“Niente è per sempre”? Il mercato dei legami 2.0

03.12.2019 – 11.15 – Un giorno l’orologio da 10 euro appeso al muro della cucina smette di segnare l’ora giusta. Cosa fare? Perché portarlo a riparare, quando si può comprarne uno nuovo, magari anche più economico? Aggiustare qualcosa comporta fatica. Si potrebbe provare a farlo da sé, studiando le basi della meccanica, oppure si potrebbe cercare qualcuno che lo faccia, andarci ed aspettare che lo sistemi. Con il rischio che non ci riesca, tornando dunque a casa a mani vuote.
Il mondo dei consumi in cui abitiamo ci insegna esattamente questo: non c’è nulla di insostituibile. Ogni oggetto può essere buttato, cambiato, appunto, sostituito. Un tempo le cose si aggiustavano. Ora sempre meno. Il concetto di riparazione è in gran parte superato proprio perché il benessere economico e la competitività dei mercati ci permette di non insistere nel tentativo di ripristinare qualcosa che non funziona più come prima.
“Non c’è niente che sia per sempre”, dice una canzone. E non soltanto una canzone, perché ormai questa frase è diventata un aforisma, quasi un mantra svuotato di significato. Perché oggi è più semplice, comodo, rassicurante credere in un “mai” che in un “per sempre”. Niente può durare: né l’orologio della cucina, né il cellulare, né un legame. La nostra società va in questa direzione: una direzione che proclama il presente come unico tempo in cui esistere. La dimensione del futuro e quella del passato vengono completamente vanificate per lasciare il posto all’imperativo del “Life is now”. E, se la vita è solo adesso, perché pensare a domani?

Il discorso sociale e culturale del “Life is now”, nel quale siamo immersi, ha trasformato il nostro modo di fare legame. In questo tempo senza tempo, rimaniamo tutti perennemente giovani e, come tali, lontani e, forse, impauriti dalla dimensione della progettualità che invece dominava l’esistenza dei nostri nonni. Dopotutto, perché dovremmo sperare che qualcosa duri per sempre, quando possiamo godere nel rilancio continuo ed elettrizzante del nuovo? Perché dovremmo scegliere qualcuno per tutta la vita quando possiamo cambiare partner ogni volta che fa capolino la noia?
Perché nella noia non sappiamo più stare. Perché è più vitalizzante ricominciare, piuttosto che tentare di aggiustare. Rischiando poi di tornarsene a casa a mani vuote dopo aver capito che il problema è irrisolvibile. Perché, appunto, riparare richiede impegno, fatica, frustrazione e, a volte, noia. E non ne siamo (più) capaci.
Nell’universo dei legami è ormai evidente come il soggetto nella relazione spesso assuma la stessa forma di un oggetto: oggetto dapprima brillante, sconosciuto, da scoprire, da comprendere, nei suoi aspetti e nelle sue funzionalità. Solo che poi, ad un certo punto, non potrà essere più così interessante come appariva appena comprato. E a questo non c’è scampo: quel momento arriva e, con esso, la scelta dell’amore. Perché è proprio questo il tempo in cui siamo chiamati ad una scelta: comprare un nuovo orologio oppure tenere quello che si ha già, tentando di capire cosa non va. Perché magari siamo proprio noi a non sapere più come farlo funzionare.
“Le passanti”, poesia di Antoine Pol, tradotta in musica prima da Brassens e poi da De André, racchiude in sé i tratti fondamentali dell’amore immaginario.

“Io dedico questa canzone ad ogni donna pensata come amore, in un attimo di libertà. A quella conosciuta appena, non c’era tempo e valeva la pena, di perderci un secolo in più”.

Questo l’incipit di un testo che racconta dell’amarezza di una realtà insoddisfacente. Cos’è che si fa dunque? Ci si rifugia nell’ideale. In qualcosa che non si è mai vissuto. Perché, in fondo, “solo l’amore inappagato è davvero romantico”, diceva Juan Antonio in un film di Woody Allen. Cos’è dunque il romanticismo oggi? L’amore “immaginato” è davvero l’unico ad essere romantico?
Un giorno mi sono imbattuta in una lettera-articolo il cui epilogo recitava esattamente “così la nostra vita di coppia potrà essere uguale a quella che abbiamo come single, ma vissuta insieme. Un giorno ti troverò”. A questo proposito mi è impossibile non citare invece un grande amico che invece dice che “quando si sta insieme bisogna ricordare sempre di essere in tre: io, lei e la coppia”. C’è una distanza enorme tra queste due versioni dell’amore: la prima infatti è quella di una persona che sogna un amore che non ha, la seconda è quella di un uomo che ha già scelto una donna per il resto della sua vita.
Però si sa, è sempre “più giusto” quello che non conosciamo. Quello che (ancora) non “possediamo”. Perché quello che non abbiamo, quello che non viviamo, non ci implica davvero. Si tratta di una versione autistica e semplice dell’amore, dove l’unico attore della scena è colui che scrive la sceneggiatura.

Quando si è in due c’è sempre qualcosa che non funziona. Perché il due non è uno. Un uomo un giorno, parlando delle sue vicende amorose, mi ha detto: “Fino ad ora con tutte c’era qualcosa che mancava”. Il punto è che questa sensazione di “mancanza” è strutturale ad ogni essere umano e soprattutto ad ogni incontro: qualcosa mancherà sempre. Rinunciare dunque a quel “fino ad ora” è forse l’unica possibilità per aprirsi all’incontro con la complessità del legame, con la differenza assoluta dell’Altro. Diverso da noi, diverso da un modello, diverso da un ideale. Perché legarsi all’altro, legittimare una relazione con un “per sempre”, non è affatto essere single, insieme.
In questa realtà sociale piena di opportunità, ci perdiamo però nel miraggio delle “mille e più occasioni”. E, più scelta abbiamo, meno siamo in grado di fermarci ad una di esse. Perché nulla ha davvero valore se può essere facilmente sostituito.

Senza orologio non si può vivere. Probabilmente nemmeno senza amore. Ma l’amore che ferma il tempo non esiste, se non nella sua versione immaginata. L’eternità di un incontro sta piuttosto nello sforzo, nella fatica e nella disillusione di poter fermare il tempo dell’amore a quel primo tempo. Perché invece l’amore è una scelta che si riedita attimo per attimo, sempre diversa, mai uguale a prima. E, esattamente come quelle due lancette, ci si incontra di rado, ci si sovrappone forse solo per un istante, senza mai poter “fare uno”.

[Elena Paviotti è nata a Trieste. Ha trascorso il periodo prima degli studi a Cervignano per poi tornare nella sua città natale, dove si è laureata nel 2012. Ha frequentato l’Istituito di Ricerca di Psicoanalisi Applicata diretto a Milano da Massimo Recalcati, ed esercita la professione a Trieste, seguendo l’orientamento psicoanalitico lacaniano. Fa parte inoltre dell’equipe Telemaco, associazione di promozione sociale che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza. [email protected]]