Buona Pasqua: che sia la prima, e l’ultima, passata in casa. Un augurio ai lettori

12.04.2020 – 07.30 – Dimenticheremo mai questo periodo di prigionia, e, quando sarà finito – chissà quando – saremo capaci di parlarci di nuovo? Certamente sì. Oggi, però, è oggi. Pochi chiamano, qualche augurio fatto in casa, o al telefono gli amici e i parenti più stretti. Un minuto per un ‘ciao come stai’. Nelle famiglie chiuse in casa, dopo quaranta giorni (il tempo del deserto), qualche tensione c’è: manca tutta questa voglia di sedersi assieme a tavola, dopo essersi visti ogni giorno, lì attorno per quattro settimane. Fra colleghi per ora virtuali, non c’è tutto l’entusiasmo di parlare e chiacchierare di che cosa si è fatto, della Juventus e della Pallacanestro Trieste, e di che cosa si farà domani, perché non lo sappiamo: passioni, incontri, giochi, fotografie, lavoro, è tutto congelato, fermato nel tempo, al 29 di febbraio. Non sai di cosa parlare, perché alla fine non hai fatto quasi niente: la reazione del ‘faccio in casa, ve la faccio vedere io’, del cantare dalla finestra, delle bandiere appese sul terrazzo, è durata pochi giorni: le bandiere ci sono, pendono un po’ e qualcuna è da lavare. Nessuno sa di che parlare, e quindi non parla: sono scemati anche i messaggini e il Whatsapp, persino la platea urlante Social si è smorzata, nell’ultima settimana: annuncio dopo annuncio dopo annuncio, è arrivata la passività. Anche il sesso si è raffreddato: normalmente, secondo le ricerche, una coppia passa assieme due o tre ore al giorno. Oggi ne passa quindici o sedici. E alla miscela esplosiva, aggiungiamoci i figli, che non vanno a scuola, che hanno voglia di correre e di giocare, e che – se va bene – invece dei giardini hanno il cortiletto dentro casa, sempre che non arrivi una pattuglia a darti una multa anche se sei sulla strada privata.

Lavorare da casa poi, il “lavoro agile”, è impossibile farlo bene: sia se sei da solo e isolato, perché dopo un mese senza neanche un caffè al bar la tua efficienza se n’è volata giù dal quarto piano, sia se hai due o tre figli che saltano sul divano; forse chi è semplicemente in cassa integrazione e non deve fare niente (né combattere con Microsoft Teams, né cercare un paio di cuffie che funzionino bene con Skype, né riavviare il pc dopo l’aggiornamento) è più fortunato, ma poi mica tanto, perché il pensiero di cosa troverà dopo è come un pendolo pesante, che oscilla sopra la testa e sai che c’è anche se non ci pensi. Perché poi, la vita digitale alla quale ci hanno detto dovremo abituarci non è tutta questa gran cosa: chi vive nei paesi del nord dove l’alternativa non c’è perché il sole d’inverno vuol dire tre ore di grigio alternate a ventuno di buio, lo sa bene. La forma fisica, alla quale teniamo così tanto, se ne sta andando anche quella: c’è chi dimagrisce perché mangia troppo poco e chi ingrassa perché si abbuffa di dolci, non è che metter su un video di zumba alla tivù e guardarlo, dopo il sedicesimo giorno, sia così eccitante. Anche la palestra in casa col tapì rulan dopo un po’ è una gabbia satura; che giorno è oggi, sabato o martedì? Fuori non c’è rumore e sembra ogni giorno Ferragosto, che è bello, ma se è uno. Il Conte di Montecristo segnava e ripeteva i nomi per non scordarli: Danglars, Mondego, Caderousse. Alla sorpresa nell’uovo di Pasqua per il professionista ci ha pensato la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per la domanda all’Inps e agli altri istituti previdenziali tutto da rifare, forse, si capirà dopo le feste. E la nonna? La nonna non sempre capisce tutto, e si spaventa, perché non può avere i panini freschi ogni giorno e le mascherine sarebbero dovute arrivare dieci giorni fa, ma mica dappertutto le hanno consegnate, e alla radio dicono che ci sono tanti morti, tanti morti, anche dottori. Noia, depressione e senso d’isolamento, anche in famiglia: gli esperti temono un aumento delle violenze domestiche, i telefoni dei servizi di sostegno e di denuncia parlano almeno di un 20 per cento in più di chiamate.

Tutto un disastro, insomma? No, non è così. La solidarietà c’è, diventa più forte: dopo gli eccessi e la paura dei primi giorni, pian piano le persone hanno ricominciato a capirsi, a condividere cose, a scambiarsi opinioni e la bilancia, che prima era sempre e solo sul “forza! Stiamo a casa”, pende ora decisamente sul domani, sulla voglia di ricominciare il prima possibile e di farlo nel modo giusto. Sul perché, sul per come, su che cosa si stia facendo, su cosa si è sbagliato – tanti morti, nelle case di riposo: troppi, che cosa è successo? Troppi morti fra i dottori e gli infermieri, perché? – e anche su come si possa fare meglio assieme domani, per fare in modo che queste cose non succedano mai più. Ci vorrà un po’, ancora un po’, ma quella solidarietà vincerà. La Pasqua cristiana è la festa più importante della nostra cultura: si creda o non si creda nel suo mistero, il chi siamo e da dove veniamo ce lo chiediamo sempre, è dentro di noi da troppi secoli per dimenticarlo. La Pasqua si porta dentro la storia di Cristo, del peccato e del riscatto, della resurrezione e della vittoria sulla morte, con il risveglio alla vera vita. C’è di che riflettere, durante questa festa in casa; proviamo a passarla assieme con un sorriso. Buona Pasqua ai nostri lettori.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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