18.12.2019 – 13.14 – Nella Trieste che diventa nuova, che guarda a est e si sviluppa attraverso le infrastrutture, i traffici marittimi e il turismo, l’industria vive un momento di forte cambiamento contrassegnato da crisi, da necessità di trasformarsi e di reimmaginare un suo futuro anche manifatturiero. Sergio Razeto, presidente di Confindustria Venezia Giulia, parla con noi di questo mondo che cambia, e della sua lunga esperienza di lavoro nella città che assieme a Genova ha preso posto nel suo cuore.
Lei è a Trieste da molto. Cosa ricorda dei primi mesi di tanti anni fa?
“Devo ritornare indietro di 30 anni: l’arrivo per me è stato uno shock. A Trieste, per ragioni personali e familiari, non volevo venire: ero giovane e Trieste era una città quasi sconosciuta. Non sapevo quale fosse la differenza fra ‘Giulia’ e ‘Friuli’. Come tanti. Per me era la stessa cosa e Trieste una distante città di confine. Da bambino, questo lo ricordo, avevo sentito alla radio che la città era ritornata italiana, e poi nient’altro. Di fatto quindi venni per una forzatura aziendale: mi era stato detto che il ‘treno passa una volta sola, o lo prendi, o resti sulla pensilina’. Per la persona che me lo disse provo una profonda gratitudine; nel momento in cui arrivai, però certamente non l’avevo presa bene”.
Da quando è a Trieste?
“Dal gennaio del 1990. La mia casa per i primi mesi era la Città di Londra: questa trattoria, che esiste ancora oggi, in cui avevo trovato accoglienza e amicizia. La mia vita a Trieste nel primo periodo era fatta di azienda, casa, azienda: poi ho iniziato a conoscere la città e sue le persone, a costruire nuove amicizie, soprattutto con i colleghi di lavoro”.
Lei iniziò la sua vita triestina alla Grandi Motori, allora Fincantieri e ora Wärtsilä. Com’era il lavoro dei primi mesi?
“Impegnativo. L’azienda non era in buone condizioni. Ho iniziato un percorso, non facile, di ristrutturazione, insieme a colleghi validissimi, con i quali andavo molto d’accordo. L’operazione di cambiamento della situazione non era facile: certamente non ero amato. Non erano una sorpresa le minacce. Erano anni sicuramente già meno difficili di quelli del grande scontro sociale, ma comunque di transizione; per affrontare i rischi avevamo avuto il supporto anche delle direzioni investigative”.
Ma della fabbrica di allora, dentro di lei che cosa pensava?
“Della Grandi Motori in cui ero arrivato pensavo: ce l’hanno data, bellissima, e noi la dobbiamo sviluppare. Questa era la missione. Certo, avevamo un buon stipendio, ma non c’era solo quello: guardavo il futuro, l’azienda. È una questione di carattere. Saremo un po’ idealisti. Chi lo sa. È la parte buona, sana, dell’Italia, secondo me. E mandare persone via dall’azienda era un dolore, anche se poi tornavano i conti”.
C’erano state situazioni di scontro sociale legate anche alla politica?
“No, peraltro non mi sono mai interessato di politica, ero interessato all’aspetto aziendale. Erano problemi legati al lavoro e all’organizzazione in generale. La Grandi Motori di allora, nata dalla fusione delle vecchie fabbriche, era tarata su meccanismi obsoleti. Era un grande ammortizzatore sociale. C’erano molti dipendenti, era impossibile averli tutti occupati: c’erano certo persone di grandissima capacità ed esperienza, ma anche tanto personale non qualificato, e situazioni, anche disciplinari, molto difficili. Del resto, la stampa locale della fabbrica e di com’era quella volta, parlava spesso”.
E il famoso ‘No se pol’ triestino, c’era anche in Grandi Motori?
