Berlino, 1989. 30 anni dopo, il nuovo muro c’è ed è invisibile.

09.11.2019 – 16:56 – 9 novembre 1989. Fra le poche cose chiare, a 30 anni dalla caduta del muro di Berlino e del crollo improvviso, inatteso, dell’Unione Sovietica, c’è che niente è stato più come prima, e che spiegare, o inventarsi una spiegazione a posteriori, è compito facile. Capire è invece molto difficile, e ancora oggi un ‘perché’ non lo abbiamo: che sia stata la stagnazione economica (ma non basta), che sia stata Chernobyl (non basta neppure), o un trionfo della luce dell’Occidente (è pura retorica), come sia stato possibile che il Muro di Berlino si sia idealmente disintegrato in pochi giorni non lo capiamo. Fra le molte parole spese in questi trent’anni hanno avuto più significato gli sguardi attoniti dei ‘compagni comunisti’ dei circoli di rione, che guardavano, quel 9 novembre di trent’anni fa, le statue di Lenin venir rovesciate in diretta televisiva, piuttosto che i voluminosi studi politici o sociologici posteriori. Un anno dopo, il 3 ottobre del 1990, la Germania infatti si riunificava, lasciando di nuovo a bocca aperta chi aveva calcolato e predetto, scrivendoci sopra grandi saggi economici, che ci sarebbero voluti almeno quarant’anni.

Che cos’era, il Muro di Berlino? Per chi viveva in Germania, era una frattura sociale, una separazione catastrofica e così terrificante, per chi l’aveva davanti agli occhi e nel cuore, che l’unico modo per sopravvivere alla sua presenza era scherzarci sopra. Per poco meno dello spazio di due generazioni, il Muro è rimasto là, inattaccabile, manifestazione fisica e simbolo assoluto di una guerra, fredda solo di nome, iniziata immediatamente subito dopo la fine di quella precedente. Berlino era stata terreno della contrapposizione diretta fra Stalin e gli Stati Uniti già dal maggio del 1945: la suddivisione della città in quattro zone di occupazione aveva gettato il seme che sarebbe poi maturato nel conflitto quasi diretto. Ciascuna delle quattro nazioni definite come ‘occupanti un settore’ (Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica) di una città che era però di fatto dentro al territorio sovietico seguiva al suo interno movimenti e motivazioni ideologiche diverse, e aveva una politica, degli scopi e delle aspettative altrettanto diverse. Più che portare pace, quindi, furono proprio le diverse visioni politiche e scopi dei pacificatori a far sorgere il Muro. L’Alleanza che aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale si era rapidamente disintegrata, in un attimo; la bomba atomica aveva reso gli Stati Uniti la nazione più potente del mondo, ma anch’essa solo per lo spazio di un attimo, seguito nel 1949 dalla prima atomica sovietica. Il Piano Marshall per la ricostruzione della Germania aveva incluso una riforma della valuta, sostenuta dagli Stati Uniti, fatta allo scopo di evitare l’inflazione galoppante del Marco e il ripetersi, nei territori occupati dai soldati americani, di una situazione simile a quella del 1919: l’annuncio del nuovo Marco occidentale però non era evento gradito ai sovietici, che iniziarono prima a impedire la libera circolazione dei cittadini tedeschi fra est e ovest, e poi una guerra commerciale, fino ad arrivare all’interruzione dell’energia elettrica, dei trasporti ferroviari e dei rifornimenti alimentari. Berlino fu salvata dal ponte aereo ordinato da Truman: oltre cinquemila e cinquecento tonnellate di rifornimenti in un’epopea passata alla storia, fino ad arrivare a un atterraggio, sulla pista di Tempelhof (oggi parco aperto alla cittadinanza) ogni 90 secondi. L’ideologia nel frattempo fondava la Germania Ovest, o Repubblica Federale Tedesca con capitale a Bonn, nel maggio del 1949, e la Germania Est, o Repubblica Democratica Tedesca, con capitale a Berlino stessa, nell’ottobre 1949 successivo.

