Atomiche ad Aviano, il re è nudo. Che cos’ha detto il generale Wald?

31.12.2019 – 07.04 – Bombe atomiche ad Aviano: di cosa si tratta? La nota base americana sita in Friuli Venezia Giulia, in provincia di Pordenone, potrebbe, secondo le notizie apparse sui media, veder aumentare il numero di ordigni nucleari immagazzinati nei suoi depositi di sicurezza e, anche se le bombe ad Aviano ci sono già, e da tempo, è polemica. Ecco quindi che una notizia non troppo esplosiva – facile gioco di parole – ritrova nuova vita, e diventa materia di scontro in Parlamento. Tutto parte dal rilancio di un’intervista, non recentissima (il pezzo è del 16 novembre) fatta da Bloomberg al generale statunitense Chuck Wald. L’intervista a Wald non verte specificatamente sulle atomiche in Italia ma sui rapporti fra gli Stati Uniti e la nazione che oggi viene definita come ‘amica/nemica’: la Turchia di Erdogan.

Chuck Wald, l’intervistato, è un generale in pensione e, nei primi anni 2000, è stato vice comandante delle forze aeree USA di stanza in Europa: conosce quindi il nostro paese, ed è noto in Italia. È impegnato oggi, oltre che politicamente, nelle attività del Jinsa, un’organizzazione no-profit americana pro-Israele, fondata alla fine degli anni Settanta. Il Jinsa sollecita un’alleanza ancora più stringente proprio fra gli USA e Israele. Comprensibilmente, soprattutto dopo gli screzi fra la Turchia e gli Stati Uniti dovuti al tentativo di colpo di stato del 2016, e allo spostamento dell’asse turco di alleanze verso la Russia di Putin con recenti colloqui sulla Siria, il generale statunitense è perplesso sul ruolo futuro che la Turchia di Erdogan possa avere nella NATO. Vale la pena di ricordare che la Turchia è la seconda potenza militare della NATO stessa e che ha sempre svolto, dai tempi della crisi dei missili di Cuba del 1962, il ruolo di ‘dissuasore nucleare attivo’ proprio per conto degli USA: dall’installazione dei primi missili Jupiter (che avevano dato alla Turchia l’illusione di essere una potenza atomica, ma che in realtà erano obsoleti, e completamente controllati dagli USA stessi, tanto da venir segretamente ‘scambiati’ con quelli sovietici a Cuba dal presidente Kennedy senza consultazioni con gli alleati turchi), ad oggi. Nella base di Incirlik ci sono probabilmente una cinquantina di bombe nucleari americane B61 di progetto risalente agli anni Sessanta, adatte per essere lanciate da cacciabombardieri come gli F15 ed F16 di Aviano, ma anche dagli italiani Tornado e precedentemente sempre dai nostri caccia F104. Le bombe hanno una potenza che va da quella definita ‘bassa’, per uso tattico, a ‘media’, quindi da meno di 1 a circa 300 chilotoni (dove la potenza della bomba di Hiroshima era di circa 15). Le B61 non spostano per nulla lo scenario strategico di un confronto USA-Russia, basato principalmente sui missili trasportati dai sottomarini nucleari e dai vettori balistici puntati sulle città; sono importanti come deterrente, però, in caso di guerra localizzata, come potrebbe esserlo uno scontro sul suolo europeo o in Medio Oriente: prima di pianificare un’invasione via terra ad esempio da parte di mezzi corazzati o fanteria, un qualsiasi stato, sapendo di poter ricevere in dieci minuti un colpo nucleare da caccia supersonici, ci penserebbe due volte.

Wald, però, nell’intervista rilasciata, fa riferimento proprio alla strategia intesa come qualcosa di più ampio e abbracciante la politica, e raccomanda, visto l’anti-americanismo che sta aumentando in Turchia, di ricollocare le armi nucleari di Incirlik, che là dove sono non servono più. O che addirittura, e lo si sottintende facendo riferimento ai rapporti sempre più amichevoli fra Erdogan e Putin e all’acquisto da parte della Turchia di moderni sistemi d’arma russi (e forse è un rischio da non sottovalutare: Wald ricorda come nel 2016, in occasione del colpo di stato, tutte le operazioni USA in Turchia fossero state proibite per diversi giorni), in caso di peggioramento ulteriore dei rapporti con Erdogan potrebbero cadere in mani avversarie. Per Wald, come idea, la nuova base in cui collocare le armi nucleari dovrebbe essere sul suolo europeo, e una delle opzioni è proprio Aviano in Italia, operazione che dal punto di vista logistico ‘non dovrebbe essere troppo difficile’. L’analisi di Wald continua poi con ipotesi sulla ricollocazione delle forze aeree americane dalla Turchia a Cipro e in particolare Grecia, considerato che quest’ultima ha chiesto più volte un aumento della presenza militare americana ‘candidandosi’ a sostituire la Turchia come fianco sud della NATO (e aspirando, il collegamento mentale è rapido, a ricevere forti investimenti economici statunitensi in cambio di un suo nuovo ruolo da ‘ventre molle’). L’articolo di Bloomberg prosegue poi esplorando i rischi di una nuova esplosione del conflitto armato proprio fra Grecia e Turchia, mai completamente sopito, se le le forze USA dovessero essere effettivamente ridistribuite; passa poi a una domanda su chi sia il più grande pericolo per la NATO oltre all’instabilità turca, alla quale Wald risponde (senza cogliere di sorpresa) con un secco: ‘La Russia’, e si conclude con un’analisi dei rischi climatici portati dai combustibili fossili e conseguente necessità di avviare quanto prima un processo di de-carbonizzazione che veda il coinvolgimento del Pentagono stesso, in quanto, molto probabilmente, le forze armate degli Stati Uniti saranno coinvolte in molte missioni dovute proprio al cambiamento del clima.

Ecco quindi che un’intervista a un ex generale ora membro di un Think Tank, vertente su opinioni e ipotesi e non focalizzata esclusivamente su scenari o argomenti militari, diventa un motivo d’allarme, fra traduzioni più simili a interpretazioni e tam tam Internet, e con il coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, che chiede al governo di “riferire al più presto in Parlamento”, perché l’Italia verrebbe così a diventare “il maggior deposito di armi nucleari d’Europa”. Lo è già; oltre a quelle di Aviano, ci sono già le testate di Ghedi Torre, a Brescia, per un totale di circa 80 bombe atomiche nel nostro paese contro le 50 di Incirlik stando ai dati conosciuti. Volendo poi ripensare proprio ai missili Jupiter dell’era di Kennedy, ci furono, sempre negli anni Sessanta, quelli di Gioia del Colle, e anni più tardi altri progetti, fra cui l’addestramento della Brigata ‘Aquileia’, con comando a Portogruaro, che prevedeva l’uso di munizionamento tattico nucleare nel nordest. E l’Italia, con Giulio Andreotti, chiese formalmente agli Stati Uniti un aiuto per poter avviare un proprio programma di sviluppo di armi nucleari, che culminò con il progetto di un missile italiano al cento per cento, l’Alfa, molto ben realizzato e in grado di minacciare l’Unione Sovietica se lanciato da basi sul Mare Adriatico. Il programma fu cancellato successivamente a seguito del trattato di non proliferazione delle armi nucleari; la tecnologia dell’Alfa, molto solida, fu poi utilizzata per i vettori spaziali dell’ESA, e funziona bene ancora oggi. Insomma, per quanto riguarda il nucleare bellico in Italia: niente di nuovo sul fronte orientale. Il re è nudo.

[r.s.]

 

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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