“Lo sentivo dire. Era una cosa della Trieste di allora. Ho cominciato a capire cosa intendessero dopo qualche mese, e pian piano ho iniziato a comprendere anche il problema sloveno, per me quasi sconosciuto prima e che diventava invece presente con uno stabilimento a poche centinaia di metri in linea d’aria dal confine. Da allora, Trieste ha avuto un cambiamento enorme. Come cittadino, vedo una Trieste – che è diventata la mia città, non so neanche se dire la mia seconda città, è la mia prima città a pari merito con Genova – nuova. La Trieste di ieri, nella mia memoria, la ricordo buia; fortemente di provincia, senza iniziativa, come se si nascondesse. Quella di oggi la vedo illuminata, piena di voglia di fare”.
Niente più ‘No se pol’?
“Ora vivo una Trieste molto ricettiva; allora, era chiusa. Ora è cambiata drasticamente: è ridiventata bella, allora non lo era più. Oggi mostra punti quasi unici al mondo. Affollata di turisti, dove si passeggia con piacere. Le amministrazioni che si sono susseguite, da allora a oggi, senza differenza di colore, hanno condotto la città bene”.
Dal punto di vista politico pensa quindi che ci sia una buona gestione?
“Vedo armonia, e già da qualche tempo. Negli ultimi anni, a partire dalla sdemanializzazione del porto, c’è stato un impulso fortissimo a lavorare assieme per il bene cittadino. Il porto, che io avevo definito nel 2009 proprio come unica azienda che non avrebbe chiuso a Trieste, per i fondali e per la sua posizione geografica, e questo in particolare dopo l’apertura dell’Europa ai paesi dell’est, ha preso quell’avvio che era giusto avesse. Questo grazie a una direzione nuova, interventista, che si è lasciata una certa passività alle spalle. Perfettamente incarnata e combinata nei suoi due principali attori sul campo: Zeno D’Agostino, e Mario Sommariva”.
Della politica italiana, che cosa pensa?
“Oggi vedo molta rabbia. La politica non è buona. Francamente”.
Trieste, come porto, fa ora un po’ concorrenza a Genova?
“No, direi di no. Quelle dei due porti di Genova e Trieste sono due mission completamente diverse. Genova è un porto molto nazionale, mentre Trieste è internazionale. Di questa internazionalità dovremmo cogliere meglio le opportunità”.
Anche di natura industriale?
“Si. Lo sottolineo: sono molto importanti. Da Top 500 a cui ho partecipato posso dare alcuni dati molto interessanti: 62 aziende di Trieste nel 2018 hanno generato 11,6 miliardi di euro di ricavi, con un incremento del 6,7 per cento sul 2017. Udine, con 205 aziende, ha generato 14,3 miliardi di euro. Pordenone, 8,7 miliardi di ricavi con 179 aziende. Concludendo con Gorizia, 54 aziende con 1,7 miliardi. Se consideriamo l’area della Venezia Giulia come aggregato di 13,3 miliardi di ricavi, si avvicina fortemente a Udine, e supera di gran lunga Pordenone. Si tratta di ricavi, e quindi aggiungo: tassazione e denaro che rimane anche nelle casse della Regione Friuli Venezia Giulia La presenza industriale triestina non è così ininfluente come viene dipinta: sicuramente è aiutata da Allianz, Fincantieri e Generali, ma ha comunque una sua consistenza. Il nostro territorio pesa. Accanto a quello economico, c’è l’aspetto della visibilità internazionale: la Nuova Via della Seta. I cambiamenti geopolitici. Io vedo molto bene per Trieste il modello di Duisburg, in Germania, che rappresenta la ‘Via della Seta ferroviaria’, con un impianto di proporzioni molto grandi, realizzato proprio in preparazione dello scambio di merci bidirezionale fra occidente e oriente. Mentre la Germania ha sostanzialmente una parità fra importazioni ed esportazioni, l’Italia ha uno squilibrio. Zeno D’Agostino sta lavorando proprio per favorire il traffico verso oriente”.
Ma non c’è il rischio, lo chiedo anche a lei perché viene detto spesso, che sia la Cina a ‘comprarsi’ Trieste piuttosto che Trieste a essere una porta verso la Cina?
“Non vedo questo rischio, assicurando che le concessioni portuali rimangano sotto forte controllo italiano, naturalmente: anche il punto franco è extra doganale, ma non certo extra territoriale. Non vedo rischi di una ‘invasione cinese’: il nostro sforzo deve essere per esportare in Cina, sfruttando l’interesse che la stessa attualmente ha per la nostra regione”.
