Crollo demografico, la famiglia come punto cardine. L’Europa da qui al 2050

29.12.2019 – 15.54 – 1 virgola 32, in calo rispetto all’1 virgola 35 del 2016. È il tasso di fecondità in Italia, ultima in classifica assieme alla Spagna, per numero di figli nati, e molto lontana da quella soglia di 2,1 che garantirebbe il ricambio generazionale. Con un’età media delle madri, nel nostro paese, di 32 anni (le più giovani, quelle del sud; le più avanti in età, quelle del nordest), un tasso di matrimoni sceso a 3,2 per mille abitanti, e in costante crescita, invece, i tassi di anzianità (Trieste vince, prima in classifica) e di conseguente dipendenza dagli altri. La riflessione del governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, fatta in chiusura della conferenza stampa di fine anno, sulla necessità di una politica della famiglia e collegata alla legge specifica in fase di preparazione, nonché sul calo demografico come principale rischio per il Friuli Venezia Giulia stesso, si sofferma, ancora una volta, su un punto fondamentale che non è più possibile spostare più in basso nell’elenco delle priorità o trascurare: semplicemente, non è più tempo di ‘benaltrismo’. Più che un calo, è un crollo.

I dati delle Nazioni Unite parlano di rischio demografico molto forte nella popolazione dell’Europa orientale e sud orientale già da molto tempo. Le dieci nazioni a decrescita demografica più accentuata sono tutte in quest’area, e sette di esse, fra le quali l’Italia, sono stati membri dell’UE. Il posto di primo piano, quello sul trono, spetta alla Bulgaria, che perde cittadini quasi al ritmo più alto del mondo, complice la caduta dell’Unione Sovietica: più di un milione di bulgari hanno già lasciato la loro nazione dall’inizio degli anni Novanta a oggi, la maggior parte dei quali per andare in paesi europei occidentali (l’Irlanda; il Regno Unito pre-Brexit, l’Olanda), e la previsione è che nei prossimi trent’anni la popolazione cali ancora, da 7 a 5 milioni entro il 2050. Il problema è analogo negli Stati Baltici, con la Lituania che ha visto un calo demografico superiore al 20 per cento in vent’anni, e nei Balcani: oltre 200 mila cittadini della Croazia hanno lasciato il paese dal 2010 al 2016.

Le ragioni dell’esodo e del crollo di popolazione sono molteplici, con una parte di componenti che varia da nazione a nazione – come, ad esempio, le ragioni delle migrazioni economiche di massa – e con un substrato invece comune fra tutte, ovvero età media nel paese già alta e in continuo aumento, con aumento quindi delle morti, e percentuali di nascite sempre più basse. Questi due ultimi fattori, combinati con la nuova facilità di movimento all’interno dell’Unione Europea garantita dalle libertà conquistate negli ultimi decenni – in particolare, il già citato crollo dell’Unione Sovietica e l’allargamento invece dell’Unione Europea a est – spiegano da soli il punto in cui siamo arrivati. Paradossalmente, eppure comprensibilmente (per ragioni legate alle risorse economiche disponibili e alla diversa cultura), molte delle nazioni nelle quali il calo demografico è più sensibile sono anche fortemente contrarie alle politiche di apertura all’immigrazione. L’immigrazione, che potrebbe, semplicisticamente, essere vista come facile soluzione per equilibrare quello che sta succedendo e rinnovare cittadinanza e forza lavoro, non lo è; in particolare nel momento in cui non si tratta più di migrazioni interne fra stati comunque vicini storicamente e culturalmente, ma di contatto fra paesi molto distanti con tradizioni e religione non compatibili a meno di profondi cambiamenti culturali, che non avvengono di certo in pochi decenni. L’immigrazione, quindi, di fatto diventa un ‘non problema’, perché, a meno di non accettare l’insorgere di forti conflitti sociali, potenzialmente pericolosi e molto violenti, non può essere adottata come strumento regolatore. I ‘vasi comunicanti’ verso l’Europa, in particolare se aperti per far defluire esseri umani da zone diventate immensi e tragici teatri di guerre per procura, o deserti piagati da carestie dovute a scelte imposte da stati più forti, non sono la soluzione al problema del calo demografico: l’integrazione ci deve essere, l’antagonismo tout court non è ammissibile, ma va regolata nei numeri e nei modi, e far entrare un gran numero di persone per convogliarle in bacini elettorali fonti di voti di scambio, o di manodopera a basso costo, è inumano quanto le guerre per procura. Spingere a tutti i costi l’acceleratore sull’immigrazione vuol dire far nascere reazioni come quelle dei paesi di Visegrad: Ungheria e Repubblica Ceca, semplicemente, i migranti non li vogliono, anche se di lavoratori avrebbero disperato bisogno vista la percentuale di popolazione in età lavorativa proiettata a un calo del 5 per cento entro il 2020. Nel Regno Unito, molto della Brexit, inutile nasconderlo, ha avuto a che fare con i migranti arrivati dall’Europa stessa, fra i quali gli italiani: gli immigrati spesso arrivano con le loro famiglie, e piano piano la tensione aumenta.

