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martedì, 25 Gennaio 2022

Essere bambini ai tempi del Coronavirus: la testimonianza degli adulti di fronte all’emergenza

06.03.2020 – 09.20 – Come spiegare ai bambini che cosa sta succedendo in questo momento in Italia e nel mondo? Si leggono diversi validi articoli e svariate possibili risposte a questo interrogativo tanto importante quanto necessario.
I bambini vanno protetti, è vero. Ma è vero anche che non gli si può mentire. Innanzitutto perché questa situazione di emergenza sanitaria li sta coinvolgendo in prima persona: le loro abitudini di vita sono state stravolte ben più delle nostre. Le scuole sono chiuse, le attività ricreative e sportive sospese.

Sappiamo quanto sia fondamentale in infanzia il concetto di stabilità: alzarsi ogni giorno alla stessa ora, fare colazione, andare a scuola, sedersi al proprio banco, tra i propri compagni, con le proprie maestre, seguire le lezioni. Fare merenda, scambiarsi un pezzo di panino, ritornare, magari sbuffando, al proprio banco per ricominciare ad ascoltare la maestra. Poi la campanella suona, alla stessa ora, ogni giorno, e si corre felici a prendere l’autobus per tornare a casa. Il lunedì poi è il giorno del basket per qualcuno, per altri quello della lezione di danza, con quella maestra tanto brava e bisogna preparare il saggio di fine anno perché il tempo stringe. Tutto scorre in modo piuttosto regolare per i bambini. Certo, purtroppo non per tutti, ma in linea generale dovrebbe essere così.

La regolarità dei tempi, degli spazi e soprattutto dei legami, è necessaria per i più piccoli perché permette loro di prevedere cosa accadrà, di immaginare il futuro più prossimo. Così ci si protegge dall’idea che il mondo sia completamente al di fuori del nostro controllo. L’impossibilità di controllare gli eventi spaventa, questo si sa. Il loro mondo però ora è in pausa. I bambini chiedono che cosa succederà, quando la vita ricomincerà a scorrere nella consueta normalità, perché questa non è una vera e propria vacanza e loro lo stanno capendo.

E noi non sappiamo bene cosa rispondere, perché nemmeno noi adulti possiamo prevedere quando avverrà questo fantomatico ritorno alla “normalità”.
Credo che in questo momento l’atto più importante che noi adulti possiamo compiere rispetto alle nuovissime generazioni sia quello di dare loro una testimonianza. Possiamo spiegare in mille modi diversi cosa sia questo virus che ci sta colpendo e credo che ogni famiglia possa trovare il proprio modo di farlo. Un modo che sia singolare e non universale: lo si può fare con dei cartoni animati, con dei disegni, con delle storie, dei libri o semplicemente con le nostre parole. Non è tanto ciò che si dice che fa la differenza, ma come lo si dice e quello che passa rispetto alla posizione che noi adulti prendiamo e manteniamo rispetto a qualcosa che colpisce anche noi in quanto esseri umani e cittadini. Perché non si tratta di spiegare ai bambini perché non esiste Babbo Natale. Si tratta di rispondere a delle domande alle quali neppure noi, ora, conosciamo risposte certe.

L’emergenza è per definizione qualcosa che ha a che fare con l’imprevisto e con lo straordinario. Prima o dopo, nella vita di ognuno, accade qualcosa che porta a scontrarsi con questa verità. Il mondo non è sotto al nostro controllo. La vita non è completamente prevedibile. Come si può reagire ad un evento che va al di là del nostro ordinario?
Cambiando qualcosa, non tutto, delle nostre abitudini tanto per cominciare. Fidandosi delle decisioni che qualcun altro ha preso per noi, anche se a volte non le capiamo o non ci crediamo completamente. Perché da soli non si affronta un’emergenza. L’individualismo e lo scetticismo non possono fare altro che condurci al caos, alla frammentazione e al panico.