Perché i sindacati dicono che Confindustria è assente dai tavoli di crisi industriale?
“Forse lo dicono sui giornali, ma non nei corridoi o quando ci incontriamo. Con i sindacati, Confindustria dialoga bene. Inoltre, Confindustria ha una funzione di rappresentanza delle aziende: difende gli interessi delle stesse, non entra nella competizione sindacale. Ma in più occasioni, sul territorio, Confindustria ha utilizzato la sua rilevanza per aiutare a risolvere le situazioni di crisi, ad esempio contribuendo al riconoscimento di Trieste come zona di crisi industriale complessa”.
Confindustria è quella di un tempo?
“Niente rimane immutato. Confindustria, in altri anni, riceveva adesioni perché costituiva a livello nazionale un organismo molto importante. Con la crisi economica, con il passare degli anni, le aziende forse vorrebbero servizi diversi: un cambiamento è in atto. E c’è da dire, tornando un po’ alla politica, che la teoria dell’ ‘1 vale 1’ fa danni enormi. Quella che viene colpita direttamente infatti è l’intermediazione: il sindacato, Confindustria, Confartigianato stanno perdendo forza. Penso sia un grande errore: queste organizzazioni hanno esperienza e capacità che l’uomo di tutti i giorni non può avere. Si ritrova da solo”.
In Italia ‘tutto va male’, o è una diceria da Social Network?
“Possiamo dire a voce alta che il 2018, per le imprese, è andato anzi a gonfie vele. Quello che ci aspettiamo in chiusura del 2019 è diverso: il mercato internazionale risente dei problemi commerciali fra Cina e Stati Uniti, e ancora di più Europa e Stati Uniti. Risente della Brexit e del rallentamento, specialmente del settore automobilistico, in Germania. Tutto questo penalizza le nostre aziende, che vivono di esportazioni”.
Non è quindi una questione di mancanza di capacità gestionale degli imprenditori, come alcune fra le sigle sindacali hanno lasciato intendere?
“L’imprenditore fa l’imprenditore. E cerca di adattarsi alle condizioni del mercato”.
C’è un problema generazionale fra i manager? Una mancanza di preparazione?
“Sicuramente, nel momento in cui si passa la gestione di un’azienda a un fondo, il fondo guarda solo al denaro. Lavorare in un’azienda quotata in borsa è difficile: i programmi a lunga scadenza, che si stendono oltre al guadagno immediato, non vengono recepiti dagli interlocutori e dagli analisti. Chi non cresce, è cattivo: e non è vero. Ci sono aziende che, proprio per questo motivo, non si sono mai messe sul mercato azionario. Con alcuni progetti di respiro più ampio è invece forse possibile, le aziende, salvarle: però se non parti non arrivi, e un profitto immediato non c’è. Un imprenditore che abbia invece una visione che va oltre l’immediato lo può fare. Più che di dirigenza, quindi, per l’azienda quotata in borsa si tratta di rispondere agli aspetti economici. E a situazioni spietate”.
Il problema rappresentato dal desiderio di risultato immediato si può risolvere in qualche modo? È un problema della società di oggi?
“Non credo lo sappia nessuno. Il cambiamento che stiamo attraversando, come società, è molto forte e il fatto certo è che oggi c’è una predominanza dell’interesse finanziario rispetto a quello manifatturiero. Se non si ritorna a un sistema finanziario che riconosca alle imprese il valore vero che hanno, secondo me il problema aumenterà”.
Questo si riflette anche su Trieste?
“No, credo di no. La crisi industriale di Trieste, analizzata, è il riflesso di una crisi di mercato o di scelte politiche, non di uno squilibrio verso l’interesse finanziario. Burgo ha problemi di mercato: la carta non serve più. Quella della Ferriera è una scelta politica, e della cittadinanza”.
Sulla gestione della questione Ferriera di Servola vede difficoltà, pericoli?
