisi, abbiamo visto i pregi, ma anche i grandi limiti della tecnologia, perché non ci basta sapere che l’altro c’è senza poterlo verificare di persona, senza poterlo toccare, abbracciare. Sentire. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per fare esperienza e questo nessuno lo insegna meglio dell’arte, in tutte le sue forme.”

Grazie a questa consapevolezza, è evidente come le istituzioni che ci rappresentano debbano dar voce, presenza e interesse agli artisti locali, viventi. Per farlo, Kervischer confida con ottimismo nel buon senso dell’uomo, ma soprattutto si affida ai suoi amati giovani che hanno il diritto e il dovere di chiedere e di pretendere delle alternative a quelle offerte dai mass media. La necessità si basa, ora più che mai, sul ricreare un contatto con la vita degli artisti e non solo con le opere, ma attraverso i dibattiti, le riflessioni, il dialogo con quelli che diventano dei maestri, quando è l’allievo a sceglierli e poi ad amarli, per non dimenticarli.

Francesca Schillaci 

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