08.01.2020 – 17.32 – “Mai come oggi la Turchia rappresenta un competitore temibile per la sua forza militare e il suo dinamismo, in grado di muoversi autonomamente e talvolta in modo antitetico agli interessi dell’alleato di riferimento, ovvero gli Stati Uniti. Mai come ora l’Italia appare sola e debole, non attrezzata a proteggere i propri interessi nazionali, senza lo scudo americano e in assenza di un contesto multilaterale in cui trovare rifugio e direzione politica”. Questo il commento a quanto sta accadendo sullo scenario internazionale di uno dei nostri militari migliori, Giuseppe de Giorgi, già capo di stato maggiore della Marina. Ed è l’immagine della scialba ed inconcludente riunione di emergenza di ieri a Bruxelles dei ministri degli esteri dei più importanti paesi europei. La nuova postura neo-ottomana della Turchia di Erdogan rischia di essere la sola beneficiaria dell’iniziativa statunitense, che ha privilegiato l’asse con l’Arabia Saudita nella determinazione degli equilibri del golfo ed appare oggi obbligata a concedere mano libera ad Ankara sulla Libia per mantenere saldi anche i rapporti con il secondo esercito della NATO.
Nella notte del 3 gennaio, il generale Qassem Suleimani, comandante della Forza Quds delle Guardie della Rivoluzione iraniane, è rimasto ucciso da uno strike aereo condotto dagli Stati Uniti all’aeroporto di Baghdad. Nell’operazione contro il convoglio su cui viaggiava il generale sarebbero stati uccisi anche esponenti di spicco di alcune milizie sciite irachene, tra cui Abu al-Muhandis, comandante del gruppo Khatiba-e-Hezbollah e leader del Comitato di Liberazione Popolare, formazione paramilitare di contro-insorgenza voluta dal governo iracheno nel 2014 per racchiudere sotto uno stesso ombrello le diverse anime della militanza autoctona, nate per contrastare l’avanzata di Daesh nel Paese. Autorizzata dal presidente Trump, l’uccisione di Suleimani segna senz’altro un momento storico nella complicata relazione tra Washington e Teheran e rischia di riportare l’ostilità tra i due Paesi, giocatasi negli ultimi ventiquattro mesi su provocazioni e contrasti retorici, ad un nuovo pericoloso livello di scontro. Per la prima volta dal deterioramento dei rapporti diplomatici nel 1979, infatti, gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione finalizzata all’eliminazione di un alto ufficiale iraniano, con incarichi e ruoli riconosciuti ed inquadrati nell’assetto istituzionale della Repubblica Islamica. Sebbene la strategia portata avanti dai Pasdaran e, in particolare, dall’unità per le operazioni speciali all’estero comandata dal 1998 da Suleimani, siano sempre state considerate un pericolo per la sicurezza e gli interessi degli Stati Uniti in Medio Oriente e in Asia, le Guardie della Rivoluzione, e tutta la catena gerarchica ad esse afferente, rientrano tra le Forze Armate riconosciute dal governo di Teheran e, insieme all’Esercito della Repubblica Islamica rispondono allo Stato Maggiore, l’organo istituzionale preposto al coordinamento, al controllo e all’implementazione delle politiche di Difesa del Paese.
La scelta di eliminare il comandante iraniano, dunque, segna una decisione ben precisa da parte dell’Amministrazione americana: quella di oltrepassare la “linea rossa” esistente nella geopolitica internazionale, seppur talvolta considerata sottile, che divide il ‘target killing’ indirizzato contro gruppi terroristici, proxy o gruppi paramilitari, e l’eliminazione di un membro dell’apparato istituzionale di un altro Paese. L’azione contro Suleimani rappresenta un unicum che rischia di aprire le porte dell’anarchia, non solo nella regione. Oltre a lasciare sul tavolo la possibilità di essere interpretata come una dichiarazione di guerra, tale scelta potrebbe scoperchiare un vaso di Pandora laddove, finora, le regole non scritte del “gioco” geopolitico internazionale avevano sempre previsto, tra due paesi non dichiaratamente in guerra, la possibilità di azioni di spionaggio, l’utilizzo in ultima istanza di azioni clandestine di forze speciali, ma mai l’eliminazione di un esponente delle istituzioni. Tale scelta risponde ad una precisa volontà della Casa Bianca di lanciare un nuovo segnale di forza al rivale iraniano, per portare a segno un punto all’interno di una partita che sembra essere interpretata dall’amministrazione Trump sempre più come un braccio di ferro motivato forse dalla politica interna americana piuttosto che come una questione decisiva per la stabilità della regione. La decisione, rifiutata in passato sia da George W. Bush che da Obama per le ripercussioni che avrebbe potuto provocare nei rapporti con l’Iran, giunge a confermare la strategia episodica che Donald Trump ha adottato nei rapporti internazionali e che ha portato la Casa Bianca, almeno fino ad ora, a non impostare una continuità lineare nella gestione del dialogo, ma a ricercare una alternanza di aperture e pugni di ferro, finalizzata a ribadire la posizione di forza giocata dagli Stati Uniti più che ad ottenere un risultato diplomatico concreto. In un momento di difficoltà politica, in cui il dibattito sulla possibilità di Impeachment e l’approssimarsi della campagna elettorale per le presidenziali di ottobre rappresentano i punti più urgenti per l’agenda interna, la Casa Bianca sembra così aver voluto cogliere l’occasione dell’operazione contro Suleimani per mettere un punto fermo sulla posizione dell’amministrazione rispetto a quell’escalation di tensioni che si era consumata in Iraq nei giorni precedenti tra Stati Uniti e milizie sciite, di cui l’Iran era considerato l’elefante nella stanza. La portata di questa scelta e la costruzione di un simile precedente, tuttavia, apre la strada a ripercussioni che potrebbero avere strascichi di portata più ampia rispetto al mandato concesso ed eventualmente rinnovato all’amministrazione Trump.