“Vedo che i tempi della politica sono diversi da quelli dell’impresa. Una volta presa una decisione, va stabilito, e con rapidità, un percorso certo: quanto tempo serve, quanto denaro serve, qual è l’impatto sull’occupazione. Se queste cose non ci sono, rischiamo una Bagnoli. Non dimentichiamolo: la Ferriera va fermata, demolita, bonificata e l’area va ricostruita per il nuovo, compresa la creazione dei servizi. Credo che Trieste, per la Ferriera, abbia bisogno di risolvere e chiarire subito il problema delle bonifiche e del Punto Franco”.
Punto Franco sul quale non c’è ancora completa chiarezza.
“Manca. L’Autorità Portuale è al lavoro, e il ministro Patuanelli si è dichiarato favorevole: bisogna lavorare per concretizzare questo punto”.
Lei vede con favore una Confindustria unica per tutto il Friuli Venezia Giulia? Oppure Friuli e Venezia Giulia sono due territori, industrialmente, diversi, con diverse particolarità?
“Anche in Confindustria c’è troppa sensibilità al campanile. Io cerco di avere una visione abbastanza larga: credo molto nella dimensione. Anche per le piccole imprese, che sono tante. Le nuove iniziative di Confindustria hanno proprio questo senso: raccontare che cosa esiste nel mondo, facilitare il contatto e la comunicazione, cercare di favorire lo sviluppo. Le piccole imprese non possono fare Industria 4.0, e forse non hanno ancora compreso cosa sia; non possono esportare perché non hanno forza commerciale. Rischiano di rimanere o trascinate da aziende molto più grandi, o ferme”.
Trieste può vivere senza industria?
“Forse sì. Però: diversificare per poter ottimizzare nei momenti di crisi dell’uno o dell’altro settore credo sia una buona cosa. Il turismo, che oggi è trainante, è impresa, non qualcosa di diverso. E in ogni caso Trieste non è Venezia. Io dico si a tutto, dobbiamo prendere tutto quello che possiamo. E l’altra grande opportunità come sappiamo è il Porto Vecchio: sarei molto felice di vedere una stazione per le navi da crociera in Porto Vecchio. La città, senza Porto Vecchio, è soffocata, non riesce a diventare Hub”.
Ma lei vede la possibilità di una città nuovamente, almeno in parte, industriale?
“Sono il primo a dire che non vedo possibilità di una Trieste con una grande presenza manifatturiera. O l’industria manifatturiera, su scala nazionale, si trasforma veramente in 4.0, o non ci sarà. Operai con la chiave inglese in mano, in Italia, ce ne saranno sempre meno. Saranno in Cina, in India, dove il lavoro di quel tipo costa molto meno. È una realtà che non possiamo cambiare. L’Industria 4.0 è l’unica possibilità per la nostra industria di continuare a essere competitiva”.
Giuseppe Bono con Fincantieri, una realtà che lei conosce molto bene, ha denunciato la mancanza di operai specializzati. Mancano i tecnici?
“È il punto caldo di quello che abbiamo appena detto. La conseguenza della necessità di muoversi verso l’Industria 4.0, e rapidamente, è quella di portare aziende innovative. Per Trieste, grazie anche alla vicinanza dei centri di ricerca, questo si può realizzare. Ciò implica un aspetto di educazione: e arriviamo ai giovani, dei quali Bono, e non solo, parlava. Pur apprezzando la formazione umanistica, credo che i giovani vadano indirizzati anche verso quella tecnica. E non solo ingegneri, o fisici, o matematici: anche bravi diplomati degli istituti superiori, e tecnici sul campo. E qui Confindustria Venezia Giulia cerca di fare la sua parte, come socio nei consorzi ad esempio con l’istituto Volta e con l’Accademia Nautica dell’Adriatico. In Italia abbiamo circa 10 mila allievi di questi istituti: la Germania ne ha 800 mila. Penso basti questa, come proporzione”.
Come fare?
“Bisogna aiutare i ragazzi a scegliere, e indirizzarli. Assieme alla Regione Friuli Venezia Giulia stiamo valutando un programma dove vengono coinvolti e aiutati nella scelta anche i genitori e le famiglie, già dalla scuola media.
Ritiene quindi che la laurea non sia un elemento sempre necessario?