Nei paesi Visegrad – continuiamo, data la loro posizione geografica, a usarli come indicatore – neppure ipotizzare un’apertura totale alle migrazioni sarebbe sufficiente ad arrestare e invertire il problema del calo demografico. L’età della loro popolazione aumenterà rapidamente fra il 2020 e il 2040, di circa il doppio della media europea: in questi paesi, e in Italia, il peso, anche economico, dell’assistenza sociale e agli anziani aumenterà quindi di pari passo, gravando sui bilanci degli enti competenti. Meno lavoratori giovani vuol dire meno produttività, meno partecipazione alle decisioni, meno spesa pubblica su beni di pubblica utilità, e debito pubblico pro capita che aumenta (visto che si rimane in meno persone, i meno devono far fronte a quello che hanno lasciato i più): un’economia distorta, che stiamo imparando a conoscere molto bene. Il punto centrale, quindi, torna a essere la famiglia. Che cosa stanno cercando di fare i governi nazionali e regionali?

Una strada per rinvigorire il tasso di crescita, che i paesi europei stanno cercando di mettere in pratica, è quella di agevolare l’ingresso nel mercato del lavoro di un maggior numero di donne: stiamo parlando di un lavoro effettivamente a pari opportunità (di stipendio, d’impegno e di carriera). Tuttora, la loro partecipazione al mondo del lavoro è significativamente inferiore a quella degli uomini, per quanto le cose siano iniziate già da qualche tempo a cambiare. Questo però svela un nuovo scenario con il quale già da un po’ l’Europa, in particolare al nord, si sta confrontando: più donne nel mondo nel lavoro, così mostrano le statistiche, vuol dire indice di nascite ancora più basso. Quindi l’agevolazione alle pari opportunità sembra danneggiare le politiche di crescita demografica piuttosto che aiutarle, come se il ruolo della donna e la possibilità di libera scelta facessero da perno fra due piatti di una bilancia: più libertà e opportunità, uguale meno figli, con una tendenza che si inverte solo nel momento in cui una donna raggiunge posizioni di carriera e stipendio molto alto, che agevolano l’inserimento nel quadro familiare anche di figure di sostegno ai figli stessi come collaboratori domestici, bambinaie ed educatori. Il quadro economico generale di una coppia quindi sicuramente pesa sulla decisione di avere figli, e una legge sulla famiglia può e deve sicuramente aiutare; però non si tratta solo di questo, i figli sono anche una scelta di vita, e spesso si sceglie semplicemente di non averne: in un mondo libero, un figlio non è una colpa o un dovere sociale o religioso; un figlio non è un merito né uno strumento di utilità o un peso, ma una decisione consapevole. E, consapevolmente, si può rinunciare, sopperendo al bisogno affettivo con altro, senza per questo dover essere giudicati.