La divisione delle due Germanie, inizialmente informale e permeabile, diventò via via più rigida con l’intensificarsi del confronto fra le potenze: troppe differenze ideologiche, e politiche per un predominio mondiale troppo distanti, quelle di est e ovest, per poter essere compatibili; eppure continuarono per un periodo a coesistere, a Berlino, fianco a fianco, in modo poco confortevole ma reale e quotidiano. All’ovest si viveva meglio, si poteva viaggiare, lo stipendio era più alto: era il Sogno Americano, ed era lì che tutti volevano stare. Nel 1952 la Repubblica Democratica Tedesca tagliò quindi le linee telefoniche verso l’ovest e l’anno successivo sospese il servizio di bus e tram, per evitare che i suoi cittadini fossero tentati dal capitalismo e abbandonassero le loro case. Alzò anche barricate ai confini, e Berlino rimase la sola anomalia con l’Ovest dentro all’Est. E anche se inizialmente la parte orientale della città non era stata affatto povera, la Repubblica Democratica Tedesca non poteva certo competere con gli Stati Uniti; Berlino ovest, attraverso la Repubblica Federale, riceveva molto denaro, tanto da rialzarsi presto e diventare la vera meta. C’era poco spazio per sperare che anche la parte orientale potesse risollevarsi allo stesso modo: l’economia della Germania orientale era già gravata dalla nazionalizzazione dell’industria, dalla collettivizzazione dell’agricoltura, dalla razionalizzazione comunista dei beni di consumo, dall’imposizione di quote non realistiche di produzione e dai costi stratosferici destinati alla ricostituzione dell’esercito. Niente di diverso da quanto stava accadendo già anche in Unione Sovietica, e che avrebbe portato alla grande stagnazione successiva. L’emigrazione veloce dei cittadini dall’est all’ovest non aiutava affatto i piani dei dirigenti del Partito Comunista, ma anzi peggiorava fortemente la situazione, perché preziose risorse di manodopera e d’intelletto scappavano via l’una dopo l’altra creando problemi alle fabbriche e all’economia: produzione a regime ridotto per mancanza d’operai, uffici chiusi perché tutti gli impiegati erano scappati all’ovest, ingegneri ormai emigrati negli Stati Uniti. Da qui, la notte del 13 agosto del 1961, la decisione di stendere dapprima il filo spinato nelle strade, sotto gli sguardi attoniti degli abitanti, e poi, due giorni dopo, di iniziare a impilare i mattoni e gettare cemento, tagliando piazze, finestre, strade e condomini. 60mila lavoratori che si spostavano ogni giorno all’ovest persero, dal giorno alla notte, il posto di lavoro. Il 26 di agosto, tutte le vie di fuga erano state bloccate; da un muro che, negli anni Sessanta, era più simile a una recinzione da giardino che ad altro, ma che nel 1970 e 1980 sarebbe stato via via rinforzato, in quattro versioni successive (una quinta era allo studio proprio nel momento della sua caduta), fino a diventare una fortezza. Il muro aveva tagliato in due un corpo vivente, creando un profondissimo senso di perdita in una popolazione rimasta senza punti di riferimento fra potenze occupanti che dichiaravano di “non vedere motivo d’allarme o preoccupazione nell’azione sovietica, fin tanto che i diritti di chi vive a Berlino saranno garantiti”. Tranquillità non condivisa dai residenti; per decenni, i berlinesi avrebbero continuato a vivere con la sensazione di poter venire in ogni momento abbandonati dal governo di Bonn, per un motivo o per l’altro.