Venuto meno quel principio di proporzionalità che aveva caratterizzato il botta e risposta tra Washington e Teheran negli ultimi mesi la prossima mossa sembra destinata essere nelle mani della Repubblica Islamica. La morte di Suleimani, infatti, ha suscitato una dura e unanime reazione da parte iraniana, sia tra le fila del governo pragmatista sia tra le formazioni ultraconservatrici, che hanno condannato come illegittimo l’attacco statunitense contro il convoglio del Generale. Nonostante il valore politico, più che militare, dell’eliminazione del comandante per il rapporto Stati Uniti-Iran, ad oggi il divario capacitivo e le difficoltà economiche in cui versano le casse dello Stato rendono alquanto improbabile la pianificazione da parte di Teheran di una campagna militare tradizionale contro le basi statunitensi in Medio Oriente, che innescherebbero inevitabilmente un conflitto aperto che non garantirebbe la sopravvivenza istituzionale della Repubblica Islamica. Allo stesso modo, per quanto la deriva del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) abbia riaperto lo spinoso capitolo del programma di arricchimento nucleare di Teheran, il dossier è da sempre usato più come arma di rivendicazione politica che come effettiva capacità strategica a disposizione delle Forze Armate iraniane. La probabile riaccensione della narrativa legata alla ripresa dell’arricchimento dell’uranio al di sopra della soglia limite del 20 per cento e alle sperimentazioni e affinamento dell’arsenale balistico nazionale, dunque, sembra destinata ad alimentare quella retorica di antagonismo tra i due paesi che, da una parte, vede l’apparato militare e le componenti ultraconservatrici ricorrere allo spauracchio atomico per cercare di alzare la posta in gioco, dall’altra vede gli Stati Uniti considerare ancora Teheran come l’epicentro dell’Asse del Male.
Per cercare di rispondere al gesto statunitense, al contrario, l’Iran potrebbe decidere di giocare la prossima partita su un livello asimmetrico e non convenzionale. Da un lato, annullato qualsiasi argine per una ripresa del dialogo, l’Iran potrebbe scegliere di ritrovare quel rapporto pragmatico intrattenuto già in passato con organizzazioni di natura terroristica, anche di matrice sunnita o di rinvigorire il rapporto con gruppi di insorgenza, come alcune delle componenti talebane attive in Afghanistan, per fomentare azioni asimmetriche nei confronti della presenza statunitense nell’area. Dall’altro, l’Iran potrebbe disseminare di nuovi o vecchi fronti di instabilità scenari strategici come quello Medio Orientale, il Golfo o l’Afghanistan per moltiplicare così i rischi per obiettivi e interessi strategici degli Stati Uniti in tutta la regione. La capacità di attivazione della rete di alleanze e di interlocutori in un’area compresa tra il Libano e l’Asia Meridionale rappresenta non solo una mossa importante per cercare di fiaccare la resistenza del rivale statunitense, ma una questione sempre più di importanza strategica per la Repubblica Islamica e per il ruolo dei Pasdaran all’interno di essa. Il supporto finanziario, addestrativo e capacitivo da sempre garantito dalle Guardie della Rivoluzione ai propri alleati, più o meno regolari, in tutta la regione, infatti, hanno permesso all’Iran di poter agilmente contrastare la politica di isolamento strategico adottata dagli Stati Uniti e dai rivali regionali di Teheran nel corso degli anni, forte del richiamo ideologico e religioso rivolto alle minoranze sciite esercitato dalla rivoluzione khomeinista. L’effettiva possibilità di continuare a contare su una simile profondità strategica, tuttavia, potrebbe ora essere messa a repentaglio dai recenti sviluppi che hanno interessato sia l’Iran sia la regione nel suo più ampio complesso. In primis, un fattore di criticità potrebbe derivare proprio dalla morte di Suleimani, che è sempre stato l’architetto e la mente dietro la tessitura di quell’arazzo di alleanze e rapporti strategici di Teheran che è oggi lo scacchiere ad ovest del confine iraniano. La complessa rete di milizie sciite organizzata e costruita dal Generale dal Libano all’Iraq per assicurare uno sforzo strutturato contro due pericoli strategici per l’Iran negli ultimi anni, ossia l’avanzata di Daesh nella regione e la caduta del regime di Assad in Siria, presenta una multidimensionalità di identità, interessi e obiettivi particolari che richiedono una regia unitaria per poter funzionare. Fino ad ora, era stato il Generale stesso, con il suo carisma, la sua capacità di pianificazione e la sua lucida conoscenza del territorio, nonché delle dinamiche politiche e sociali, prima che militari, che ne animano gli equilibri, a rappresentare il collante per il mosaico sciita a supporto della strategia regionale della Repubblica Islamica. Il rapporto personale costruito nel tempo da Suleimani con le realtà locali è un’eredità che potrebbe essere difficile da raccogliere per il suo successore, il generale Esmail Ghaani.