“Nell’industria ci sono due livelli: la parte fortemente innovativa e creativa, che di solito si contraddistingue anche per la presenza di laureati di livello più alto, e quella operativa. I tecnici veri e propri. Sono due componenti entrambe necessarie ma molto diverse, due attitudini non sovrapponibili. Oggi, la parola ‘operaio’ suona quasi disdicevole, e il titolo di perito non è quasi preso in considerazione. Solo la formazione, preferibilmente nei licei, e la laurea sembrano contare per le famiglie. È un errore enorme. Abbiamo bisogno di queste persone, il loro ruolo è importantissimo. E anche l’attività artigiana avrà a che fare, in un vicino domani, con sistemi di un certo livello, e se non ci sarà formazione entrerà in difficoltà. In fondo per rendersene conto basta guardare a come è cambiata l’attività di manutenzione delle automobili, il meccanico di un tempo non esiste più e chi provvede alla nostra auto oggi è un tecnico che ha a disposizione sistemi di verifica estremamente avanzati”.
Bono è stato criticato ed è stato detto che la mossa di Fincantieri è ad arte, in modo da far arrivare manodopera a basso costo dal terzo mondo. Immigrati, quindi.
“Sono quelli che fanno quel tipo di lavoro. Si dice che lavorino in condizioni ambientali difficili: è vero. Era vero però anche per i nostri operai, trent’anni fa. Per fortuna, certe condizioni non esistono più. Però è chiaro come sia più facile trovare persone capaci di fare un certo tipo di lavoro fra chi proviene da paesi in cui ancora lo si fa”.
L’immigrazione è un’opportunità, per l’Italia, o un problema?
“Esco dal mio ruolo in Confindustria, e parlo da uomo. Una mia convinzione personale è che far arrivare ragazzi in Italia e poi lasciarli senza occupazione non possa che contribuire a creare emarginazione e criminalità. E se non parlano l’italiano e non hanno ricevuto educazione e formazione, non possono essere impiegati. È necessario un piano per farli diventare cittadini: è più che integrare. L’immigrazione va controllata; non con la violenza o con il rifiuto, ma attraverso accordi – difficilissimi – internazionali. È un fenomeno che c’è, e ci sarà: né il buonismo di sinistra, né l’antagonismo di destra sono soluzioni”.
Il suo prossimo progetto?
“Una passeggiata con la mia nipotina”.
Quanti anni ha?
“Due anni e mezzo”.
E non c’è proprio nient’altro, sulla sua agenda?
“C’è. Però, io sto concludendo la mia carriera. Sono passati tanti anni. Ho sempre dentro molta passione, e al momento ancora un grosso impegno con Isotta Fraschini di Bari. Poi il mio sogno è la mia casetta, isolato da tutto però con il computer. Mi sento ancora ragazzino. Quando mi chiedono di parlare del mio lavoro, dico che ci vuole la testa, ma soprattutto tanto cuore: nel mio lavoro io ho messo tanto cuore. Ecco, una cosa che mi è sempre piaciuta, che mi piace, è trasferire la mia esperienza ai giovani. Dare ai giovani”.
È la sua energia. La ringrazio.
[Sergio Razeto, ingegnere meccanico laureatosi nel 1974 con indirizzo termotecnico nucleare, è genovese. Ha iniziato la sua attività nell’industria navalmeccanica nel 1975 con i Cantieri Navali Riuniti, proseguita poi con diversi incarichi in Fincantieri a Riva Trigoso, e vive a Trieste dal 1990. È l’anno in cui ha accettato incarichi di dirigenza e poi di vice direttore e direttore presso lo stabilimento Grandi Motori, allora Fincantieri Divisione Motori Diesel, di Bagnoli della Rosandra; fabbrica che ha poi guidato nel passaggio e profonda trasformazione dall’allora realtà completamente italiana Fincantieri alla fortemente internazionale Wärtsilä Corporation, prima come vice presidente dal 1997 e poi dal 2003 con la carica di presidente e amministratore delegato, lasciata, in conclusione di carriera, nel 2016. È presidente di Confindustria Venezia Giulia dal 2009]