Quando cadde, nel 1989, il Muro di Berlino era un complesso costituito da una cintura di 166 chilometri di barriera di cemento prefabbricato, spesso un metro e venti e alto tre e mezzo, che circondava la città, e penetrava in essa per un segmento di 48 chilometri, tagliandone il centro. Quello che dal lato ovest sembrava però solo un terribile ostacolo che però si poteva toccare, a est appariva come una fortificazione da frontiera, preceduta in molti punti da una specie di ‘terra di nessuno’, una fascia larga da sei a cinquecento metri costellata di punti d’osservazione e torrette, una ogni cento metri, filo spinato, barriere elettrificate, dispositivi d’allarme, riflettori e sistemi d’illuminazione anche automatici. E pattuglie con cani, bunker, trincee e mitragliatrici: interi edifici erano stati evacuati, persino le chiese, per rendere impossibile l’attraversamento. Chi si trovava nella ‘terra di nessuno’ era un bersaglio; e, per la sicurezza di chi viveva vicino al muro, i berlinesi dell’est temevano continuamente. La Stasi, polizia del Ministero per la Sicurezza della Germania Est, aveva elaborato istruzioni precise in merito a chi cercava di scappare, e le aveva trasmesse alle guardie di frontiera: “Sappiamo che i nostri concittadini sono tentati dai frutti del Capitalismo e devono essere protetti da essi”. Conseguentemente chiunque tentasse di attraversare il confine andava “fermato o liquidato”, seguendo un documento di sicurezza molto dettagliato, di numerose pagine, che spiegava di “non esitare a usare le armi da fuoco, neppure se il confine è stato già attraversato in compagnia di donne e bambini, che è una tattica che spesso i traditori hanno usato”. La gran parte delle guardie confinarie furono fatte venire da altre zone della nazione, considerato che quelle iniziali erano state berlinesi ed avrebbero presumibilmente preferito unirsi ai fuggitivi piuttosto che sparar loro addosso. Queste precise istruzioni risultarono nella morte, sul confine fra le due Germanie, di diverse centinaia di persone, ottanta delle quali direttamente sul Muro stesso. La spietatezza delle guardie portò i berlinesi a inventare sistemi sempre più ingegnosi di attraversamento, dalle uniformi fasulle dell’Armata Rossa alle automobili modificate come ‘Isetta’, resa ora popolare da un film, ai palloni aerostatici e ai tunnel: ne vennero costruiti una trentina, pare, ma pochi tentativi di fuggire dal sottosuolo ebbero successo.

A sentirsi vulnerabili erano entrambi: l’est e l’ovest. Ed entrambi cercarono di trovare una spiegazione politica tale da rendere il Muro di Berlino comprensibile, accettabile per i suoi residenti. Giustificarlo. All’est, gli ufficiali della Repubblica Democratica comunista lo identificavano come “protezione antifascista”, simile alla Grande Muraglia Cinese come simbolo: teneva i nemici fuori e proteggeva il popolo, una necessità contro “le forze capitaliste” perché per l’Est il ‘fascismo’ era il nemico più temibile del progresso sociale. L’uso della parola ‘Mauer’ però (‘muro’) era strettamente proibito; raramente si parlava a Berlino Est della ‘barriera’, preferendo utilizzare il termine ‘sicurezza di confine’. L’Occidente era stato più lento nel rispondere, però pian piano iniziò a identificare nel ‘Muro’ un simbolo del trionfo della libertà sotto la società democratica: per l’Ovest, il ‘muro’ diventò ‘della vergogna’, fu ricoperto di soprannomi ed epiteti grotteschi, farseschi, comici. Per tranquillizzare i residenti di Berlino Ovest, il presidente Kennedy visitò la città nel giugno del 1963, affermando che c’erano “molte persone nel mondo che non capivano quale fosse la grande differenza fra il Mondo Libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! … Io sono un berlinese!”. Fu il famoso ‘Ich bin ein Berliner’, che instillò speranza, forza; da quel momento in poi, i berlinesi, i tedeschi, sentirono gli Stati Uniti come loro amici. All’Ovest, esisteva la possibilità di ‘aggredire’ direttamente il muro: i berlinesi avevano la possibilità di avvicinarsi e quindi la ‘protezione dal fascimo’, com’era descritta dall’altra parte, diventò una sfida contro la proprietà sovietica non autorizzata della città, così com’era vista dall’Ovest, e contro la proprietà si scatenò un’arcobaleno di graffiti, la ‘tela più grande del mondo’ per gli artisti da strada, della quale, purtroppo, oggi ben poco rimane. Dipingere sul muro era sminuire la Germania Est: un atto politico, non solo artistico, del quale i due più grandi protagonisti furono due artisti francesi, Thierry Noir e Christophe Bouchet, che misero la loro firma su più di 4 chilometri del muro. Dopo il 1989, pezzo dopo pezzo, il muro dipinto divenne arte all’asta o fu semplicemente buttato via, e solo pochi graffiti sopravvivono oggi. Piano piano, passato Kennedy e passati altri presidenti, e giunti con Reagan quasi allo scoppio della Terza Guerra Mondiale in un confronto di spie che nel 1983 ebbe la Germania al centro, sia i cittadini dell’Est che quelli dell’Ovest smisero di parlare del Muro. Consciamente, o inconsciamente, evitando di guardarlo o di passare vicino alla zona di sicurezza. Nessuno si abituò mai alla sua presenza, era impossibile, ma scomparve dai discorsi di ogni giorno. Poi, arrivò il 9 novembre.