La morte di Suleimani, dunque, potrebbe aprire un grande interrogativo sulla effettiva capacità della Forza Quds di continuare ad esercitare un controllo e un carisma tale da muovere all’unisono i fili di una rete che, altrimenti, rischia di diventare una caotica panoplia di milizie mosse da interessi propri e non necessariamente sincroni a quelli di Teheran. Tale eventualità diventa ancor più pressante se si prende in considerazione il momento di nuova evoluzione che la regione sembra attraversare, in cui i cittadini sono di nuovo in piazza per manifestare contro istituzioni e sistemi di gestioni desueti e non rappresentativi di quelli che sono percepiti come i propri interessi nazionali. L’ondata di proteste che ha infiammato l’arco dal Libano all’Iraq ha messo in evidenza l’esistenza di istanze nuove, che non si muovono su logiche di conflittualità etnica o settaria, ma rivendicano riforme impostate ad un ripensamento dell’identità nazionale in senso inclusivo. Un eventuale incremento dell’instabilità dei governi regionali a causa della pressione proveniente dalle piazze potrebbe tradursi in una maggior difficoltà per l’Iran di continuare a vedersi garantite tutte quelle porte aperte nei palazzi di potere a Beirut, Damasco, Baghdad che, seppur informalmente e in modo parallelo rispetto ai canali della diplomazia tradizionale, hanno fino ad ora garantito una pervasività dell’influenza iraniana oltre confine. In un momento di forzato quanto delicato passaggio che le Guardie della Rivoluzione si troveranno a dover gestire con la morte di Suleimani, un irrigidimento degli spazi di manovra presso i tradizionali alleati potrebbe ridimensionare l’efficacia dell’azione dei Pasdaran nel garantire la sicurezza degli interessi strategici dell’Iran nella regione e, di conseguenza, compromettere l’efficacia della risposta che Teheran vorrebbe mettere in atto per dimostrare a Washington che il valore della posta in gioco della partita va ben al di là del proprio
Il segretario di Stato Pompeo ha detto qualche giorno fa in un’intervista alla CNN, che la decisione è stata presa su segnalazione dell’Intelligence americano per impedire un attacco imminente a obiettivi statunitensi in Medio Oriente e per proteggere vite americane. Le conseguenze di tale uccisione potrebbero tuttavia essere devastanti per gli interessi e la sicurezza degli americani in Golfo Persico e verosimilmente anche al di fuori.
Per inquadrare la portata dell’eliminazione di Soleimani rispetto all’uccisione di Osama bin Laden basta considerare che quest’ultimo non rivestiva una posizione ufficiale all’interno di una nazione, ma era il capo in fuga da anni di un’organizzazione terroristica.
L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno ucciso un capo militare è stata durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il presidente Roosevelt, informato dall’intelligence aveva disposto di uccidere l’ammiraglio giapponese Yamamoto abbattendo il suo aereo in un’imboscata. La differenza è che gli Stati Uniti e il Giappone erano in guerra. L’Iran e gli USA no, almeno non ancora. La decisione di Trump avrà delle conseguenze certamente destabilizzanti di ampia portata non solo nei rapporti con Terhan ma anche con il governo Iracheno che vive con crescente difficoltà la presenza delle truppe USA sul suo territorio. Le manifestazioni di piazza e gli attacchi all’ambasciata USA di Bagdad dimostrano come l’accettazione della presenza straniera sia sempre più precaria. L’azione americana condotta il 3 gennaio arriva dopo mesi di passività degli USA in Medio Oriente e in Mediterraneo. Basti pensare alla decisione di abbandonare la Siria al controllo di Turchia/Russia, i Curdi al loro destino, di non intervenire dopo lo spettacolare attacco di droni alla raffineria di Buqyaqin Arabia Saudita, all’abbattimento di Droni USA nello stretto di Hormuz, mantenendo un basso profilo in occasione delle ultime provocazioni di Kim Jon- un e l’assenza dalla scena libica. Vista l’importanza del generale ucciso, le conseguenze potrebbero estendersi oltre il Golfo Persico, in Mediterraneo, in Siria e in Libia, ad esempio mettendo in ombra la crisi libica in attesa delle mosse Iraniane, lasciando di fatto maggiore libertà d’azione alla Turchia nell’inserire truppe regolari a sostegno di al-Sarraj e alla Russia di muoversi in modo più aggressivo.
[m.m.][foto Atta Kenare AFP Getty Images]