Quando ognuno va per conto proprio si perde ogni possibilità di affrontare e contrastare qualcosa che non ci colpisce soltanto come singoli ma come gruppo. Perché è questo il punto: stiamo condividendo una preoccupazione che, potenzialmente, riguarda ognuno di noi e la società in quanto tale. Si tratta di un’emergenza sanitaria, ma non solo: quella che stiamo affrontando è una crisi sociale, economica, culturale. Per ognuno di noi pesano in maniera diversa aspetti differenti, è ovvio. Che lo si voglia vedere o meno, che si gridi all’esagerazione e all’allarmismo o meno. Tutti quanti confidiamo che le conseguenze di questo evento possano rientrare nel minor tempo possibile ma il dato di fatto è che ora ci troviamo a fare i conti con una difficoltà e con l’incertezza.

Se da una parte l’incontro con l’imprevedibilità della vita è inevitabile per tutti, anche per i bambini, d’altro canto però è fondamentale poter credere che ci sia la possibilità di trovare delle soluzioni. Come? Prima di tutto facendo lo sforzo di affidarsi al sapere dell’Altro. Se i bambini andassero a scuola e non si fidassero di quello che dice la maestra sarebbe impossibile per loro imparare. Si impara perché ci si fida e ci si affida. In un contesto sociale dove le fake news regnano sovrane, credo sia fondamentale ascoltare invece alla scienza e il suo discorso.

Raccontiamo ai bambini che in questo momento nel mondo ci sono molti medici e scienziati che stanno cercando di curare chi non sta bene e di scoprire una soluzione a questo virus. Raccontiamogli che la storia dell’umanità è ricca, purtroppo, di questi eventi da cui siamo sempre usciti in qualche modo. Rendiamoli protagonisti di questa crisi in modo positivo: ognuno può e deve fare la sua parte. Non solo lavandosi più spesso le mani o rinunciando per un po’ a qualcosa di bello come andare al cinema o alla partita di calcio della domenica. Perché è vero che non sono in pericolo, e questo va loro sottolineato, ma perché ci sono persone più fragili che invece lo sono ed è giusto tutelarle. E questo è un “buon” momento, seppur drammatico, per aiutarli a sentirsi parte di una comunità dove anche loro possono svolgere la loro piccola ma importante parte. Perché a volte rinunciare a qualcosa è necessario a un guadagno superiore, anche se non riguarda soltanto il nostro piccolo orticello.
Perché se è vero che siamo vittime di un evento fuori dal nostro controllo, insieme abbiamo il potere di rispondere. E perché il terrore e la sfiducia dell’adulto generano soltanto il panico nei bambini.

È un atto di fiducia che abbiamo il compito etico di dover tramandare ai più piccoli. Non bisogna terrorizzarli ma passare loro il messaggio che, purtroppo, l’imprevedibile esiste. Ma che assieme ad esso si cercano e si creano soluzioni, nuovi equilibri e risposte.
L’amore e la presenza dei legami famigliari è però qualcosa che rimane e insiste come un punto di regolarità in mezzo a tanto caos e questo bisogna rimarcarlo. Poter contare sulla presenza dei propri genitori e dei propri affetti come ciò che rimane saldo e inattaccabile a qualsiasi emergenza è già una preziosa fonte di sicurezza per i bimbi.

Il sospetto e la sfiducia non aiutano nessuno di noi ad uscire da una crisi, tantomeno i più piccoli. I bambini hanno bisogno di punti di riferimento e di chiarezza, di trasparenza e di lucidità. Se non vogliamo farlo per noi, crediamoci almeno per loro. Perché in fondo lo sappiamo tutti e la storia ce lo insegna: dalle crisi si esce se ognuno fa la sua parte. Facciamo sì che possano crederci anche i bambini che sono all’inizio della loro, di storia.

[Elena Paviotti fa parte dell’equipe Telemaco, associazione di promozione sociale che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza[email protected]]

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