14.7 C
Trieste
domenica, 25 Settembre 2022

Trieste in costume, storia dei bagni galleggianti nell’ottocento

13.08.2022 – 07.01 – È sorprendente fino a quale punto le spiagge di Trieste corrispondano ai “bagni” e generalmente all’impianto ottocentesco: pur con le sue eccezioni, le sue modifiche, i luoghi dove andare a “spiaggiarsi” sono rimasti gli stessi. Non si è qui verificato alcun tentativo di creare estese spiagge artificiali o di rimodellare radicalmente il panorama costiero con finalità turistiche. Molte spiagge italiane recano ancora le cicatrici del boom edilizio degli anni ’60, ma Trieste sembra essere sfuggita a queste deturpazioni, pur con le ricadute negative proprie di un turismo altalenante. Lo stabilimento balneare La Lanterna di Trieste è un esempio classico di queste sopravvivenze, di materiali e di abitudini: “El Pedocin” mantiene una separazione ormai immutata dal 1903, salita all’onore nazionale con il documentario “L’ultima spiaggia”, di Davide Del Gan e internazionale con un servizio giapponese sulla tv pubblica, cinque anni addietro, dove la spiaggia veniva ripresa come uno dei luoghi più esotici, assieme al Canale di Ponterosso.

A partire dalla seconda metà dell’ottocento, l’ormai inarrestabile ascesa della borghesia europea permette per la prima volta nella storia il concetto del “tempo libero”: uno spazio al di fuori dell’orario lavorativo dove indulgere nei propri interessi. In questo contesto nasce l’idea della vacanza in montagna e al mare come oggi le concepiamo, ovvero come una conseguenza dell’eccesso di tempo di cui godevano i ceto medio-alti. La necessità di “occupare” il tempo libero, coniugato alle prime preoccupazioni salutiste determina la formazione di un business turistico già all’epoca attivo e fiorente, dove la voglia di divertirsi s’intreccia alle raccomandazioni dei dottori e dei precettori. Non solo ginnastica e attività fisica, ma anche immersioni, nuoto, bagni di sole e “assaggi” di acqua di mare… i romanzi vittoriani sono costellati di giovinetti e anziani afflitti da malattie respiratorie alla ricerca di aria “pura” che sia il malato presso le Alpi, come nella Montagna Incantata di Mann, o che sia in riva al mare, presso le stazioni di cura. Sono queste le origini delle spiagge di Trieste, con una notevole spaccatura invece dalle classi popolari o dai marinai, dove la “tociada” è qualcosa di momentaneo, uno sfogo a termine della giornata di lavoro, non un’attività da perseguire.

Se la linea costiera e i luoghi tradizionali sono sopravvissuti, tuttavia un visitatore immaginario dalla Trieste Asburgica dei primi del ‘900 rimarrebbe stupito di non trovare i cosiddetti “bagni galleggianti”. Si trattava di strutture ancorate a relativa distanza dai moli, completamente arredate con tutto il necessario per una giornata di svago, dal ristorante, alla libreria, alla caffetteria. La lontananza dal rumore e dallo sporco dei moli li rendeva luoghi romantici e lussuosi. Si ricorda in tal senso, nella novella “Senso”, di Camillo Boito, la scena della seduzione della contessa Livia da parte del tenente Remigio proprio nella struttura all’epoca moderna di un bagno galleggiante – nel romanzo lo stabilimento RIMA, a Venezia.

Il primo bagno galleggiante triestino risale già al 1820: il Soglio di Nettuno era ancorato in Sacchetta, vicino al Molo Venezia, conosciuto all’epoca come Molo Giuseppino, presso la Lanterna. La cerimonia d’inaugurazione attirò una folla imponente; stando ai cronisti particolarmente numerosa era la presenza di turisti tedeschi. Lo stabilimento, ideato da Domenico Angeli, si componeva di cabine per cambiarsi gli abiti, vasche per le immersioni, un bar/ristorante, una sala di conversazione e per i più acculturati e una mostra permanente con flora e fauna del luogo. La precocità della struttura, costruita negli anni Venti dell’ottocento e la presenza di una mostra, rivelano un intento salutista e pedagogico avanti con i tempi, il quale precorreva le velleità di miglioramento dell’uomo proprie della cultura positivista.

Con un salto in avanti al 1830, Trieste diversifica la sua offerta balneare: oltre al Soglio di Nettuno, troviamo la Scuola militare di nuoto e la Boscaglia. Come preavverte il nome, il primo era uno stabilimento per i soldati austriaci, mentre il secondo derivava il nome dal suo fondatore e costituiva un appuntamento irrinunciabile per commercianti, uomini d’affari e impiegati. La vicinanza alla città permetteva, a termine del proprio orario di lavoro, di prendere il traghetto e arrivare direttamente allo stabilimento per un bagno rinfrescante.
È inoltre interessante osservare la divisione di classi e impieghi, differenziati a seconda del bagno galleggiante: come con i caffè, la scelta di un particolare stabilimento balneare riflette un certo status, una certa appartenenza di classe e categoria.

Bagno galleggiante Maria davanti alla lanterna, Fototeca dei Civici musei di storia ed arte

Risale tuttavia al 1858 il gioiellino dei bagni galleggianti, conosciuto tanto a Trieste quanto in tutta la regione: Bagno Maria era il più grande e lussuoso dei precedenti stabilimenti, con 50 metri di lunghezza e 30 di larghezza, non tanto un semplice bagno quanto un hotel galleggiante.
La struttura, frutto di un investimento di una società di azioni all’epoca con un capitale di 43000 fiorini, si componeva di una sala d’aspetto con caffetteria e oltre cento cabine per il cambio vestiti. Un gigantesco bacino era riservato agli uomini, mentre una vasca era destinata a donne e bambini. Prezzo d’ingresso: 20 carantani. Allestito, alla pari di una nave, nel cantiere Strudthoff, fu varato con grandi feste e cerimonie. Era ancorato davanti all’Hotel de la Ville, edificio situato tra Palazzo Carciotti e la Chiesa Greco-Ortodossa.

Se non si hanno notizie del fato dello stabilimento Bagno Maria, il Soglio di Nettuno fu sicuramente chiuso per il decadere della struttura, mentre generalmente verso gli anni Dieci e Venti del novecento si cominciano a preferire le spiagge come oggi le intendiamo, abbandonando l’idea dello stabilimento al largo. Il bagno galleggiante Boscaglia verrà parzialmente restaurato nel 1898 e rinominato stabilimento Buchler: dalle foto appare ancorato davanti alla Riva del Mandracchio, nella zona dell’attuale Piazza dell’Unità. Il 14 giugno 1911 un fortunale particolarmente violento si abbatté su Trieste con vento e pioggia: quando ritornò il sole lo stabilimento era ridotto a un cumulo di rottami. Tre anni dopo una tempesta invece politica e militare altrettanto violenta avrebbe spazzato l’Europa, segnando la fine dell’Impero Austro-Ungarico e con esso di una parte di Trieste.

Fonti: riedizione corretta e ampliata di un articolo pubblicato il 26 maggio 2018.
Trieste Romantica. Itinerari sentimentali d’altri tempi, Trieste, Edizioni Italo Svevo, 1972

[z.s.]

spot_img
Avatar
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

Ultime notizie

spot_img

Dello stesso autore