In Polonia, il partito di destra “Legge e Giustizia” ha avviato una campagna di successo con una legge che sostiene ogni donna che, dal secondo figlio in poi, e per ogni figlio, decide di averne, dando circa 130 euro al mese e pagando poi gli asili nido e le scuole. Questo tipo di politiche, che sembrano, da un punto di vista numerico, funzionare, sono state comunque criticate perché hanno l’effetto di allontanare le donne dal mondo del lavoro, istituendo in pratica dei sussidi e invogliando le ragazze molto giovani a diventare madri al solo scopo di ricevere sostegno statale. Cosa che è effettivamente accaduta in Irlanda, a cavallo dell’anno 2000, dove il sussidio per la natalità, unito alle politiche allora fortemente antiabortiste, ha creato un esercito di madri quindicenni e sedicenni, molto spesso senza padre accanto e senza lavoro. Viktor Orban ha seguito l’esempio polacco, istituendo pacchetti di sostegno simili anche in Ungheria e aggiungendoci un bonus anche per l’auto familiare e l’esenzione a vita dal pagamento delle tasse per le donne che hanno quattro o più figli. Una strada diversa, tipica del nord Europa, è stata equiparare i diritti, ad esempio al sostegno alle nascite e agli asili nido, fra madri e padri, e consentire, all’interno dell’azienda, una effettiva parificazione delle situazioni fra i due generi con un congedo per il padre più lungo di quello esistente in italia, attualmente miserrimo, e una maternità un po’ più breve per la madre. Nel nord, la mamma dopo il parto torna a lavoro presto, e il papà può darle il cambio più agevolmente, anche nei compiti domestici e di assistenza al figlio, con asili nido aziendali funzionanti e servizi sociali adeguatamente organizzati, per un trattamento autenticamente scevro da distinzioni di genere che va molto al di là dello scrivere ‘ministra’ invece di ‘ministro’ su un giornale. Il tutto, nelle aziende più grandi, purtroppo non ha dato sempre i risultati sperati, ma per un motivo economico: le aziende stesse avevano in precedenza delocalizzato la loro produzione e attività in paesi dove il costo del lavoro era molto più basso, proprio ad esempio in Repubblica Ceca e Bulgaria, e ora si scontrano con la carenza di lavoratori, che sono nel frattempo emigrati in altri paesi in cerca di paghe più alte. Se il costo del lavoro vent’anni fa era più basso, fra nord ed est Europa, c’era un motivo, in fondo.

In conclusione, predire e misurare l’evolversi della situazione di un paese in termini demografici è un compito fra i più difficili per chi governa. Sappiamo, e questo è facile, dire che il fenomeno del crollo demografico è iniziato nei primi anni Novanta; che l’est Europa, e il Friuli Venezia Giulia, ora stanno ancora benino ma sono malati gravi, e che al contrario l’Africa, dove si vive malissimo, sta esplodendo di nascite. Ma non abbiamo una bacchetta magica o una console dove pigiando una serie di bottoni si possono mettere in atto contromisure e provvedimenti immediati: ad esempio, potremmo avere, dopo la Brexit, una situazione di immigrazione ‘di ritorno’ proprio dal Regno Unito. Ad oggi, però, quello che possiamo aspettarci con buona probabilità è che il declino della popolazione nelle aree in cui viviamo continui anche nei decenni a venire, a causa del controllo dell’immigrazione per decisione politica, e della bassa fecondità dovuta sia a scelte personali e individuali che a fattori di natura economica. Solo su questi ultimi, con un forte sostegno alla famiglia, è possibile, per uno stato e un governo regionale che abbia sufficiente capacità economica per metterlo in atto, provare ad agire con efficacia.

[r.s.]

 

 

 

 

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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