Nel Golfo di Trieste l’epidemia sterminante della Pinna nobilis

25.01.2020 – 12.20 – Dopo 4 anni col fiato sospeso, le ultime speranze sono ormai cadute: l’epidemia che sta decimando le popolazioni di Pinna nobilis in tutto il Mediterraneo ha raggiunto il Golfo di Trieste.
Le febbrili attività di monitoraggio subacqueo condotte dall’Area Marina Protetta di Miramare nelle ultime settimane, abbinate agli esiti delle analisi genetiche compiute dall’Università di Trieste, ormai parlano chiaro: anche se nella riserva di Miramare sembrano godere ancora di buona salute, da Muggia a Barcola, da Santa Croce a Sistiana, il 60-70% degli individui è già morto.
E la causa è sempre lui: l’Haplosporidium pinnae, il parassita che dal 2016 dalla Spagna alla Grecia sta sterminando il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo, ora è arrivato anche nelle nostre acque.
La task force tecnico-scientifica per affrontare l’emergenza si è già messa in moto: dopo la prima moria registrata dai nostri ricercatori lo scorso novembre nella zona di Barcola, l’AMP Miramare ha da subito avvisato il gruppo adriatico di allerta costituito nel 2019 su impulso dell’IUCN proprio per tenere sotto controllo la situazione e con Università di Trieste, OGS, ARPA, Regione FVG, ISPRA e istituti di ricerca che si occupano a livello nazionale e internazionale del fenomeno e sta preparando un piano di azione.

L’attenzione dell’AMP Miramare sullo stato di salute della pinna, specie protetta dalla Direttiva Habitat e dalla Convenzione di Barcellona, nel Golfo di Trieste in realtà è già altissima da quando nel 2016 è stato registrato in Spagna un evento di mortalità di massa causato dal patogeno Haplosporidium pinnae, che ha colpito 80-100% degli individui. “Da allora – spiega il responsabile Maurizio Spotoabbiamo iniziato monitoraggi specifici in coordinamento con ARPA, Regione FVG e i principali istituti di ricerca locali e nazionali, per verificare le condizioni di salute nell’Area Marina e più in generale nelle acque regionali”.

Nel 2018 Miramare ha attivato un progetto specifico – il progetto RESTORFAN finanziato da MEDPAN (Network delle aree protette mediterranee) – che prevede la valutazione dell’uso dei giovanili di pinna rinvenuti negli impianti di mitilicoltura per possibili azioni di ripopolamento in altri siti, e nel 2019 ha aderito al Gruppo adriatico di allerta attivando da subito un protocollo di monitoraggio bimensile.
Ed è stato proprio durante uno di questi censimenti che nel novembre scorso i ricercatori della Riserva, già allertati la scorsa estate da una moria avvenuta nella sponda croata dell’alto Adriatico all’altezza di Zara, hanno colto i primi segni di un evento di mortalità che ha avuto come epicentro la zona tra Barcola e il confine dell’AMP sul molo Sticco.
L’allerta è partita immediatamente.

Dopo aver avvisato le principali istituzioni scientifiche, i ricercatori dell’AMP hanno prelevato alcuni esemplari e li hanno inviati all’Università di Trieste per le indagini genetiche necessarie a rilevare la presenza di DNA del patogeno.
Contemporaneamente sono stati avviati monitoraggi mirati anche nelle località di Muggia, Barcola, Santa Croce e Sistiana.
Presso il laboratorio di Genomica applicata e comparata del Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste si è estratto il materiale genetico dai campioni di animali morti e una serie sequenziale di evidenze genetico-molecolari ha confermato la peggiore delle previsioni.
”La sequenza del DNA isolata dagli esemplari deceduti nel golfo di Trieste – spiega il prof. Alberto Pallaviciniè identica a quella del patogeno isolato nell’estate del 2019 in Croazia e un anno prima nelle coste ioniche. In pratica si può affermare che esiste un unico ceppo patogenico di Haplosporidium pinnae che sta decimando la popolazione nell’intero Mediterraneo e che da ultimo è arrivato a colpire la popolazione del Golfo di Trieste”.

“Al momento – spiega Saul Ciriaco, che per l’AMP Miramare sta seguendo l’evolversi della situazione in mare – i dati osservati evidenziano una mortalità media che si attesta mediamente al 60-70% degli individui. Molti individui si presentano ancora in posizione verticale (questa situazione probabilmente cambierà a seguito della dissoluzione del bisso e delle prime mareggiate) e spesso ancora con i resti di materiale in decomposizione ma già colonizzati all’interno da pesci come blennidi, gobidi e anche serranidi”.
La stagione invernale con le sue temperature basse è un fattore limitante alla diffusione ulteriore del patogeno ma il timore è che con l’arrivo della primavera si verifichi un moria con effetti devastanti per una specie che nel nostro Golfo raggiungeva densità anche di 0,8 individui per metro quadro.
E che inoltre spiega anche l’importanza e il ruolo ecologico fondamentale di questo mollusco per il Golfo di Trieste, dove finora era talmente diffuso da rappresentare una sorta di scogliera naturale sui fondali sabbiosi e fangosi e microhabitat per moltissime specie bentoniche.

La Pinna nobilis, conosciuta come nacchera, pinna comune, cozza penna o stura, è uno dei più grandi molluschi bivalvi del Mediterraneo ed è una specie endemica del Mare nostrum. Classificata come specie di interesse comunitario, bisognosa di una rigorosa protezione da parte dell’Unione Europea secondo la Direttiva Habitat (92/43/CEE) e come una specie in via di estinzione secondo il protocollo ASPIM (Aree Specialmente Protette di Interesse Mediterraneo) della Convenzione di Barcellona (allegato II), recentemente è stata riconosciuta ufficialmente ed elencata come “Critically Endangered” dalla Red List of Threatened Species dell’IUCN.

 

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