L’attaccamento, la molla e la colla. Innovazione poetica

08.01.2020 – 11.45 – Io sono quello che faccio. E ripeto. È sottilissimo il confine fra le cose che facciamo, ci piacciono e ripetiamo e quello che siamo. Dipendenza, piacere, attaccamento, libertà. Il mio amico come me, ha sperimentato tante arti. Dalla coltivazione al legno, da Croce a Steiner, dai celti agli indiani d’America, alla musica che approfondisce costantemente. Solo provando si può sentire cosa ci attira. C’è del genio o dell’incostanza nell’abbandono? Si può essere quella cosa che facciamo limitatamente a quando la svolgiamo? Il mio amico era un intagliatore quando intagliava, ora non lo è più o per le capacità limitate non lo è mai stato. Mi sento poeta nell’atteggiamento, nella tensione alla follia. Distaccandomi posso essere qualsiasi altra cosa, ma scelgo ora di scrivere per il piacere di dare stimoli e sicuramente per il comfort di qualcosa che conosco e di cui penso di avere il controllo. Facciamo ciò che ci piace e utilizziamo i migliori strumenti e più comodi talenti che pensiamo di avere. Le radici, i valori, i principi, ciò che abbiamo, ciò che facciamo, sono le fondamenta della famosa identità, crollando o scalfendosi una di queste ci provoca un trauma molto potente che sembra mettere in discussione noi stessi. D’altra parte l’attaccamento è colla e come si può vedere bene a neanche un millimetro di distanza? Se però intendiamo l’attaccamento come fusione allora siamo nel punto più vero, nel fuoco, cioè dentro.

Il mio amico era intagliatore fino a quando ha smesso di farlo o contadino quando ha
fruttato l’ultimo raccolto. Ha senso poi darsi un cassetto? Mettersi in qualche
categoria, in qualche posto? A me dà la sensazione di vivere più vite e quindi di venire
incontro all’imprevedibile, poter essere tutto. Cogliere l’essenza nel punto massimo.
Più volte mi sarebbe piaciuto, e ora con le App si potrebbe, provare ogni tipo di
lavoro. Probabilmente nel massimo della sua emozione e immedesimazione con la
consapevolezza, forse ruffiana, di abbandonarla poco dopo non subendo parte delle
criticità e incrostazioni di ogni tipo di lavoro. Come la passione per le case, amare la
bellezza di ogni tipologia, esterna, interna, con la sua luce unica, il suo mondo e
volerle vivere. Non per il senso del possesso ma proprio per vivere più vite diverse.
Couchsurfing e altre tipologie di ospitalità hanno tradotto questa possibilità sebbene
personalmente non le abbia provate. Cambiare arte, cambiare lavoro, cambiare casa,
c’è chi lo fa continuamente, meglio per scelta che per necessità. Però nella costanza,
nell’attaccamento e profondità, che qualcuno può chiamare passione, si attraversano
stadi diversi, trovo la “legge dell’ottava” interessante perché provata su di me e
osservata negli altri. All’inizio di ogni attività che intraprendiamo c’è uno scoglio
iniziale, come il semitono nell’ottava musicale fra Mi e Fa, poi l’attività va avanti se
superiamo il trauma iniziale fino a incontrare un ultimo scoglio, l’ultimo semitono,
che potrà farci proseguire all’ottava successiva. Se pensiamo ai progetti che abbiamo
avuto, spesso si fermavano proprio quasi all’inizio, alcuni invece si interrompevano
proprio a pochi passi dall’obiettivo.
Così si intendono le frequenze di ogni vibrazione con una propagazione delle onde
che avviene proprio in modo discontinuo. Il decadimento lo intuiamo subito e se ci
pensiamo, così è stato per la palestra, il ballo, intagliare il legno o scrivere una
canzone. Più approfondiamo un’attività e più ci dedichiamo energia con costanza e
disciplina, più arriviamo al nucleo e all’essenza delle cose, più approfondiamo noi più
arriviamo al nucleo e all’essenza di noi. O forse no. Potremmo sfiorare o potremmo
sforare. Sfiorare senza possedere, con la consapevolezza che quello che desideriamo,
che ci eccita e cercheremo, è sempre quello che non abbiamo. Sforare senza
contenere, con la consapevolezza che quello che approfondiamo, che ci apre nuovi
portali e ci espande, è sempre quello che non siamo.

[d.b.]