Donald Trump e l’Europa, la sfida rivelata. Vecchio Continente fra Cina e Stati Uniti

12.01.2020 – 08.01 – Mentre l’Italia, con il premier Conte in prima linea e il suo ministro degli Esteri impegnato invece su più fronti – uno dei quali è quello, cruciale, del cambio al vertice politico del Movimento 5 Stelle e della sua conseguente possibile uscita di scena – incontra Sarraj in Libia per tentare di riconquistare una posizione di autorevolezza perlomeno minima nello scenario mediterraneo in continua evoluzione dal quale rischia di essere completamente esclusa, una partita diversa, e più grande, si gioca sullo scacchiere mondiale. E non è quella, facile da indovinare, del confronto diretto fra Stati Uniti e Iran, ora in stallo (meglio sarebbe dire, in attesa della prossima mossa dopo gli scambi serrati di messaggi attraverso quella che è stata definita ‘la diplomazia via Twitter‘). È quella fra Donald Trump e l’Europa; una realtà, come scrivono i media statunitensi – CNN in testa – e inglesi, scomoda, che l’uccisione di Qassem Suleimani ha riportato a galla.

Il presidente statunitense Trump, nel momento in cui, nel maggio 2018, ha rotto l’accordo sul nucleare con l’Iran – il cosiddetto JCPOA (“Joint Comprehensive Plan of Action”) siglato sotto gli auspici dell’Unione Europea con l’italiana Federica Mogherini da Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti assieme alla Germania, del quale hanno beneficiato anche l’Italia e gli altri paesi), ha infatti chiesto ai firmatari di fare molto di più che allontanarsi dall’Iran e isolarlo: la rottura dell’accordo implicitamente era una richiesta ai leader europei di chinare la testa, seguire il leader d’oltreoceano e rinunciare a quello che, di fatto, è stato il più grande successo politico nella storia dell’Unione Europea stessa. Era stata infatti l’UE a mettersi in gioco e, con grande sforzo, convincere le parti a sedersi al tavolo delle trattative, riuscendo non solo a portare l’Iran, e indirettamente la Cina e la Russia, ad avvicinarsi di più alle nazioni occidentali, ma mettendo in atto, per la prima volta significativamente, una propria politica estera slegata da Stati Uniti e Cina e tesa a bilanciare le relazioni con le due grandi. Quella che è seguita, di fronte alla forzatura di Trump, è stata una presa di posizione europea netta, attraverso la decisione della Commissione UE di dichiarare le sanzioni contro l’Iran illegali in Europa chiedendo quindi ai suoi cittadini di proseguire liberamente gli affari con Teheran e dando istruzioni alle banche d’investimenti europee di facilitare le aziende che vogliono investire nel paese (l’UE è tornata a un regime di sanzioni solo recentemente, dopo fortissime pressioni USA, e il JCPOA è ora definitivamente storia con l’annuncio dell’Iran, seguito alla morte di Suleimani, di aver intenzione di arricchire l’uranio senza più limiti). Storicamente, la Cina e l’Iran hanno relazioni diplomatiche buone, che sono ulteriormente migliorate dopo la firma dell’accordo sul nucleare, e con investimenti economici che sono cresciuti costantemente dal 2015 a oggi continuando anche dopo il ritiro degli Stati Uniti: un’Europa che mantiene con l’Iran gli accordi sul nucleare vuol dire un’Europa che sviluppa affari con la Cina.

