25.11.2019 – 08.55 – Al centro del nono incontro della rassegna di approfondimenti storici “Un fiume di storie” c’è il difficile rapporto al tempo della celebre impresa tra fiumani croati e D’Annunzio, ma anche e sopratutto con i fiumani filo-irredentisti. Una città, Fiume, che poteva vantare plurime influenze culturali in primis magiara, ma è un’identità definita di passaggio quella ungherese; l’anima è principalmente duplice: italiana e croata. Come si sono rapportate queste due anime nel corso del tempo? L’analisi della prof.ssa Natka Badurina parte dall’Ottocento quando, con l’emergere dei sentimenti patriottici, il risorgimento croato guarda con simpatia e grande ammirazione al risorgimento italiano, visto come ideale universale. Il legame tra i quarnerini croati e la cultura italiana è molto forte, basti pensare al fatto che Silvio Pellico è un autore tra i più tradotti in croato all’epoca. Sarà dunque un trauma la Grande Guerra, che vedrà i croati in divisa asburgica fronteggiare gli italiani proprio sul confine Orientale. Gli oscuri presagi dell’inevitabile frattura aleggiavano però già al tramonto dell’Impero, vedi l’occasione della visita a Fiume di D’Annunzio nel 1907 per la rappresentazione a teatro de “La nave“, opera in cui trova spazio un perentorio “i lupi di Croazia vanno sterminati”. La stampa italiana parlerà di un numeroso pubblico e un vate acclamato dai presenti, quella croata di una platea deserta e disinteressata a D’Annunzio: due cronache che, viste a posteriori, risultano entrambe esasperate nei toni. Al termine del conflitto bellico la frattura da retorica cominciò a diventare concreta con l’occupazione alleata, favorevole all’annessione italiana, che dà il la a deportazioni, perquisizioni, chiusure di giornali e revoche di licenze commerciali nei confronti della comunità slava e di chiunque non fosse favorevole all’Italia. Per la comunità croata fiumana è la coltellata alla schiena definitiva, queste politiche sono vissute come un tradimento verso il sentimento di fratellanza avvertito nel periodo risorgimentale.
Gli esuli fuggiti dopo il 1918 da Fiume si riuniscono a Zagabria e danno vita all’esperienza editoriale de “L’Adriatico Jugoslavo“, giornale pro-slavo scritto in lingua italiana pensato come organo di propaganda rivolto ai “taljanasi“. Cosa significava “taljanasi”? Il termine non è esattamente traducibile, in sostanza vuol dire ‘rinnegato’. Nei giornali pro-jugoslavi, infatti, si evita sempre accuratamente di dire ‘italiano’, adducendo una tesi molto forzata per la quale tutti i sostenitori dell’annessione al Regno dei Savoia siano in realtà slavi italianizzati e che non vi siano veri italiani di stirpe residenti nel Quarnero. Toni esacerbati da un momento storico molto critico e da una situazione etnografica molto complessa, analoga a quella di Trieste, città emporium multilingue ma a maggioranza italofona con un circondario rurale slavo. Lingue, culture e stirpi di sangue si mischiano nel Litorale: difficile dunque l’imporsi di un nazionalismo su base razziale, scuola di pensiero principalmente germanica; è il nazionalismo volontaristico quello che si va ad imporre inevitabilmente. Ago della bilancia, come spesso accade, la corrente maggioritaria del momento: ed è così, al cambio della guardia tra i regimi politici, che una parte della classe dirigente fiumana fedelmente alleata delle autorità magiare si schiera apertamente favorevole all’annessione italiana e nel settembre ’19 accoglie il vate. Cambia lo spartito, ma non l’orchestra insomma. Si parla e si scrive di razza ma sono in realtà arbitrarie le decisioni che dividono la città e, talvolta, le famiglie. Sarà così quando Lionello Lenaz pubblicherà su “La Vedetta d’Italia” accesi editoriali anti-slavi e pro-fascisti, ricevendo le critiche del cugino Rikard Lenac, a capo del Consiglio Nazionale Jugoslavo, che gli darà puntualmente del ‘rinnegato’. Significativa è una lettera che Rikard Lenac, durante la sua assenza da Fiume, invierà a casa alla moglie e alle figlie, scritta per lo più in croato si conclude con una annotazione rivolta alla figlia più piccola in lingua italiana: “d’ora in poi saremo buoni jugoslavi“.
La prof.ssa Badurina rimarca l’importanza, al fine di un approfondimento esaustivo, dell’analizzare le contro-narrazioni, ovvero esaminare i fatti storici anche tramite il racconto delle parti di società senza pieno potere. Ecco allora che, accanto alla “Fiume città di vita” decantata dagli artisti filo-irredentisti, può trovare voce nella storia anche l’allora giovane Zora Blazic che del periodo della Reggenza del Carnaro annota nei diari “si vivacchia“.


