21.07.2023 – 07.01 – Il concetto del tempo libero e di come impiegarlo è relativamente nuovo, una diretta conseguenza della rivoluzione industriale tra settecento e ottocento. La sua naturale evoluzione, ovvero l’impiego del tempo libero per le vacanze all’estero, è ancora più recente. Se infine si sceglie di passare dalla villeggiatura di goldoniana memoria alla moderna industria balneare, col suo insieme di ombrelloni, stendini e allegri bagnanti che invadono le spiagge, si ci sposta a fine ottocento/ inizio novecento dove per la prima volta si afferma il concetto di dedicare un periodo dell’anno alle vacanze ‘al mare’. Lo scopo è all’inizio igienista, il mare attira quale cura per le malattie ai polmoni caratteristiche della media borghesia vittoriana, assieme ad altre peculiari strutture del periodo come i solarium, le terme, le case di cura e i bagni galleggianti. Il passaggio dal fine salutista all’intrattenimento avviene (quasi) subito, presto le terme affiancano locali per i fumatori e le spiagge osterie e luoghi di gioco. Ci si diverte; tanto in spiaggia, quanto in montagna.
Accanto all’elemento del tempo libero, occorre poi considerare il fattore dei trasporti; e non a caso è di nuovo solo con la rivoluzione industriale e con le ferrovie, i piroscafi, i tram e le biciclette che si può legittimamente parlare di un’industria turistica di massa, estesa a strati più o meno larghi della popolazione. Distanza e tempo; questi i fattori da considerare se volessimo guardare a dove villeggiavano i triestini d’un tempo.
Il primo luogo ‘turistico’, anche se il termine ha una modernità che non pertiene a queste strutture, è la villa suburbana, collocata in campagna: l’esempio del Barone Revoltella, con la sua Villa sul colle del Cacciatore, trascinò con sé l’alta borghesia e la nobiltà di passaggio, cogli esempi famosi di Sartorio, Fontana, Montfort e tanti altri. Luoghi che oggigiorno associamo a un asburgico ‘buen ritiro’, perché la crescita della città ha inglobato intersezioni della campagna e del Carso circostante, ‘incorporando’ dimore nobiliari un tempo nel verde.
E proprio vicino alla Villa Revoltella sorgeva quel ‘Boschetto‘ che, sebbene oggigiorno ci sembri così banale, all’epoca era il luogo più vicino dove fuggire dalla città e accarezzare la frescura vacanziera dei boschi.
La ‘Guida del viaggiatore a Trieste e i suoi dintorni‘ (1892) descriveva così il Boschetto:
“Ciò che il Prater è per i viennesi e per i parigini il Bois de Boulogne è per i triestini il Boschetto. Trieste non ha nei suoi dintorni boschi e verdi praterie, da tutte le parti al circonda il Carso col suo terreno petroso e soltanto qua e là s’incontra qualche angolo di terreno imboschito, quasi un’oasi nel deserto; ed una tale oasi è appunto il Boschetto. Ed è per ciò che si vede nelle sere d’estate quella grandiosa quantità di gente che tutta dirige i suoi passi verso questo ameno soggiorno, intenta a fuggire l’opprimente atmosfera della città e a respirare a pieni polmoni i balsamici effluvi di secolari querce”.
E si trattava, nell’infinitamente piccolo del Boschetto e di Trieste, di un turismo di massa, molto partecipato: “L’Acquedotto formicola di pedoni, i carrozzoni del tram riboccano di passeggeri, veicoli di ogni genere riempiono la strada carrozzabile e tutti tendono ad una meta sola, al Restaurant ‘Al Boschetto’ che giace sull’orlo del bosco. Sulle innumerevoli file di panche che si trovano su terrazze, sotto alberi, fra cespugli, in parte sotto tettoie, trovano posto migliaia di persone, centinaia di fiammelle brillano fra le fronde e quando vi risuonano gli allegri concerti della musica, è arduo compito di trovare un posticino, onde potersi dissetare con un bicchiere di fresca birra”.