Ora, con l’uccisione di Suleimani, il problema diventa ancora più complesso, e s’intreccia con la questione libica, la Siria e il Mediterraneo in un mix potenzialmente esplosivo. Le difficoltà dell’Europa sono forti e davanti agli occhi di tutti già dal 2008: i suoi stati, anche i più importanti – e con il Regno Unito in uscita dall’Unione, che tenta di mantenere una gamba oltre Manica, e una oltre Atlantico, mentre subisce i colpi delle multinazionali che si trasferiscono in Olanda – soffrono per le loro economie stagnanti: il beneficio portato dagli investimenti cinesi in Europa sarebbe enorme e la Cina non esiterebbe un istante a mettere in campo tutta la sua forza economica per acquistare posizioni, consolidandosi come attore principale sui nostri mercati e, di conseguenza, nella politica: l’Europa non è, nonostante la capacità innata degli europei di sottovalutarsi, un fuoco di paglia, ma un insieme di nazioni ed economie potenti che hanno una sola difficoltà, fare le cose assieme. Il denaro cinese, solido e sonante e capace di portare tutto meno che illusioni, si porta però dietro rischi di sicurezza e potenziali problemi legati alla difesa, come la questione Huawei legata ai dubbi sulle tecnologie cinesi di telecomunicazioni; nonostante questo, la strategia cinese è sembrata per ora di successo largamente superiore a quella delle guerre commerciali di Trump (per citare un caso sempre legato alle comunicazioni, poco è cambiato dopo la proibizione presidenziale di utilizzare il sistema operativo Android in versione Google su dispositivi Huawei, l’Europa non ha interrotto l’installazione degli apparati di comunicazione di nuova generazione e la Cina ha semplicemente aumentato gli sforzi per svincolarsi dal software statunitense, invadendo i nostri mercati con dispositivi Xiaomi). Avviciniamoci un po’ di più, qualche miglio più a ovest della Cina: l’Iran ha anche, come abbiamo detto, buone relazioni diplomatiche e militari con la Russia, e la Russia è, dopo la Cina, la seconda potenza con cui l’Unione Europea mantiene un delicato equilibrio fatto di interessi commerciali, importazione di risorse naturali come il gas (dal quale praticamente dipendiamo), e denaro, pur in presenza delle sanzioni economiche legate alla questione dell’Ucraina: l’Europa, che sull’Ucraina e contro Putin comunque ha avuto prese di posizioni forti, del denaro russo, investito attraverso le banche e le finanziarie europee, ha bisogno per le sue aziende.

L’Unione Europea vuole la Nuova Via della Seta e vuole rafforzare i suoi legami economici con la Cina, e sia la Cina che gli Stati Uniti – la prima, perché il suo obiettivo per il 2030 è essere la nazione più potente del mondo, i secondi perché lo sono dal 1922 e intendono rimanerlo – vogliono essere la potenza di riferimento per l’Europa. Donald Trump, quindi, lamentandosi della poca incisività dell’Europa contro l’Iran e chiedendo in particolare a Francia e Germania di fare di più contro Teheran, sta dicendo una cosa chiara: ‘o state con me, o state con i vostri nuovi amici’. Scelta difficile da fare, perlomeno perché l’Europa, nei cuori dei cittadini (soprattutto in quelli dei giovani delle ‘generazioni Erasmus’) e nella politica, non è più quella del 1946, e anche perché la richiesta viene da un presidente che non solo dai suoi avversari del Partito Democratico ma dalla stampa del suo stesso paese e negli ambienti diplomatici internazionali, è stato tacciato di aver utilizzato la tecnologia di Facebook a favore della propria campagna elettorale, di essere totalmente imprevedibile, di prendere decisioni in punta di Smartphone senza averne discusso neppure con i suoi generali e di essere prossimo alle elezioni, che potrebbero risolversi, quest’anno, anche in una sua sconfitta. Però, potrebbe anche vincere: se il 3 novembre 2020 Donald Trump si dovesse insediare per un secondo mandato, pareggiare i conti con un’Europa della quale è insoddisfatto potrebbe diventare la sua priorità. E se così dovesse succedere, un presidente americano si avvierebbe a rischiare di essere, per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dal ponte aereo e dall’ “Ich bin ein Berliner” di Kennedy, un fattore di disgregazione per il vecchio continente molto più forte di Cina, Iran e Russia. Ed è proprio questo lo scenario sulla quale la crisi iraniana alza il sipario: più che il futuro, è il presente.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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