La Berlino del ‘Dopo Muro’ si è profondamente trasformata, e con grande rapidità. L’ex Berlino Est rimane affascinante; se nel 1989 però gran parte di essa c’era ancora, negli anni è scomparsa. Solo poche istituzioni importanti, come i teatri dell’opera e sinfonici sono rimasti intatti: dal pilone di Alexanderplatz, dalla sua piattaforma panoramica, se subito dopo il 2000 si poteva vedere con chiarezza quello che era stato il cuore della capitale della Germania Est, già dieci anni dopo il panorama era quello di un deserto lunare regno delle macchine da costruzione, degli escavatori, dei camion e delle gettate di cemento nuovo, a seppellire tutto quello che c’era stato prima. Anche il ricordo. Per lasciar posto ai centri commerciali, agli alberghi e a tutto ciò che è nuovo. Le strade hanno cambiato nome, come appunto piazza Lenin, che oltre alla statua rovesciata già a suo tempo in diretta tivù è diventata ‘delle Nazioni’; in fondo, il Comunismo ha perso.

Si sta meglio o peggio? I tedeschi nati e cresciuti in Germania Est ricordano, spesso con nostalgia e forse perché allora erano giovani, assistenza sociale, istruzione, asili e case popolari, e un senso di appartenenza a qualcosa e stabilità che oggi non provano più. Quasi nessuno arriva a dire: “si stava meglio prima”, perché l’orgoglio di essere di nuovo una nazione unita è forte; però i cambiamenti nell’educazione scolastica, nelle politiche del lavoro e nella società imposti, in maniera decisa, dall’essere ‘passati dall’altra parte’, hanno lasciato traccia. Sono stati cambiamenti che i tedeschi dell’est hanno subito, senza poter aver gran voce in capitolo e spesso senza una precisa comprensione del loro nuovo ruolo: dall’essere diventati ‘occidentali’, ci si aspettava grandi cose, che però in buona parte non sono venute, non sono arrivate idee e progetti per realizzarle. I tedeschi dell’est sono diventati un po’ ‘immigrati in casa loro’, persone da integrare in una società che non avevano contribuito a costruire, e spesso a dispetto della loro volontà di mantenere vive le loro tradizioni, abitudini e identità culturale. Con un dialetto che era quello sbagliato, abituati a seguire regole che non erano benvenute, così come non erano, in un lungo primo periodo, benvenuti neppure loro. Ancora oggi, se i loro figli ormai nati all’ovest hanno imparato a parlare la stessa lingua degli altri ragazzi e a vivere l’Europa, i tedeschi dell’est che di anni ne hanno cinquanta o sessanta la sera si ritrovano fra loro, in luoghi e case in cui si sentono a loro agio, anche se la città è Amburgo, Stoccarda o Francoforte: è quella che hanno chiamato ‘Ostalgia’, dove in tedesco, ‘ost’ vuol dire ‘est’. Sentimento che proprio in una Berlino che ora teme la crisi economica e la recessione, ha creato un nuovo distacco fra chi risiedeva in quartieri ricchi di storia e di identità, e chi ora è venuto a trasformare la stazione degli autobus in un locale alla moda o in una terrazza ‘trendy’; inclusi i turisti, dei quali il berlinese si è stancato. Un nuovo, e più alto, ‘muro’ invisibile, fatto anche di contrasti fra la finanza senza etica e le tradizioni di un’Europa che, nel 1989, le divisioni aveva iniziato a superarle; ma ora ritornano. Portando, in un vuoto politico europeo che ha pochi precedenti, il rischio che a riempirlo siano gli estremi.

[r.s.][foto: Trieste All News]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

Ultime notizie

Dello stesso autore