01.02.2020 – 07.30 – La storia degli automi battiori è strettamente legata a quella degli orologi meccanici con i quali condividevano la tecnologia e – almeno tra Medioevo e Rinascimento – l’origine “artigianale” presso le botteghe degli orologiai.
L’automa batti-ore è una grande statua, solitamente o in legno o in metallo, che raffigura un uomo armato di martello, il cui movimento meccanico, garantito dal muoversi delle lancette dell’orologio, permette di battere con forza una campana. L’automa “batte” così le ore.
In origine questo era il ruolo del banditore cittadino, il quale aveva il compito di andare nelle strade dei quartieri dei comuni medievali a gridare l’ora. Uno dei più antichi automi orologiai risale al XIII secolo, a Berna; mentre in Italia il pensiero corre immediatamente a Venezia, con i “mori” di Ambrogio delle Ancore, sulla Torre dell’Orologio, in piazza san Marco.
Come succederà a sua volta nel caso triestino, spesso gli automi batti-ore diventano personaggi parlanti che esprimono le opinioni della popolazione, fanno battute e criticano politici altrimenti intoccabili. Un caso classico sono i due automi di Piazza della Loggia (Brescia), i quali durante il periodo napoleonico erano protagonisti di una serie di fogli satirici, dove difendevano posizioni filogiacobine contro le opinioni conservatrici di “Ludovica”, una statua collocata su un pilastro nella stessa Piazza.
La storia dei due automi battiori di Trieste, Michez e Jachez, risale in realtà all’ottocento; come tanta storia triestina, è realtà contemporanea, di soli due secoli fa. Ma le modalità rimangono identiche: dai nomignoli, alle statue “parlanti”, al ruolo di battere le ore, alla funzione di “mascotte” della città.

La prima menzione ufficiale di Michez e Jachez risale al 1747, contenuta in un poemetto satirico: “Carmen de urbe et orbe et commercio tergestino“.
Horac hic olim Mickez, Jackezque batebant
Ambo viri illustres, et uterque ex gente patrizza,
Ast ex officio juste est scazzatus uterque,
Quod mezzogiornum, prandeli scilicet horam,
Pro Tergestinis raro pulsare solerent.
La traduzione suonerebbe all’incirca come: “Le ore qui una volta Micheze e Jacheze battevano. Entrambi uomini illustri, e tutti e due di famiglia patrizia. Ma poi dal servizio giustamente è allontanato l’uno e l’altro, poiché a mezzogiorno, addirittura all’ora di pranzo, i triestini raramente sono usi “battere”.
Il poemetto scrive che i due automi sono stati ritirati “dal servizio”; pertanto non ci si riferisce (ovviamente!) agli automi ottocenteschi, ma a statue risalenti probabilmente al Seicento. Gli automi infatti erano posizionati a battere le ore sulla Torre del Mandracchio, a non a caso chiamata “dell’orologio”.
Il primo orologio pubblico di Trieste dovrebbe risalire al 1295, posizionato sulla Torre che allora componeva lo scomparso Palazzo del Municipio; nel 1350 l’orologio fu trasferito nella Torre del Mandracchio, tra le prigioni e la Locanda Grande. Il Kandler, a questo proposito scrive di “due figure enee mobili che battevano le ore, che il volgo, prendendo argomento dal colore del bronzo ossidato, li diceva li mori di piaza…“.
La Torre venne poi ricostruita nel 1517 e nuovamente dotata di un grande orologio con due automi batti-ore. Si può comprendere pertanto come vi siano stati nella storia di Trieste più di un Micheze e Jacheze; la città infatti attraversò tra il 1300 e il 1600 un gran numero di guerre sanguinose, così come di terremoti e crisi economiche.
È impossibile che i due automi “tolti” nel 1747 fossero ancora quelli della “Tergeste” medievale.

Il nome con il quale i due automi vengono appellati, a partire dall’ottocento, è Michez e Jachez; alcune volte con la k. Oggigiorno si preferisce Micheze e Jacheze. La versione slovena è Mihec e Jakec. È curioso come due “vicari del civile” ovvero due giudici della Trieste medievale del XIV secolo avessero un nome che ricorda Michez e Jachez: rispettivamente Michez de Weixenstein e Giacomo de Alessandrini. Il fascismo invece era convinto fossero nomi slavi, per cui propose “Michelino e Giacometto”; un’italianizzazione che non attecchì nella popolazione triestina.
Ricordando gli automi della Trieste medievale, fu allora naturale, quando venne costruito il nuovo Municipio, “palazzo Gheba”, a firma dell’architetto Giuseppe Bruni, di inserire due nuovi “Michez e Jachez”. Fu una delle poche componenti di un palazzo molto contestato all’epoca: definito “torta nuziale” per l’eccesso di decorativismo nella facciata, era ritenuto dai triestini uno straordinario sfoggio di cattivo gusto.
Il palazzo venne costruito tra il 1869 e il 1875; già nel 1873 l’architetto chiedeva di stanziare seimila fiorini per l’orologio meccanico e i relativi automi.
L’orologio avrebbe dovuto essere munito di “due figure non meno di sei piedi d’altezza, di zinco cavo bronzato, con braccia movibile per battere l’ora… Le figure nell’alzare il loro martello, a mezzo della loro alzata piegherebbero pure in vita, in senso di faticoso lavoro“.
I due “paggi” giunsero solo successivamente; la ditta responsabile ebbe alcuni ritardi e per un breve periodo sembrò che il Comune avrebbe rinunciato a questi “nuovi” Michez e Jachez, perché le due statue risultavano “rigide”, mancando quel movimento del torso richiesto dall’architetto Bruni. Lo ricorda lo storico Ettore Generini che annota come le due statue fossero opera di un artista dell’Accademia delle belle arti di Venezia, Fausto Asteo di Vittorio, mentre i responsabili della forgia furono i fratelli de Poli, a Udine.
Michez e Jachez rimasero poi silenti guardiani della Piazza – dapprima Grande e poi dell’Unità – per tutto il ventesimo secolo, fino a quando, nel 1972, giunse il momento di rinnovare il vecchio Municipio. E nel farlo, l’amministrazione osservò che i due automi battiore erano ormai consunti dalle intemperie dopo cent’anni a sopportare pioggia e bora. Così, proprio nello stesso giorno in cui l’uomo sbarcava per la quinta volta sulla Luna (20 aprile 1972), Michez e Jachez atterravano sulla Terra, trasportati d’urgenza presso la fonderia Brustolin di Verona. Qui vennero duplicati con un sistema a cera perduta che risaliva al Rinascimento, utilizzato per la prima volta da Benvenuto Cellini per la fusione del Perseo. I lavori furono duplici: da un lato permisero il restauro e la conservazione delle copie originali; dall’altro si preparò con maestria artigianale d’altri tempi i “nuovi” Michez e Jachez. Sei mesi dopo, a ottobre 1972, i “vecchi” e i nuovi paggi battitori si fronteggiavano in Piazza dell’Unità. Prima che la nuova coppia venisse collocata in Municipio dove rimane tuttora.
E gli originali? Nonostante la cittadinanza volesse vederli al sicuro in un museo, rimasero nel deposito del magazzino comunale di Via Papiniano dal 1972 al 2004, quando vennero nuovamente esposti in Piazza dell’Unità, prima di procedere al restauro. Li si può ammirare all’interno del Castello di San Giusto, fedeli guardiani della città.
(Bibliografia: Marzia Vidulli Torlo, Gli automi battiori a Trieste: Michez e Jachez, Atti dei Civici musei di storia ed arte, 21, 2005)