Trieste, grazie alla sua naturale posizione geografica, offriva allora come adesso una vasta gamma di destinazioni raggiungibili nell’arco di una giornata; pertanto, a partire dall’ultimo quarto dell’ottocento, anche operai qualificati, artigiani e bassa borghesia potevano permettersi qualche breve viaggio alla ventura. Allora come adesso i mezzi pubblici erano treni e traghetti; e ad esempio era facile fare una gita a Gorizia o, specie per chi aveva parenti, recarsi sino in Friuli. In alternativa vi era poi il litorale austriaco e l’Istria, con la sua ricca offerta di borghi, città e paesini raggiungibili via mare o via ‘ferro’. occorre rilevare come con l’avvento dell’automobile come mezzo primario di spostamento, molti collegamenti marittimi sono scomparsi; a detrimenti di chi preferisce muoversi senza utilizzare mezzi privati. Allo stesso modo la de industrializzazione ha duramente colpito, tra gli anni Ottanta e Novanta, tante linee dei treni passeggeri che oggigiorno, in tempi di transizione ecologica, crisi e sviluppo dello slow tourism, sarebbe interessante rivalutare.
Il medico Lorenzo Lorenzutti scriveva, nel 1907, che “anche i popolani, se mai lo possono, ed alle volte anche quando difficilmente lo possano, vanno almeno per qualche giorno un po’ alla campagna; e se ne trovano quindi in qualche villaggio del Carso od in qualche villaggetto dell’urbertosa campagna capodistriana o del Friuli; o magari meno discosto, presso qualche buon amico, presso qualche conoscente, presso il santolo, dalla lavandaia, dalla lattivendola, o in una o nell’altra delle Chiarbole o delle Maddalene o in un altro sito del nostro territorio”.
La Guida del 1892 menziona anche Barcola, la quale sebbene fosse lontana dai fasti turistici attuali, specie per i locali, era già molto frequentata: “Nei giorni estivi, quando si cerca di sfuggire all’opprimente afa della città, chiedendo un ristoro ai refrigeranti flutti del mare, o sulla spiaggia alle fresche brezze marine, Barcola è un luogo che vi si presta a meraviglia”.
Altrettanto vicino, specie con la ferrovia o da fine ottocento con la bicicletta, era Monfalcone, rinomata per le terme, lodate tra i tanti anche dal Console inglese Sir Richard Burton. Il conte Girolamo Agapito, in un bel libretto intitolato ‘Grotte ed altri notevoli oggetti nelle vicinanze di Trieste‘ ancora del 1823, informava che “con vettura il viaggio da Trieste a Monfalcone si può fare in 5 ore, in 4 colla posta, e con buonissimi cavalli, anche in 3 ore. Durante la stagione de’ bagni, cioè dal principio di giugno fino verso la metà di settembre in Monfalcone sono disposte delle carrozze per impresa, sempre pronte al servigio de’ bagnajuoli i quali per ogni posto pagano da 20 a 22 carantani per andata e ritorno. L’Aquila Nera, la Croce di Malta, il Leone d’oro e la Nave sono gli alberghi principali presso i quali i forestieri trovano ogni desiderabile comodità”.
La guida di Agapito menziona anche, nell’ambito termale, i “nuovi bagni d’acqua minerale in Isola d’Istria”.
Con un salto alla fine dell’ottocento e all’eccitante novità dei piroscafi ormai alle tasche di (quasi) tutti, la guida del 1892 consigliava di visitare Pirano. La cittadina istriana era “ad un’ora di vapore da Trieste” e, una volta giunti, bastava “prendere una vettura e recarsi in dieci minuti di carrozza al Porto Rose, amenissima posizione, che ricorda una delle più splendide prospettive che possa offrire una veduta di mare […] Vi è unito pure un bagno di spiaggia in località riparata da tutti i venti, chiusa in un’insenatura a guisa di lago, con fondo sabbioso e circondata da lussureggianti colline dove la vista abbraccia larghi orizzonti e prospettive di svariato paesaggio”.
Fonti: Lorenzo Lorenzutti, Granellini di sabbia, ovvero ricordi delle vicende triestine nel periodo dal 1850 al 1900, Trieste, Tipografia del Lloyd, 1907
Lino Carpinteri, Villeggianti a casa propria, in Il Piccolo Illustrato, Anno 2, Numero 27, 7 luglio 1979.
[z.s.]


